— Domani alle otto del mattino fuori di Porta Pila sotto il castello.

— Ma io non possiedo armi.

— Porterò io due eccellenti pistole. Ciascuno verrà col suo padrino.

— Così sia, e siamo intesi.

— Guai a chi manca!

— Guai a chi manca! ripetè Faustino, lanciandogli uno sguardo fulminante e partendo di là.

Sotto i portici incontrò l’amico aspettato, e gli fece nota l’avventura pregandolo a volergli servire di padrino.

Non paia strano che il nostro giovane, alla prima occasione di affronto, si comportasse come un uomo solito alle contese e al farsi rendere ragione. Non si dica essere stata la sua impetuosa condotta poco in armonia colla dolcezza della sua natura. A questa dolcezza non si opponeva l’energia da lui adoperata nell’esprimere il suo giusto sdegno. Il sentirlo meno, o il manifestarlo pacatamente sarebbe stata una debolezza prossima alla viltà. Ricordiamoci quali sentimenti gagliardi egli nutrisse fra i teneri che gli occupavano il cuore. Ricordiamoci che suo padre, con cento altri patriotti, era stato ucciso da Hainau, e che ora un miserabile strumento di oppressione augurava a danno dei Bresciani una nuova tigre di quella fatta.

Faustino andò a trovare Luigia e Don Aurelio, studiandosi di comparire del consueto buon umore, e vi riuscì bastevolmente. Quel giorno egli pranzò fuori di casa, e la sera voleva fingere un male di capo e mettersi a letto per tempo, onde evitare di commoversi e tradirsi conversando colla madre. Ma questo consiglio lo rigettò, parendogli significare fiacchezza e crudeltà insieme. Io debbo saper padroneggiare il mio animo, egli pensava. Io non voglio togliere due ore di compagnia a mia madre, che è forse alla vigilia di perdermi per sempre. Anzi questa sera mi tratterrò più lungamente con lei, e domani ne comprenderà il motivo. La signora Elisa lavorava dinanzi ad un piccolo tavolino rotondo, sul quale stava una lucerna col globo di vetro smerigliato. Prima di sedere presso la madre, Faustino accese una candela, e si mise in disparte a squadernare un album collocato sopra un altro tavolino. Col proposito di voler evitare le commozioni, si abbandonava invece a suscitarle, e ne sentiva una sorta di voluttà tormentosa. I suoi occhi non erano attenti al libro, ma rivolti furtivamente alla madre. Qual nuovo dolore io le preparo, diceva tra sè medesimo; quante lacrime dovrà spargere ancora? Che sarà di me, che sarà di lei domani? O vincitore o perdente, o vivo o morto che io rimanga, uno strazio acerbo è riserbato al suo cuore. O il sepolcro mi torrà a lei per sempre, o la fuga e l’esiglio per lungo tempo. Mia povera madre! Ma non dipenderebbe da me il risparmiarle un tale supplizio? Chi mi obbliga di cimentare la vita con quel tedesco marrano? Non potrei io astenermi dall’andare al convegno, e beffarmi di lui? Questa idea gli fece comparire il rossore alla fronte. Io commettere una simile vigliaccheria? continuò a pensare. Io venir meno alla data parola, e alle leggi dell’onore? Non sarà mai! E l’ira che m’infiamma dovrà forse tacere? Non ardo io d’impazienza di castigare colui? E se la perizia o la fortuna gli daranno invece la palma? Non m’importa. Sia pur bella e preziosa la vita, mi consoli pure l’amore di mia madre e quello di Luigia, abbiano pure le due dilette un disperato cordoglio per mia cagione, ma domani si compia ciò che è scritto in cielo. La signora Elisa, tenendo sempre gli occhi abbassati sul lavoro aveva composto in questo momento le labbra al sorriso. Ella non ha sentore della sventura che le sovrasta, seguitò Faustino nel suo mentale soliloquio. Immagini liete le passano per l’anima, e la fanno sorridere. Chi, se non io e Luigia, può esserne la causa? Fuori di quelle che le vengono da noi, essa non ha al mondo altre consolazioni. E domani le sarà recata la novella.... Ah tristissimo pensiero! E se io la disponessi a riceverla senza desolarsi? Mi mancano forse buoni argomenti? Sì, voglio aver fede nella sua ragione e nella forza del suo animo. Ella non potrà disapprovare ciò che ho fatto, nè distogliermi dall’incontrarne le conseguenze. Una nuova riflessione lo ricondusse al partito di tacere. No no, io non oso promettermi che vi acconsenta. Ho supposto in lei dei sentimenti che una madre non può avere, molto meno una madre di unico figlio. Ella sarebbe rassegnata al vedermi partire per combattere i nemici della patria, ma non mai per cimentarmi in un duello. Il suo materno cuore addurrebbe tali ragioni potenti, che le mie cadrebbero come stolti sofismi. Le sue carezze, le sue preghiere, il suo pianto finirebbero col farmi mancare.... no, sull’onor mio non mancherò. Quindi mia madre non sappia nulla.

Egli andò a sederle accanto, e parlarono di Luigia, del futuro matrimonio, della felicità aspettata, e di altre cose famigliari e geniali, accompagnate di espansioni affettuose. La signora Elisa non ebbe il minimo indizio per sospettare che il figlio chiudesse nell’animo un disturbo, non che una guerra così tremenda, tanto egli seppe sorvegliarsi e governarsi accortamente fino al momento che si furono separati. Faustino invitò Francesco a seguirlo nella sua camera, dove gli raccontò l’accaduto.