— Forse mentalmente da lei.
— Signori, disse Don Aurelio, oggi bisogna fermarsi qui a far penitenza con me. Non si torna al ronco se non verso sera. Intanto se la signora Elisa è contenta, usciremo a passeggiare un poco sotto i portici.
Il doppio invito fu accettato. Non si videro mai per avventura unite tre persone dotate come queste della virtù di attirare gradevolmente gli sguardi. La signora Elisa quarantenne, ma bella ancora e sempre distinta per la sua aria gentilesca mista di dolce malinconia, era acconciata con semplicità squisita e perfetto buon gusto, confacente del tutto alla sua persona. Don Aurelio, coi capegli bianchi come neve, curvo alquanto ma rubizzo tuttavia e spedito nei movimenti, vestiva pulitamente e sodamente dal cappello alle scarpe, ornate di fibbie d’argento lucenti. Così dava risalto alla sua figura espressiva e improntata di amabile serenità. È inutile il ripetere per quali esterne doti Faustino si facesse notare. Tutti tre camminavano fra la gente rivolta verso di loro; bisognava essere distratti altrove per non guardarli. Cento volte furono salutati quando con domestichezza e quando con riverenza. Visitarono qualche persona di comune amicizia, e quindi si recarono a pranzo. Don Aurelio si comportò da cortese anfitrione, e Marta da esperta cuoca. Le vivande non furono molte, ma prelibate e servite decorosamente. Si adoperò la biancheria più fina e il vasellame d’argento e di porcellana straordinario. In mezzo alla tavola spiccava un bel mazzo di fiori del giardino di Marta. Dicano in coscienza i convitatori grandi e piccoli se il lusso più o meno abbagliante onde parano le loro mense proceda da riguardi rispettosi verso i convitati, o da vanità di ostentare le proprie cose invidiabili. Don Aurelio faceva quello sfoggio per cordialità e per onoranza de’ suoi commensali, che avrebbe voluto poterli trattare in piatti d’oro.
Sul tramonto del sole la signora Elisa e Faustino si avviarono al ronco, d’onde non tornarono a Brescia che il giorno stabilito con Don Aurelio per fare la prima visita al padre di Luigia.
III. Il duello.
In quella visita, accaduta alla fine di ottobre, furono accettate le scambievoli proposizioni, e si convenne che il matrimonio avrebbe luogo fra otto mesi. Faustino potè andare in casa di Luigia, ma non troppo di frequente, perchè la fanciulla non aveva più la madre, e stava sotto la custodia di una bonne.
Il giorno 14 dicembre Faustino entrò nel caffè sotto i portici nominato il bottegone, dove un amico gli aveva dato la posta, e non era ancor giunto. Per aspettarlo, si trattenne in una saletta vuota di avventori, facendosi portare qualche bevanda ed un giornale. Poco stante comparvero nello stesso luogo due giovani ufficiali austriaci, che sedettero ad un tavolino discorrendo fra loro in tedesco. Uno di costoro disse all’altro: «Non vedo l’ora di essere traslocato altrove. Questi maledetti briganti Bresciani ci odiano a morte. Avrebbero bisogno delle lezioni di un altro Hainau». Faustino non potè contenersi, e con un fremito di sdegno si alzò e proruppe nella medesima lingua: «Signore, voi siete un tristo, e vi domando ragione dell’insulto che avete fatto a me e a’ miei concittadini. Che noi odiamo gli Austriaci è verissimo, ma voi mentite vilmente chiamandoci con quei nomi ingiuriosi». L’ufficiale era balzato in piedi, mettendo la mano sull’elsa della spada e imprecando rabbiosamente. Faustino gli fermò il braccio, e lo tenne come dentro uno strettojo. L’altro ufficiale cercò invano di calmarli.
— Voi dovete disdire le vostre insolenze, continuò Faustino con accento risoluto.
— Non mai, urlò l’avversario schiumando di collera. Noi ci batteremo.
— Quando? dove?