— Più un paese è celebre per antiche e per nuove glorie, più debbono i suoi figli mostrarsi degni di esso. Come ti comporterai tu verso la tua patria?

— Amandola sempre e tanto maggiormente perchè infelice, servendola come meglio potrò, e sacrificandole se farà d’uopo la mia vita. Tu sarai contenta del tuo Faustino. Ascolta un poco, domani non è giorno di scuola, e invece di discendere a Brescia, salirò sul monte per tirare al bersaglio. Dopo domani poi, finita la lezione, tornerò al ronco in compagnia del maestro, il quale, come ti ho detto, mi ha promesso di venire a pranzo da noi. Preparagli qualche manicaretto gustoso, ed una bottiglia del migliore. Sarà mia incumbenza di cogliere un piattello di fichi dalla pianta esposta a mezzodì contro il pilastro, chè quelli sono i più saporiti. Io voglio molto bene a Don Aurelio.

— Questo è debito tuo verso l’uomo che t’instruisce con cura affettuosa.

— E poi egli è stato maestro anche di mio padre, ed ha benedetto la sua sepoltura. Verso sera lo accompagnerò fino alla porta della città, e tanto meglio se vorrai discendere tu pure a fare quattro passi con noi.

Dopo questa conversazione, Faustino prese a leggere ad alta voce le vite degli uomini illustri di Plutarco, e la madre di quando in quando lo interrompeva per farvi dei comenti e delle osservazioni pregevoli per concetto giudizioso e per chiarezza di esposizione. La signora Elisa aveva una piccola raccolta di opere scelte con discernimento, opere atte ad innalzare la mente ed informare il cuore al bene. Con alcuno di questi libri intratteneva ogni sera il figlio, e tali letture, fatte in simil modo, gli erano di grandissimo giovamento. Don Aurelio poi ammaestrava il fanciullo nel corso ginnasiale, ed era sommamente contento di lui, che possedeva tutte le qualità per farsi amare dai precettori, e per destare in essi la compiacenza dell’istruire. Oltre il suo bel sembiante, oltre la vivacità dello spirito, l’acume dell’ingegno e l’applicazione volonterosa allo studio, aveva il sentimento del beneficio che a lui si usava coll’ammaestrarlo, e questo sentimento lo faceva palese nelle più graziose maniere. Dopo una spiegazione ricevuta, dopo una difficoltà sparita, dopo un passo fatto nel sapere, egli volgeva al maestro un dolce sguardo esprimente la propria contentezza, e insieme il ringraziamento e la gratitudine a lui.

III. Il Bersaglio.

Il mattino seguente prima che spuntasse il sole Faustino e Checco il servitore, armati ciascuno di un bastone colla punta ferrata, presero a salire verso l’antico monastero di San Gottardo, passato il quale non vi sono più abitazioni, e la collina si cambia in montagna incolta, sparsa di roveti crescenti fra le roccie ignude. Continuarono per greppi senza sentieri fino al luogo della loro meta. Questa ascensione sarebbe stata faticosa per chiunque, ma Faustino e il suo compagno la fecero colla leggerezza di due capriuoli. Penetrarono in una valletta, e dal crepaccio di uno scoglio trassero una carabina, due pistole, la munizione contenuta in un sacco di pelle, e un’assicella della forma e grandezza di un tagliere, che serviva da bersaglio. Disposta ogni cosa, Faustino principiò a sparare contro il segno. Checco gli stava al fianco per caricargli l’arma, e per disciplinarlo nel modo di tenerla.

Checco, o Francesco, era un giovane di ventitrè anni, un alpigiano della Val Trompia, calato a Brescia nel marzo 1848 per menare le mani contro gli Austriaci. Egli si trovò in parecchie zuffe, e diede prove ammirabili d’intrepidezza e di ardimento. Il padre di Faustino lo vide combattere sotto i suoi ordini, e ne restò maravigliato. Gli pose benevolenza, e lo adoperò in tutte le fazioni da lui comandate al lago di Garda e verso i confini del Tirolo. Dopo il rovescio delle armi italiane, lo condusse con sè nell’emigrazione. Ricominciate le ostilità, Checco fece parte della schiera che comparve in ajuto della sollevazione bresciana, e col solito valore affrontò gli Austriaci nel villaggio di S. Eufemia, e poscia nell’interno della città. Egli cadde ferito difendendo una casa dal furore nemico, e nella medesima venne raccolto e curato fino alla guarigione. Intanto seppe la misera fine del suo protettore, e fu per disperarsi di cordoglio. Nel mese di maggio entrò come domestico al servizio della signora Elisa. Non è che si fosse appigliato a quel partito pel bisogno di guadagnarsi il pane, poichè la famiglia di Checco possedeva al suo paesello una casa, alcuni campi, ed una fucina in cui egli stesso lavorava con due fratelli e alquanti giornalieri. Neppure cambiò mestiere perchè trovasse duro adoperare il maglio e sudare alla fornace. Un nobile sentimento gli fu inspiratore di questa risoluzione. L’amore che aveva portato al suo infelice capitano volle continuarlo al figlio e alla vedova di lui non meno infelici. Così pel piacere di appartener loro in qualche modo e di poterli avvicinare, rinunciò alla propria indipendenza e si sottopose alla condizione di servo. Quando seppe chi giaceva nel sepolcro in fondo al ronco, si commosse stranamente e pianse come un bambino. Egli pure vi si recava spesso, e la sua faccia, naturalmente allegra, diventava in quelle visite piena di tristezza. Checco aveva un cuore dei più eccellenti. Quanto impetuoso e terribile era nel battersi, altrettanto si mostrava dolce e mansueto nella vita ordinaria. In pochi giorni si affezionò talmente a’ suoi padroni, che qualunque sacrificio per essi gli sarebbe stato leggero. La signora Elisa studiò attentamente questo giovane, e ben presto si persuase della bontà della sua natura e de’ suoi costumi. Inoltre conobbe in lui retto senso e perspicace intendimento, quantunque non fosse uscito dalla rozzezza montanina che quel tanto procuratogli dalla scuola elementare del suo villaggio. In grazia di queste rassicuranti qualità la signora Elisa permise che egli fosse compagno a Faustino nelle sue passeggiate e assistente a’ suoi ginnastici esercizii.

— Ma bravo, signorino, e cinque! In nove tiri farne cinque di buoni, ciò prova che si ha occhio giusto e polso fermo, disse Checco tutto contento.

— Dunque faccio io progressi? domandò Faustino egli pure contento.