— Ah, l’Italia libera! Io muoio contento. E Luigia è felice? La visitate sovente? Sa ella che mi trovo a Brescia mortalmente ferito?

— Basta così, Faustino, il chirurgo ha proibito di farti parlare.

— Quanto l’ho amata e quanto l’amo ancora! Sia risparmiata a lei, come a mia madre, la conoscenza del mio male irrimediabile. Voi solo siatene testimonio, e quando non sarò più, dite loro che io moriva senza patire.

Luigia e la sua amica si asciugavano il pianto. Don Aurelio salutò Faustino fingendo di allontanarsi, ma rimase a vedere la medicatura delle piaghe. Egli raccapricciò dinanzi a quel volto sfigurato miseramente, quel volto così bello non ha guari. Lo intenerirono poi le sollecitudini pietose delle due infermiere, e il modo industre che adoperavano nel loro ufficio per parere unificate. Don Aurelio partì disperando della guarigione di Faustino. Infatti il suo stato peggiorava ad ogni ora. La febbre, il delirio e le trafitture interne del capo facevano di lui il più crudo governo, e non gli davano che brevissime tregue. In una di queste Luigia, rimasta un momento senza la sua compagna, si arrischiò alterando la voce, di rispondere ad una domanda dell’infermo.

— Dio! esclamò egli animandosi per quanto lo poteva; ripetete, o signora, la vostra risposta.

Luigia tacque.

— Per pietà, fatemi udire ancora la vostra voce.

Il silenzio non fu rotto. Allora Faustino prese ambe le mani della sua infermiera e andò tastandole avidamente dove principiano le dita. Egli riconobbe il piccolo cammeo rotondo, l’anello che aveva donato a Luigia.

— Bontà celeste, che discopro io mai! Luigia! Parla, parla, te ne scongiuro.

— Faustino!...