— Sa ella il motivo del suo arresto? domandò il presidente della commissione.
— Io lo suppongo, rispose l’interrogata. Ma quello che riguarda mio figlio non posso immaginarlo. La sua tenera età e la sua innocenza lo avrebbero dovuto preservare dal carcere, o almeno fargli dividere quello di sua madre. Non ignoro per altro che l’Austria si permette ogni sorta d’iniquità.
— Si ricordi, signora, a chi sta dinanzi, e non voglia con propositi oltraggiosi al governo, far danno a sè medesima. Come ha ella potuto procurarsi il cadavere di suo marito, e a quale scopo lo faceva seppellire al suo ronco?
— Me lo sono procurato col danaro e colle preghiere. L’ho fatto seppellire al ronco perchè le persone care si vogliono avere possibilmente vicine quando sono vive e quando morte. Dalla mia camera vedo il luogo dove riposa. Ogni mattina, aprendo la finestra, invìo colà un saluto, e altrove una maledizione.
— Suo marito era un sedizioso che infiammava i cittadini alla rivolta, che fu preso colle armi alla mano, e punito come meritava, disse uno dei due consiglieri.
— Un Italiano così parla di un Italiano assassinato dagli Austriaci! Mio marito è muto in eterno, ma io rispondo per lui.
— La signora avrà abbastanza da rispondere per sè stessa, ripigliò il presidente additando la croce che stava in un angolo della sala. Riconosce lei quella croce?
— Infamia! disse la signora Elisa diventando smorta. Hanno dunque invaso di nuovo il mio domicilio, strappata la funerea pietra, e forse manomesso il sepolcro? Che avvenne del cadavere di mio marito?
— Non importa che ella lo sappia.
— I barbari! gl’iniqui! che violano anche le tombe delle loro vittime. Non vollero lasciarmi neppure le ossa dell’infelice. Essi temono che, bagnate dal pianto della sposa e del figlio, abbiano a ricomporsi e sorgere animate e minacciose agli oppressori.