— È lei! La mia Luigia! O Dio, datemi per un istante la vista, ch’io possa guardarla, e poi fatemi morire tra le sue braccia.
— Faustino!...
— Essere medicato da te! Ed io non saperlo! Ma l’altra pietosa che mi confortava?
— È una mia amica. Tu sei in casa mia.
— E tu sempre tacere! Non darmi un sentore della tua presenza! Temevi di cagionarmi tormento o gioja mortale? Ah, tormento no... gioja mortale, ma dolcissima, immensa...
E le baciava la mano, umettandola di lacrime. Sì, quegli occhi spenti poterono piangere ancora, ultimo loro pianto. La somma commozione lo interruppe, e quando fu in grado di continuare, aveva perduto la memoria della sua scoperta. Disse parole d’incoerenza e di vaneggiamento. Nella mente disordinata gli passavano idee relative alle battaglie, ai trionfi riportati, e alla libertà della patria. Gli pareva di essere al ronco presso il sepolcro del padre, su pei monti con Francesco, e poi in prigione colla madre. Ora gioiva nominando Luigia come sua sposa, ora si disperava di averla perduta, e citava le lettere da lei scrittegli in Piemonte. Il vaneggiamento e il letargo non lo abbandonarono più. Egli non riebbe la conoscenza neppure alla voce di sua madre. Miserrima donna, con qual animo gli stavi sopra a guardarlo, a parlargli, a baciarlo, a struggerti di lui senza ottenere una risposta!
Alle parti cerebrali dell’infermo si era manifestata una lesione, e la faccia gli si colorava di un rosso livido infiammato. Dopo cinque giorni di tale esistenza, egli morì di corpo, come era già morto di spirito. La madre, Luigia e Don Aurelio accolsero il suo estremo sospiro.
Faustino riposa nel bel Camposanto di Brescia sotto un modesto monumento. Due volte la settimana una carrozza si ferma verso sera nel gran viale dei pini, e ne discendono un prete ed una signora in gramaglia. Entrano nel sacro recinto, e si prostrano dinanzi al monumento. Povera signora Elisa! Povero Don Aurelio!