Il domani all’ora consueta Faustino si recò alla città per prendere lezione. Entrando dal maestro, s’imbattè in Luigia, una giovinetta di undici anni, figlia del padrone di casa, la quale soleva intrattenersi famigliarmente con don Aurelio e con la governante di lui. All’arrivo di Faustino, si congedò in fretta e partì. I due fanciulli si guardarono come di furto, si confusero un poco, e non si dissero parola. Altre volte si erano veduti in questo luogo, e sebbene col loro contegno non lo manifestassero, pure avevano sempre desiderato e avuto caro d’incontrarsi. Quando Luigia udì raccontare per qual fatto crudele Faustino perdette il padre, la pietà commosse vivamente il suo tenero cuore. Questo sentimento ne generò un altro che ella non sapeva definire e non osava esternare, ma di cui provava ognor più gli effetti potenti. Avrebbe voluto che Faustino fosse stato suo fratello, che avesse diviso con lei l’abitazione, gli studi ed i trastulli. Quel vederlo di rado e solo per caso le dispiaceva, e dopo vedutolo si dava della sciocca perchè non era stata capace di fermarsi un momento a parlare con lui di qualche cosa. In avvenire voleva comportarsi diversamente, vale a dire mostrarsi disinvolta e garbata. Ma toccherebbe a lui, pensava, di entrare in discorso, perchè i giovani non sono timidi come le fanciulle. Invece egli sembra muto e non curante di me. Che sia superbo? Che io gl’inspiri soggezione? Che il suo dolore gl’impedisca di far complimenti? Poverino, se volesse parlare con me del suo dolore, se mi dicesse: Signora Luigia, o Luigia semplicemente, io non ho più padre, perchè gli Austriaci me lo hanno fucilato; egli vedrebbe come saprei compiangerlo e confortarlo. Ma non appartiene a me di toccare questa piaga. La fanciulla, nell’ora che sapeva finita presso a poco la lezione di Faustino, mettevasi, potendo, in agguato alla finestra per vederlo dilungarsi nella contrada. Lo seguiva coll’occhio, facendo un giudizio assai favorevole sull’armonia della sua persona e sulla grazia del suo portamento. Col pensiero lo accompagnava anche dopo scomparso all’occhio, e inoltre volava a lui nel tempo che stava silenziosa nelle sue occupazioni.
Non altrimenti sentiva Faustino riguardo a Luigia. La sua immagine gli era entrata gradevolmente nell’animo, e gli dava soggetto di raccoglimenti e di silenzi pensierosi. Egli aveva notato nella giovinetta un dolce suono di voce, una bella capigliatura bionda, e due occhi pieni di soavità. Cercava in sè la spiegazione del come questi particolari avessero il potere di occuparlo in tal modo, e la cosa gli riusciva inesplicabile. Sebbene la penetrazione e lo sviluppo intellettuale fossero in Faustino superiori alla sua età, nondimeno in ciò che riguarda l’amore e la condizione dei due sessi, egli viveva ancora nell’ignoranza, eccettuato quei vaghi presentimenti, quelle inspirazioni confuse, quelle voci lontane e misteriose con cui la natura preludia nei giovinetti. Egli sentiva che Luigia esercitava sopra di lui una dolce influenza, che sarebbe stato contento di mirarla a suo agio, di averla in compagnia al ronco, e di ammetterla essa pure alle carezze di sua madre. Con tutto ciò era quasi vergognoso in sè medesimo di questo nuovo affetto, e lo nascondeva a tutti studiosamente, non sapendo come giustificarlo. Luigia non era un fanciullo per potersene fare un amico, nè una sorella per trattarla come tale.
Don Aurelio era un prete di cinquantacinque anni, distinto per le virtù del sacerdote e del cittadino. In lui la religione formava un tutto coll’amore di patria. La sua vasta dottrina e l’esemplarità de’ suoi costumi avrebbero potuto collocarlo in alto seggio, se la sua modestia e la moderazione de’ suoi desideri non lo avessero fatto alieno dagli onori e persuaso alla vita umile e tranquilla. In gioventù era stato pubblico professore di belle lettere, ma presto si ritirò dall’arringo, non sapendo piegarsi al sistema d’istruzione voluto dal governo tedesco. Da ultimo aveva accettato di essere maestro a Faustino, derogando per lui solo alle proprie abitudini in grazia dell’affetto che nutriva pel fanciullo, e della memoria cara e dolorosa che serbava per suo padre. Provveduto di tremila lire di rendita vitalizia, abitava un piccolo ma decente e allegro appartamento in una casa posta nella contrada di S. Barnaba. Le stanze erano mobigliate con semplicità non priva di buon gusto, e spiravano un’aura di bell’ordine e di mondezza, mercè le cure di Marta la governante, ottima donna e di piacevole aspetto, benchè avesse varcato da un pezzo l’età sinodale.
