Dopo quattro ore di marcia ci si fermò in una capannetta di rifugio, dove si fece fuoco con legna raccolta nella traversata dell’ultimo bosco. Si prese il solito caffè lapponico, che tu conosci già, e poi altre cinque ore di marcia, e altra fermata con ripetizione dello stesso caffè. La seconda fermata fu più lunga e durò fino alle due dopo la mezzanotte. Un nuovo caffè ci risveglia dal torpore notturno e si entra in una barca, con cui si risale il fiume, ora remando ed ora puntando, secondo la diversa profondità delle acque. Così si giunse a Masi, unico luogo abitato che si trova dopo Garkia.
Masi è la residenza del postino; è un’altra stue, ma il campo chiuso dallo steccato ci rallegra colla vista di pochi montoni e di cinque o sei vacche. È quello il piccolo mondo che basta all’esistenza fisica e psichica di quel povero uomo, che non conosce altro e non desidera altro. Se vuol parlare con anima viva, deve percorrere almeno venti chilometri; vive del prodotto dei suoi montoni, delle sue vacche, della pesca e di quel po’ di farina che compra sulla costa e si porta a casa nell’inverno, quando la neve rende più facili le comunicazioni. Va a segare l’erba, spesso a qualche ora di distanza, e nell’inverno va a raccoglierla colla slitta, o va sui monti a strappare dalle rocce i licheni.
A Masi la carovana si divise: la posta continuò la sua strada, ed io rimasi col postino per la ricerca dei cranii lapponi, che dovevano trovarsi in un antichissimo cimitero, dimenticato da tutti, dove già erano cresciuti arbusti e alberetti, e dove, senza alcuna profanazione di affetti, io potevo sciogliere il mio voto e farti felice.
.... E i cranii si trovarono: appena comparve il primo, posata per un momento la vanga, innalzai al cielo.... il fumo d’una spagnoletta, l’ultima che possedevo e che conservavo da un pezzo. Avevo fatto voto solenne di non fumarla prima di aver avuto un cranio lappone. Non ho bisogno di spiegare a te, paladino degli alimenti nervosi, il dolore che provai, vedendo ridursi in cenere quell’ultima spagnoletta. Rimanere in Lapponia senza quel conforto, senza quell’ultima riserva per i momenti di noia, di malinconia e di fame!
.... Il giorno dopo io era zoppo, e il mio cavallo era destinato al trasporto delle casse dei cranii e dell’altro bagaglio.... Convenne però adattarsi e senza sella mi accomodai fra i cranii e i pacchi di carta sugante. Non era certo il modo migliore di viaggiare: ora paludi nelle quali il cavallo affondava, ora pietre nascoste dai cespugli nelle quali il cavallo inciampava, or boschi folti che mi schiaffeggiavano coi loro rami. Io mi lasciava portare sonnolento, muto e distratto, non senza pericolo. Infatti una volta il mio povero ronzinante fece un buon capitombolo; fortunatamente in un terreno coperto di morbidissimo sfagno. Peccato però che io mi trovai sotto le casse dei cranii!
Non parlo delle zanzare, che sono la prima peste di un viaggio lapponico. Ve ne sono di due specie, una mi sembra essere eguale alla nostra; è soltanto un po’ più grulla, perchè si lascia ammazzare molto facilmente. L’altra è più piccina, ma molto velenosa e ti vola in branchi innumerevoli nel naso, nella bocca e negli occhi, in modo da toglierti il respiro e da accecarti. Per fortuna non ti tormentano nè a tutte l’ore, nè in tutti i tempi; quando tira vento e fa freddo, scompaiono. Io avevo adoperato il barbaro metodo di difesa dei lapponi, dipingendomi il volto con catrame sciolto nell’olio di pesce, ma benchè mi fossi ridotto un mostro, non trovai che il rimedio fosse troppo efficace.
.... Ti risparmio il monotono racconto della monotona continuazione del mio viaggio e giungo a Kautokeino alle undici di notte. Vi ho veduto le prime stelle, dopo due mesi passati nella luce sempiterna ed ebbi per la prima volta dopo due mesi una candela. Quanta allegrezza! Era però un’allegrezza molto fredda, perchè il termometro segnava cinque gradi solamente sopra lo zero!
Kautokeino è pure una gran bella città! Una ventina di case tutte di legno, 200 abitanti circa in 40 famiglie, e nell’inverno un 600 lapponi nomadi, accampati intorno alla loro metropoli in un raggio di più che 100 chilometri. Vi risiedono un lansmand, un handelsmand e qualche volta anche un prete. Ora, per esempio, non ve n’è e bisogna farne senza. Un paio di volte all’anno viene qui un sacerdote, fin da Tromsoe o da Alten, e battezza, conferma, marita, comunica e dà tutti quanti i sacramenti.
Neanche in questa grande capitale lapponica potei mangiare un po’ di carne fresca di montone. Dicono che le pecore in questa regione sono ridotte dalle zanzare a pelle ed ossa. Dovei quindi contentarmi di carne di renna salata e di pane nerissimo, senza parlare delle altre delicatezze gastronomiche di questi paesi e che tu conosci già.
Uno dei personaggi più interessanti di Kautokeino è la levatrice, che è indigena, ma ha studiato un anno a Cristiania, che è svelta, intelligente, e parla molto bene il norvegiano. Mi dice però che i lapponi nomadi ricorrono raramente a lei, perchè il marito fa da ostetrico alla moglie e poi fa anche da sacerdote battezzando il neonato.