— Dammi una ciocca di capelli ed io ti do la forbice.

— Impossibile, impossibile — e rideva come una pazza.

Io rimetteva in tasca la forbice, ma poco dopo mi era domandata di nuovo. E di nuovo la forbicina esciva dalla tasca e la bionda Eva la apriva, la chiudeva, ammirando il congegno con cui si piegava sopra se stessa, nascondendo le proprie punte. Ed io sperava di nuovo di avere i capelli e di metterli nel mio museo fiorentino.

Ad un tratto Eva si mette a ridere coll’aria di chi ha trovato qualche diavoleria, onde conciliare due opposte cose, e mi propone il cambio della forbicina inglese coi capelli di sua sorella.

Accetto, ed essa colla stessa mia forbice recide una ciocca di capelli alla sorellina, che avevan lo stesso colore dei suoi. Aveva vinto la partita! aveva la forbice e non aveva sagrificato un filo dei suoi bellissimi capelli.

Non volli darmi vinto del tutto alle furberie di una Eva lappone e le dissi, che per di più voleva un bacio da lei.

E la innocente fanciulla mi baciò sulla bocca, senza scrupoli come senza malizia. Ella era però troppo felice, perchè potesse contenere la sua gioia nell’angusto recinto di quella capanna e si offerse a chiamare le renne, perchè le potessimo vedere più da vicino. Imbottì le sue scarpe di renne con un fieno così verde, così profumato, così ben pettinato, ch’io le invidiai quella calzatura. E allora uscita fuori, si mise a correre sulle rupi molli di licheni, balzando di sasso in sasso, come camoscio petulante, coi capelli spettinati dal vento, e aguzzando lo sguardo sul lontano orizzonte per scoprire dove fossero le renne e per additarcele, ridendo e folleggiando. Quanto era bella quella sua innocenza selvaggia, quanto era cara quella giovinezza senza peccati; quella gioia senza rimpianti, quel sorriso di una vita felice, che rispondeva a un pallido raggio di sole, che, fra le nubi rotte dal vento, brillava in mezzo ad una pioggia fina fina di piccolissime perle d’argento.

Eva sapeva leggere, sapeva parlar norvegiano, sapeva munger le renne e guidarle, sapeva cucire e cucinare e vestire i fratellini. Era buona, intelligente e, al modo lappone, sapiente, e quel che è meglio, felice. Quante delle nostre signore non potrebbero invidiarla lassù nella sua capanna di Ojungstrakten!

CAPITOLO TERZO

LETTERE LAPPONICHE DELL’AMICO SOMMIER — UN BAGNO FINLANDESE PRESO A ELVEBAKEN — I LAPPONI A KAUTOKEINO — BOZZETTI LAPPONICI.