Don Aurelio sorrise benevolmente a Faustino, gli domandò novelle di sua madre, e si dispose a dargli lezione. Il giovinetto avendo osservato sullo scrittoio un libro col titolo Apologia di Arnaldo da Brescia scritto dal canonico Guadagnini, domandò al maestro chi fosse questo Arnaldo. Don Aurelio, sedendo nella sua poltrona, così prese a dire:
— Arnaldo era un pio e sapiente monaco bresciano del secolo XII, uno dei tanti uomini grandi che in ogni epoca e in ogni paese patirono e morirono per la causa della verità e della giustizia. Porgimi attento orecchio, e sarà soddisfatta ampiamente la tua non vana curiosità. I costumi della corte di Roma e del clero cattolico in generale erano vergognosamente corrotti ai giorni di Arnaldo, con grave scandalo e dolore dei fedeli. Alcuni pontefici, e più degli altri Gregorio VII, cercarono di rimediare a questa depravazione, ma inutilmente, perchè il male aveva messo profonde radici. Era difficile che uomini sbrigliati nei vizi potessero sottomettersi al freno di austere riforme. Nei secoli antecedenti, quando i papi non erano re, ma soltanto capi della religione e vicari di Cristo in terra, i costumi degli ecclesiastici erano puri ed esemplari, e quei tempi furono i più gloriosi al cristianesimo. Ben a ragione si attribuiva dunque il brutto disordine alle cure mondane, alle ambizioni di potere, all’amore delle ricchezze e del fasto, a cui il clero si era abbandonato. Gli uomini saggi e dabbene conoscevano queste verità, e le andavano propagando. A capo di essi figurava Arnaldo, il quale nella signoria temporale dei papi vedeva inoltre un ostacolo grandissimo al riordinamento politico d’Italia. Egli predicava altamente che per purificare la vita dei chierici, per giovare alla chiesa cattolica, e per provvedere insieme alla libertà della patria, di cui era tenerissimo, bisognava separare i due poteri, e fare che l’autorità dei pontefici e dei vescovi si esercitasse unicamente nelle cose spettanti al regno de’ cieli. La vita intemerata del monaco bresciano, i suoi studi profondi, la dignità del suo aspetto, il fervore e l’eloquenza con cui predicava la sua dottrina, gli attiravano un gran numero di fautori e di seguaci. Era naturale che la corte romana e tutti i preti che abborrivano dal ritornare alle virtù evangeliche diventassero suoi nemici e persecutori, come infatti avvenne. In mancanza di ragioni per combattere la validità delle sue massime, ricorsero alla calunnia e lo accusarono che spargesse la discordia e l’eresia nella cristianità. Il popolo e molti signori che lo amavano e tenevano in altissima stima, presero a difenderlo caldamente, e sempre più si sdegnarono contro i suoi avversari. La lotta durava da gran tempo, e il partito della riforma e della libertà ingrossava ogni giorno. Roma era il teatro della guerra civile, e la sovranità temporale del papa minacciava di cadere. Se non che dopo un lungo alternare delle sorti, la causa dei liberali ebbe la peggio, e Arnaldo, fuggitivo e perseguitato, si ricoverò in un castello dei conti della Campania suoi potenti amici. Federico Barbarossa veniva intanto a Roma onde ricevere la corona imperiale dalle mani di Adriano IV. Per compiacere a lui, che glie ne faceva grandi istanze, e che anzi lo esigeva come condizione di buon accordo fra loro, Federico costrinse colla forza i conti di Campania a consegnare Arnaldo al pontefice. Inorridisci, figlio mio; il virtuoso monaco fu impiccato, il suo corpo arso infilzato in uno spiedo, e le sue ceneri disperse nel Tevere per timore che il popolo avesse a venerarle come quelle di un santo.
— Misero Arnaldo! disse pietosamente il fanciullo, che aveva ascoltato il racconto senza battere palpebra. Egli fece questa orribile fine per aver tentato di operare il bene! Il pontefice che ordinò la sua morte fu troppo ingiusto e spietato. Il rappresentante di Gesù Cristo in terra non doveva trascorrere a tanta enormità.
— Faustino caro, molti pontefici, prima e dopo di quello, furono biasimevoli per atti iniqui e per turpitudini vergognose. Non ti cada però in pensiero di minorare il rispetto ai successori di S. Pietro, e la fede che dobbiamo avere nella nostra santa religione. Bisogna distinguere il sacro dal profano, e considerare che il male non si commette dal sommo pastore delle anime, ma dal principe interessato negli affari mondani.
— Questo è vero, ma io non riesco facilmente a fare nello stesso uomo una tale distinzione, e trovo che le opere cattive del principe tolgono il pregio a quelle sante del papa.
— Ecco perchè il papa non dovrebbe essere principe, e perchè tutte le persone di buon senso condannano questa incompatibile unione dei due poteri. Il regnante deve non di rado adoperare dei mezzi ed esercitare degli atti che non sono in armonia colle leggi della giustizia eterna, colla mitezza della religione, e colla santità degli uffici sacerdotali.
— Per esempio, quando si tratta di aggravare il popolo, d’intraprendere una guerra, di riempiere le carceri d’infelici, e di sottoscrivere una sentenza di morte. Che queste durezze, o necessità dolorose, si compiano dal papa, è cosa che fa male a sapersi.