Nel ritorno da Kautokeino fui premiato delle mie fatiche. Figurati che ho trovato la pinguicula villosa e la vahlodea atrapurpurea! Tu, che hai viscere di naturalista, m’intenderai. Ho attraversato il Beskadasfield colla pioggia, con un vento indiavolato e con un freddo.... veramente lapponico. Nella sosta la guida mi fece una specie di muraglia colle casse dei cranii, e raccogliendo lì per lì alcune bracciate di sarmenti di betula nana riuscì ad asciugarmi e a riscaldarmi. Quella povera betula nana era pietosissima; bruciava benchè verde, bruciava benchè bagnata. Scendendo dall’altipiano, salutai il riapparire dei pini colla stessa gioia con cui un arabo, condannato a vivere lungamente nella Norvegia, darebbe il benvenuto alla prima palma, che gli apparisse all’orizzonte. E più tardi salutai con uguale amore il profilo dei monti nevosi e il mare azzurro, che riflettevano un cielo azzurro, anche esso! Una vera orgia meridionale e che nel Circolo polare mi riscaldarono cuore e paracuore agghiacciati da tanta Lapponia! Non ricordò di aver salutato con più caldo amore il divino golfo della Spezia, quando andando a San Terenzio, lo saluto dai colli di Lerici.
Ora eccoti alcune notizie sui lapponi di Kautokeino: i fissi vi sono in numero di circa 200, i nomadi in numero di 600.
I lapponi fissi che ho visti a Kautokeino sono in media più alti e più membruti di quelli nomadi visti a Tromsoe. Alcuni (donne specialmente) sono anche addirittura grassi, cosa mai vista a Tromsoe. La maggioranza è di pelo biondo o castagno non scuro. Ho visto delle famiglie numerose di cinque, di sei, e perfino di nove figliuoli. Vi ho visto della gente vecchia assai e ben conservata, senza infermità (da 80 fino a 90 anni). Il padre della levatrice, morto a 90 anni, andava ancora alla pesca e lavorava come un giovane (dice sua figlia). Non pare che si maritino presto; 16 anni, con maternità a 17 è stato il caso più precoce citatomi. Sono tutti o quasi tutti più o meno imparentati coi quäne: ma su questo punto è difficile avere informazioni esatte; quando si tratta di cose che risalgono oltre due generazioni, non ne sanno, in generale, più nulla. Sono quasi tutti vestiti alla lappona (costume di Kautokeino, che è diverso da quello di Karasuando); per lo più parlano anche quäne e niente norvegese. L’insegnamento nella scuola si fa in lappone, ma pretendono d’insegnare anche il norvegiano (con infelice successo, a quanto pare). L’insegnamento è obbligatorio. Anche i nomadi devono mandare i loro bambini a scuola sei o sette settimane all’anno, se non possono da sè dar loro l’insegnamento della lettura e della religione. Però oltre ai due maestri (lapponi ambedue, che ho conosciuti) che insegnano a Kautokeino, ve ne è un terzo, che gira di accampamento in accampamento per insegnare a domicilio (gratis). Non sono confermati altro che quando conoscono la religione, sanno leggere e fare le lettere: e non possono sposarsi se non sono confermati. (Talvolta però, e non di rado, si dispensano dal matrimonio come lo provano due ragazze (pige), che ho conosciute e che avevano un bambino per una). Nell’inverno hanno molti rapporti con la Finlandia, donde traggono specialmente il legname da costruzione. In quella stagione vengono pure in gran numero alla costa occidentale, ai mercati di Bossekop, ove vendono carne, corna e pelli di renne, burro, e comprano acquavite, farina, caffè, zucchero e stoffe di lana. Molti dei lapponi fissi posseggono renne da tiro e le affidano ai nomadi per il viaggio d’estate alla costa. I nomadi lasciano nei piccoli caseggiati inchiusi nelle seribe dei fastboende (fissi), le loro slitte ed altre cose che non portano seco alla costa. Lasciano inoltre i vecchi, che non possono più fare il viaggio e che vivono in parte a spese pubbliche. I fissi hanno per lo più vacche e montoni la cui lana lavorano da sè; pescano e conservano in parte il pesce salato per l’inverno. Quando vi fui io, erano tutti occupati a segare il fieno e nessuno pescava, per cui non potei assaggiare i natanti abitatori della Kautokeinoelv. La coltura della terra si riduce quasi a nulla; pochissimi e piccolissimi campi di rape, ed un solo di pochi metri quadrati di patate, per le quali il proprietario aveva buone speranze quest’anno; cosa rara! Vedendo il bel sole e sentendo il caldo che ci faceva quando c’ero, pareva impossibile che nei mesi d’estate la terra non potesse produrre altro. Ma bastava per convincersene guardare un pozzo ancora coperto da un grosso lastrone di ghiaccio forato nel mezzo per potere attingere l’acqua, e sentirsi dire che a quattro piedi di profondità la terra è gelata tutto l’anno, che la neve copre ancora il terreno nel principio di giugno e comincia a cadere in settembre, e che ogni inverno vi gela il mercurio ed il vino (anche quello di Porto!)
