— Non è dunque offendere la religione il desiderare che finisca l’impero mondano dei pontefici; anzi le verrebbe da ciò maggior lustro e venerazione. Il nostro divin Salvatore ha detto agli Apostoli che il suo regno non era di questa terra. Che poi il papa-re sia una calamità politica del nostro paese, è un fatto evidente e fuori di qualunque dubbio. La storia di dodici secoli lo attesta con mille prove irrefragabili. I papi furono sempre la causa principale della debolezza d’Italia, i mantenitori delle sue divisioni, i fautori costanti del dominio straniero, in una parola il grande inciampo alla sua unità e indipendenza. Questo vero abbiamo dovuto sperimentarlo ancora l’anno passato. Pur troppo la condotta di Pio IX ci è stata fatale. Se egli avesse levato la sua mano e la sua voce potente a benedire le nostre armi, non vi sarebbero più Austriaci fra noi.

— Ah, mi dica, signor maestro, come vede lei nel suo senno, come giudica lo stato presente d’Italia? La nostra ricaduta nel servaggio durerà lungamente? Potremo noi presto rialzarci?

— Le nostre condizioni attuali sono tristi e deplorabili certamente, ma non si deve mai disperare della salute della patria. Infecondi non saranno i dolori patiti nè il sangue versato, se noi sapremo mantenerci saldi nei proponimenti generosi, e disposti ai grandi sacrifici. Sopportiamo le catene col fremito dei forti, e non coll’abbattimento e colla rassegnazione dei pusilli. Viva si mantenga la favilla che deve un giorno produrre l’incendio distruttore dell’Austria. Alla scuola dei patimenti e dell’esperienza si emendino intanto gli errori e le fiacchezze del passato, si scuotano gl’irresoluti, abbiano fine le contrarietà dei partiti, e vedano una volta gl’Italiani che un solo e concorde pensiero deve guidarli nell’opera del loro riscatto. Nel silenzio fervoroso facciasi intanto ai nemici la guerra in petto. Gli animi trovino lume di consigli e di espedienti, attingano forza e tenacità di voleri, progrediscano nelle disposizioni per l’avvenire, e si preparino caldamente all’azione. Il tempo matura gli avvenimenti preveduti, e ne porta sovente d’inaspettati. Noi dobbiamo essere pronti a profittarne.

— Questi argomenti rialzano le speranze prostrate. Io pure li trovo nel mio interno, ma confusi così con dubbi e timori da non poterli accettare come verità persuadenti e confortevoli. Bisognava che fossero esposti da lei, e fortificati dalla sua autorità.

Dopo questo ragionamento si occuparono delle cose di scuola.

VI. Una visita funesta, ed una consolante.

Accadeva intanto al ronco un tristissimo fatto. La signora Elisa era andata a trovare e soccorrere una povera vecchia inferma che abitava a mezzo miglio di là. Nella sua assenza un capitano austriaco, legato il cavallo al cancello, si presentò in casa a domandare della signora. Francesco, inquieto di quella strana e sinistra apparizione, rispose che la signora si trovava fuori nei dintorni, e che egli non sapeva quando sarebbe rientrata. Aspetterò, soggiunse il capitano, e si diede a passeggiare pei sentieri del ronco. Arrivato al luogo funebre che sappiamo, egli parve maravigliarsi di vedere colà un sepolcro, e lesse corrugandosi l’iscrizione sopra la croce. Avanti la rivoluzione del 1848 questo capitano erasi follemente innamorato della signora Elisa, e le aveva scritto più lettere da lei rimandate o gettate al fuoco senza aprirle. Non ultimo rovello degli Italiani sotto l’Austria era di vedere le loro donne contaminate o almeno insidiate dai biondi don Giovanni del settentrione vestiti delle insegne di Marte. Per l’abborrimento della signoria straniera questa considerazione valeva non meno delle altre riguardanti la libertà, la dignità patria, le vite e le sostanze dei cittadini. Pensi il lettore qual donna fosse la signora Elisa, e comprenderà come ella doveva sentire l’offesa fattale da un tale uomo.

Costui, colla sua malnata fiamma in seno e coll’ira di vederla disprezzata, dovette abbandonare Brescia, e starsene sempre occupato nell’assedio di Venezia. Dopo diciassette mesi di resistenza, la generosa città era caduta, e il capitano si restituiva a Brescia, irato ancora delle antiche ripulse, non guarito del suo amore, ma neppur disperato di poterlo contentare. Egli sapeva già che la signora Elisa non aveva più marito, e nell’animo villano l’idea del fatto atroce che la vedovava non fu ritegno alla temerità ond’era mosso. Ella comparve, e restò petrificata al vedere il capitano che attraversava il cortile per avvicinarsi a lei. Non dubitò circa il motivo della visita, e richiamati gli spiriti smarriti, si fermò sopra la soglia sfolgorando di dignità imponente.

Lo sguardo e la domanda che gli rivolse erano tali da confondere qualunque audace, e rimuoverlo da’ suoi colpevoli intendimenti. Nessuno è indifferente dinanzi ad un nobile e fiero atteggiamento, al cospetto di un volto severamente animato, che protesta in favore della propria virtù, e combatte chi la insidia. Perciò anche il teutono insolente, fra il subito commovimento della sua passione, e fra i lampi di quella beltà sdegnata, rimase un istante come interdetto. Non fu che un breve istante. La passione medesima, e il contegno alteramente ostile della donna che la inspirava, lo irritarono ben tosto e gli furono stimolo all’impresa per cui era venuto. Non badando all’intimazione di ritirarsi, egli tenne dietro alla signora Elisa nella prima stanza a terreno, e le disse: Io vi amo da lungo tempo, e soffro i tormenti dell’amore disprezzato. Abbiatemi finalmente pietà. Queste parole del tracotante che la seguiva suo malgrado, il pensiero del proprio stato, e l’idea del sepolcro vicino aumentarono in essa le cagioni del turbamento, e diedero maggior espressione di sdegno alla sua persona. Ritta in piedi presso una finestra, non uscendo tuttavia dalla compostezza dignitosa, e contenendo col cenno imperioso il suo persecutore.

— Statemi discosto, rispose, non mettete il colmo alla vostra temerità.