Saivvo-sarvvak

Le renne maschie del Saivvo erano al servizio di pochi noaidi; essi le facevano combattere fra loro e il proprietario della renna che rimaneva ferita ammalava o moriva.

Jabmi-aibmo

Era la dimora dell’oscurità, della peste, del pianto. Qui andavano i cattivi, i ladri, i bestemmiatori, i violenti; questi erano i soli difetti che per essi costituivano un peccato. Nel Jabmi-aibmo regnavano Rota, la sua moglie Jabmi-akko (la madre dei morti che porta le malattie con sè) e Fudno. Ogni malattia veniva dalla dimora di Rota (Rota-aibmo) e proveniva da parenti morti, che vi abitavano; per guarire bisognava sacrificar loro, o mandare un noaide a cercar di placarli. Per guarire un bambino lo si ribattezzava, sicchè dal numero dei nomi di un lappone si poteva dire quante volte era stato ammalato da bambino. Il viaggio dei noaidi al Jabmi-aibmo non era sempre e unicamente per guarire un ammalato; qualche volta lo intraprendevano per ottenere, che qualche antenato o parente morto tornasse sulla terra per stare a guardia delle renne.

Quando un noaide doveva intraprendere un viaggio nel Jabmi-aibmo, radunava il maggior numero di uomini e di donne che poteva. Fra questi, due donne dovevano essere in abiti di festa con cuffie di tela sulla testa, ma senza cintura intorno alla vita. Queste donne, durante questo ufficio, si chiamavano Sarak. Uno degli uomini presenti doveva pure sciogliere la cintura e levarsi il berretto, ed a questo si dava il nome di Maerro-oaivve. Quando tutto era pronto, il noaide impugnava il runebom e cominciava a batter sopra e a cantare dei canti magici a squarciagola. Tutti i presenti si univano ad esso con un forte e continuo jouigen (canto magico). Quindi il noaide cominciava ad evocare i suoi Saivvo-gazzek, le anime del Saivvo che lo dovevano aiutare. Prima evocava il Saivvo-lodde (l’uccello) gridando: Haette dal gocco du matkai! (Ora ti devi mettere in via!). Quando questi era arrivato, visibile naturalmente per lui solo, gli ordinava di condurgli altri Saivvo-gazzek e primo di tutti Saivvo-gnolle, il pesce o il serpente. Quando erano arrivati tutti, il noaide levava il suo berretto, scioglieva la sua cintura e i legacci delle scarpe, si metteva le mani davanti al viso, cadeva in ginocchio e dondolandosi col corpo avanti e indietro, col runebom in mano, cominciava e correre in giro sui ginocchi con straordinaria rapidità e gesticolazioni strane. Di quando in quando gridava: Valmasteket haerge, saccaleket vodnos! Si attacchi la renna, si metta il battello nell’acqua! Prendeva colle mani e gettava in aria dei tizzoni di fuoco, mostrando che il fuoco non lo bruciava, beveva acquavite, si picchiava sul ginocchio con un’ascia, minacciando colla stessa dietro di sè, e portandola tre volte in giro alle Sarak. Finalmente tutto quell’eccitamento combinato col digiuno che aveva osservato per tutto il giorno avanti, agiva in tal modo sul suo corpo che cadeva come morto, in modo tale che «non si poteva udire nè vita nè anima in lui.» In quello stato rimaneva un’ora. In quel tempo nessuno lo doveva toccare; non dovevasi neanche lasciarsi accostare una mosca. Durante questo svenimento, la sua anima viaggiava sul Saivvo-gnolle verso il Saivvo e il Jaibmi-aibmo sotto la protezione di Noragales e del suo cane. Mentre la sua anima era assente, le Sarak discorrevano tra loro a voce bassa, cercando d’indovinare verso qual Saivvo potesse essere andata. Quando nel nominare i diversi Saivvo (dei quali, come abbiamo visto, ve n’eran molti con un nome speciale per ognuno) arrivavano a nominare quello nel quale era andato lo spirito del noaide, questi cominciava a muovere un poco la mano o il piede. Allora le Sarak seguitavano a discorrer tra loro, giuocando ad indovinare cosa faceva e come gli andava, ed il noaide cominciava a ripetere quello che sentiva dire dai morti e quello che contrattava con essi nel mondo invisibile, o a rendere oracoli, che si riferivano al da farsi nel caso presente.

Qualche volta il noaide doveva sostenere dura lotta nel regno dei morti col Jabmek, che non voleva lasciar partire il morto che voleva avere per guardiano delle mandre, o che voleva assolutamente che il parente ammalato lo venisse tosto a raggiungere; in quei casi il Saivvo-gnolle aiutava fedelmente il noaide nella lotta.

Basek dei lapponi, luoghi sacri, luoghi di adorazione e di sacrifizi

La fantasia dei lapponi colpita da qualche pietra o rupe di forma strana lo attribuiva all’azione dei suoi Dei e i luoghi dove si trovavano questi monumenti naturali, che chiamavano Basse, erano i loro luoghi sacri, dove adoravano e sacrificavano, in piena aria, quello che è la chiesa o il tempio per altri popoli più civili, che hanno accomodato le cose più comodamente per sè e per i loro Dei. Consideravano pure come Basse alcuni luoghi ove cascata o un ghiacciaio rendeva loro difficile il transitare colle renne, o luoghi ove era successa qualche disgrazia o dove avevano avuta grande sfortuna alla pesca o alla caccia. Colà sacrificavano a quel Dio, che pareva loro esserne stato causa. Potevano esser luoghi sacri anche quelli ove il lappone era stato fortunato; si chiamavano allora Basse-varre e lì si sacrificava parte della preda; ancora oggi molti luoghi hanno conservato il nome di Basse. Questi Basek potevano essere più o meno conosciuti: potevano essere il luogo sacro di una sola famiglia o di un distretto intero. (Ancora 20 anni fa si sa di un lappone che aveva il suo idolo e vi faceva sacrifizi). Il rispetto dei lapponi per i loro Basek era molto grande; non costruivano le loro capanne troppo vicine per non disturbare il Dio col pianto dei bambini, non vi passavano davanti senza fermarsi e si avvicinavano sempre con tutti i segni della riverenza, genuflessioni ecc.

I Sieide, idoli

In questi Basek stavano gli idoli dei lapponi, che potevano essere di pietra o di legno. Questi idoli rappresentavano la divinità; forse anche qualche lappone credeva che vi risiedesse dentro, ma tutto fa credere che non fossero veri idolatri. Questi Sieide o idoli non erano fatti ad arte: erano o le roccie di forma speciale che si trovavano nei Basek o pietre di forma strana trovate sopra una spiaggia e portate nel luogo sacro ove simboleggiavano le loro divinità. Ve ne erano per il solito diverse in uno stesso luogo. Intorno ad ognuna si costruiva un muro di pietre e sopra uno steccato di legno per proteggere gli oggetti sacrificati. In vicinanza dell’idolo costruivano una specie di trespolo per deporvi le offerte. Si trovano ancora resti di questi muri di cinta in molti punti in Finmarkia, ma gli idoli sono spariti, distrutti o gettati via dai missionarii e dai lapponi stessi. Solamente alcuni dei più grandi di questi idoli foggiati dalla natura e troppo grandi per essere rovesciati o portati via esistono ancora. Gli idoli di pietra fatti dagli stessi Dei erano tenuti in molto maggior conto di quelli di legno fatti dall’uomo.