Ho conosciuto avvocati, che difendono i lapponi quando sono chiamati al tribunale per rispondere di furti (solamente di furti e quasi sempre di renne), e dicono che essi sono di un’abilità ed astuzia grandissima nel difendersi, e che hanno metodi molto ingegnosi per rubar renne, senza che poi si possa provare il loro delitto.
Ho avuto in Kautokeino molti particolari sul famoso furore religioso che ha invaso i lapponi e li ha indotti a massacrare il lansmand, l’handelsmand, ed a bastonare il prete, e che ha procurato al museo di Cristiania lo scheletro di uno dei due lapponi giustiziati in conseguenza di quell’assassinio. Fu opera dei lapponi nomadi, i quali pare fossero persuasi di fare opera grata a Dio. Si deve all’intervento dei lapponi fissi se non fu ucciso anche il prete (oggi vescovo).
Il lappone più intelligente fra quanti ne ho visti è un ex-maestro di scuola, ora pensionato, che vive in Elvebaken presso alla missione cattolica, di cui sua moglie è proselita (egli però non si è voluto convertire). Capisce un po’ di tedesco e un po’ d’inglese, s’interessa a molte questioni d’ordine generale, ha letto molto, e da lui ho saputo che vi è una buona descrizione, con considerazioni geologiche, di Elvebaken, fatta dal De Buch. Mi ha assicurato di essere di origine lappone pura, e stando al tipo, potrebbe anche essere, quantunque abbia barba alle gote. Egli è stato qualche tempo a Throndhjem in un ospedale di alienati, e dicesi, dà ancora di quando in quando segni di pazzia. Questo mi faceva pensare che quando si vuol ficcare in un recipiente, che non è fatto per ciò, troppa roba, qualche volta il recipiente si spacca!
Dei lapponi pescatori (sœlappen) ho visti moltissimi; ed in essi come in quelli di Kautokeino si vede l’effetto del miscuglio con altra razza, specialmente nella statura e nella forza; di quando in quando, trovi tra essi, anche in uomini alti, un tipo prettamente mongolico; t’imbatti in alcune ragazze che, quantunque nella loro faccia si scorga ancora il tipo lapponoide, hanno forme rotonde, e vestite all’europea e pulite si possono chiamare belline. Qualche volta parlano bene norvegese, sono abbastanza intelligenti ed istruite, al punto di conoscere che cosa sia l’Italia, e di sapere che vi crescono gli aranci ed il fico, del cui frutto gl’italiani sono molto ghiotti.
In quanto al tipo dei quäni non ci ho capito nulla. Se ne domandi alla gente del paese, ti dicono che riconoscono subito un quäne dalla sua faccia; e ti descrivono una faccia lapponoide. E difatti di quelle facce ne trovi fra quelli che si dicono quäne, ma che io sospetto di esser tutti più o meno imparentati coi lapponi, sia ora con quelli della costa, sia anticamente nella loro prima patria, ove da secoli sono in contatto coi lapponi, poichè ho visto molti quäne, venuti di recente dalla Finlandia, che non avevano nient’affatto quel tipo.
Ieri un norvegese, vedendo una carriola con me, mi disse: Questo è quello che un vostro compatriotta chiama un guscio di noce sopra due ruote! Le tue lettere al Fanfulla sono state tradotte per intero dal Morgenbladet e riprodotte in molti altri giornali norvegesi, per cui tutti qua le hanno lette.