Il giovane era entrato in Lombardia colle schiere vincitrici e pronte a nuovi combattimenti. Gli Austriaci, sgominati e inseguiti, si ripararono al Mincio dove, radunate tutte le loro forze, tentarono una grande battaglia decisiva. L’Europa la conosce sotto i nomi di Solferino e di San Martino; nomi gloriosi all’esercito alleato, e di funesta memoria all’Austria.

VI. Scena finale.

Le sorti di Francesco e di Faustino dovevano fatalmente essere eguali, colla differenza che il secondo contribuì ad una nuova vittoria, e sopravvisse alcuni giorni alle sue ferite. A San Martino egli ricevette in viso una scarica di mitraglia, che lo guastò orrendamente e lo rese cieco. Dopo le prime cure urgenti venne trasportato con altri disgraziati fino a Brescia, perchè Lonato, Castiglione, Montechiaro e tutti i luoghi prossimi al teatro della guerra erano pieni di feriti. Anche Brescia ne aveva un gran numero, che sempre più ingrossava. Molte case di nobili e di borghesi parevano ospedali. Quella, dove per caso fu condotto Faustino, ne accoglieva quindici o venti distribuiti in tre sale, e curati dalla padrona e da qualche sua amica. Diciamo senza indugio che era la casa del signor M.* il marito di Luigia. Il recente amor patrio di costui non andava fino al segno di fargli cedere a tale uso una parte della sua bella abitazione, ma per compiacere alla sposa vi si era accomodato. Inoltre aveva preso a nolo e messo al servizio delle ambulanze quante vetture pubbliche si potevano trovare. In opere di soccorso alle miserie della guerra egli fu prodigo del suo denaro; gli sia resa questa giustizia.

Faustino, più morto che vivo, non domandò in qual casa lo avessero ricoverato, e forse non sapeva neppure di essere a Brescia. Luigia, visitando i nuovi arrivati, fu per cadere svenuta presso il suo letto, mentre il chirurgo gli toglieva le bende per esaminare le ferite. Essa lo riconobbe quantunque mutato e pesto in deplorabile guisa. Gli occhi aveva aperti ma senza vista, la faccia bucata tutta quanta e gonfia estremamente. Luigia si ritrasse da quello spettacolo miserando per raccogliere l’animo e le forze di ritornarvi. Il chirurgo giudicò gravissimo il male. Alcune scheggie di mitraglia, penetrate molto addentro nella fronte, si potevano estrarre difficilmente, e facevano temere che qualche organo delicato avessero leso. Coll’assistenza di un collega operò l’estrazione alla meglio, e circa i suoi timori parve allora che si fosse ingannato. Il tentare un rimedio alla vista era impresa disperata, poichè le pupille apparivano colpite d’immobilità e di offuscamento insanabile. Il giorno dopo l’infermo cessò di delirare, e si sentì alquanto sollevato. Luigia lo curava colle sue mani, ma sempre taceva. Una compagna le stava indivisibile al fianco ad interrogare e rispondere per lei, come se operasse e parlasse una sola e medesima persona. Gli venne detto che egli era nella sua città nativa presso una supposta famiglia, di cui fu pronunciato il nome. Giunse Don Aurelio, e prima di aprir bocca stette un minuto a guardar Faustino e Luigia alternamente con pietà e doglia estreme. L’uno non poteva rispondere a’ suoi sguardi e restava impassibile; l’altra vi rispondeva con tale espressione d’ambascia da spezzare il cuore. Don Aurelio fece udire la sua voce.

— Ah, il mio maestro! disse Faustino scuotendosi e cercando la mano di lui. Le parole gli uscivano poco chiare, perchè aveva la bocca costretta e quasi sepolta nelle fascie. E mia madre? domandò.

— Oggi le scriverò a Novara, e subito si metterà in viaggio.

— Non le date il martirio di vedermi in questo stato; aspettate dopo la mia morte.

— Tu guarirai, Faustino mio.

— Guarire? non è possibile... voi mi vedete... ed io non posso veder voi! A che mi gioverebbe la vita senza il bene della luce? Vanno avanti i nostri? Combattono sotto Peschiera e sotto Mantova?

— Sì, gli Austriaci sono inseguiti al di là del Mincio.