— Guarda te, Havfrue, tu sei in pericolo!
Nel medesimo momento l’Havfrue saltò in mare, ma tornò fuori un po’ più distante e gridò al fratello maggiore, che l’aveva salvata:
— Vieni qui domani a quest’ora, che tu non te ne pentirai.
I due fratelli tornarono a casa, ma la sera seguente il maggiore escì solo e sedè là dove era seduto la sera avanti. Non era molto che stava là, quando giunse una volpe nera ed egli la uccise. Tosto dopo venne anche l’Havfrue dal mare, si sedette sul medesimo scoglio e gridò al giovane di venire anche esso.
— Non hai da temer nulla — aggiunse — non ti farò alcun male!
Il giovane fece come gli veniva comandato.
— Sediti ora sulle mie spalle — disse l’Havfrue — e nascondi il naso e la bocca sotto i miei capelli, affinchè tu non venga soffocato, mentre ti condurrò attraverso alla profondità del mare alla dimora di mio padre.
Il giovane fece così. Allora l’Havfrue tuffò nel mare col giovane, e quando furono giunti al fondo del mare, essa prese un’àncora e la diede al giovane e disse:
— Quando saremo arrivati nella casa di mio padre, questi vorrà provare la tua forza, ma egli è cieco e per questo non gli devi dare la mano, ma gli devi stendere l’àncora.
Essi arrivarono al luogo ove abitava l’Havfrue e lì non vi era nè l’acqua, nè buio; la luce vi era chiara come sulla terra e l’acqua stava al disopra di loro come una vôlta. Quando il giovane stese l’àncora e disse buon giorno, il padre dell’Havfrue la strinse con tanta forza che le branche si piegarono. Il padre e la figlia dettero al giovane un monte di argento e l’Havfrue vi aggiunse ancora una gran coppa d’oro, che una volta era stata sopra la tavola di un re. Essi quindi tornarono nel modo stesso che erano venuti fino al punto da dove erano partiti.