— Chi ha composto l’epigrafe scolpita su quella croce? domandò l’altro consigliere.

— Io medesima «Per aver amato e difeso la patria fucilato degli Austriaci tiranni e carnefici d’Italia.»

— E chi fu il manuale che incise quelle audaci parole?

— Il signor consigliere sarà ben persuaso che lo domanda invano. Questo delitto lo aggiunga all’altro mio. Come ho composto l’epigrafe, così mi carico pure di averla scolpita. La cosa non sarebbe impossibile.

— Ella è già aggravata abbastanza. Le sue opinioni, i suoi discorsi, i suoi atti arditamente contrari al governo, il mal esempio che diffonde, i cattivi principii in cui educa suo figlio, tutta insomma la di lei condotta potrebbe attirarle il più grave castigo.

— La morte mi sarebbe meno dolorosa dell’esistenza a cui l’Austria mi ha serbata. Io sono rea agli occhi della tirannide, e sia fatto di me secondo le sue bieche deliberazioni. Ma mio figlio è innocente, e non deve gemere alla sua età nella solitudine e nello squallore di una prigione. In nome di Dio e dell’umanità sia lasciato libero, o se non altro gli venga concessa la compagnia di sua madre.

— Egli non potrebbe avere peggior compagnia di quella di sua madre, rispose accigliato il presidente. La signora si avvezzi al pensiero di separarsene per sempre. Suo figlio sarà posto in un collegio governativo per esservi educato come si conviene.

— Ciò non potrebbe accadere neppure dopo la mia morte. Vi sarebbe cosa più misera di questa, più infame e più insopportabile sulla terra? Io rabbrividisco al solo immaginarla. Mio figlio educato per cura del governo austriaco, l’assassino di suo padre! No, no, tale progetto esecrabile non può effettuarsi in verun modo. Il mio Faustino vi troverebbe scampo col precipitarsi da una finestra. Così sarebbe compito l’eccidio dell’intera famiglia. Mi si riconduca alla mia prigione.

— La signora non ha dichiarato abbastanza per qual modo ottenesse il cadavere di suo marito.

— Col pregare, ho detto, e col ricompensare le persone che potevano contentarmi.