Il freddo ha molte altre virtù; il freddo rallenta ogni atto della vita e rallentando conserva. Uno di noi vede, e non ha visto ancora che ama ed odia, adora o disprezza e nel vortice di un incendio subitaneo s’accende, divampa e si spegne. L’uomo del nord vede e pensa e poi ripensa ancora, per poter precisare se sente davvero e come sente. Domani e posdomani ancora il lento pensiero lo condurrà ad un lungo travaglio per deliberare e fare. Intanto le sorprese dei sensi e le intemperanze della passione riescono impossibili e l’uomo si conserva più immacolato e più sereno.
La lentezza a rispondere, a decidersi, a capire ci impazienta sulle prime, ma poi ci persuade, che essa è una quasi virtù. Una volta Marmier s’impazientì in una casa di posta, per aver aspettato tre ore il cambio dei cavalli per il suo kärra. Allora il maestro di posta gli si avvicinò con un’aria solenne, dicendogli: — Come, signor mio, voi vi lamentate per aver atteso i vostri cavalli tre ore? Si aspettano qualche volta anche quattro ore.
A questa lentezza va però congiunta una grande tenacità di sentimento. Dopo parecchi anni di assenza voi potete esser sicuri di ritrovar sulle istesse labbra lo stesso sorriso di un’amicizia, che non ha dimenticato. Aggiungete a tutto questo una semplicità ingenua, un’onestà profonda, una naturalezza seducentissima, tutte quelle virtù simpatiche, che poggiano sul fondo d’una sincerità spontanea. Io non ho veduto mai una barba tinta, una capigliatura posticcia, io mi son sentito nell’ambiente scandinavo come trasportato in un mondo antico, come in un paradiso terrestre, prima del peccato di Eva; mi son sentito come lavato e purificato delle cento e una ipocrisie, colle quali ci si tinge, ci si maschera, ci si traveste ogni giorno, ogni ora della vita. Io ho trovato in quella terra ghiacciata una società umana fondata sulla reciproca stima; mentre fra noi vedo una società, che appoggia le sue leggi, i suoi costumi sopra una mutua diffidenza, tantochè una metà dei cittadini è incaricata di vigilar l’altra[5].
Nè crediate che io, idealizzando, esageri; no, anche là vi sono vizii e delitti, anche là si beve a iosa e si amano le femmine libertine, ma il vizio è un episodio o una malattia; non è penetrato in tutte le vene, in tutte le fibre, in tutte le midolle delle ossa. Là, non ho veduto in ogni via un birro, e in ogni stazione un carabiniere; là io mi son sentito libero da quell’inquisizione quotidiana, lenta, tirannica dell’esattore, del prete o del giudice. Là ho veduto le ombrelle lasciate sulle vie per non bagnare le scale. Là ho veduto tutte le notti le botteghe del gioielliere non chiuse da imposte di legno, ma solo difese da un fragile vetro, e là ho saputo che tutta la grande città di Trondhiem non aveva che otto poliziotti; e anche quelli non escivano mai dalla caserma, per mancanza di occupazione!
Ma sarà dunque vero, che l’uomo non si moralizza, che quando è tenuto nel ghiaccio, a guisa della carne, che non si conserva che sotto la neve? Ma sarà dunque vero, che quello stesso sole, che accende il nostro sangue agli impeti della passione, ci infiammi alla bassa lussuria; che quella stessa luce, che ci abbrucia le carni e ci esalta i nervi, ci conduca all’ombra dell’ipocrisia, ai tradimenti e al delitto? Ma sarà dunque inesorabile questa sentenza, che vuole concessa all’uomo una sola virtù, o quella dell’impeto o quella della tenacità? Non potremo dunque mai, noi altri figli del cielo azzurro, aspirare alla luce serena e sempiterna degli astri, per divampare soltanto nelle eruzioni dei vulcani o per ardere nelle afe della canicola?
L’ardua sentenza ai posteri; noi per ora accontentiamoci di salutare con amore quella terra vergine del nord, dove gli uomini son così sinceri, le donne così serene e la libertà non è scritta soltanto sulle superbe tavole di bronzo delle nostre leggi; ma è fusa nel sangue e nelle carni di ogni cittadino dal re al lappone, e forma la prima luce di quel cielo inclemente, la prima nobiltà di quella gente operosa e valente.
CAPITOLO QUINTO
STORIA NATURALE DEI LAPPONI — LORO NUMERO E LORO NOME — RITRATTO DEI LAPPONI FATTO DA UN POETA E DA UN PRETE — ABITUDINI E COSTUMI — LE SLITTE, LE CAPANNE E LA VITA NOMADE — LORO PSICOLOGIA — LE NOZZE E I FUNERALI — ORGANISMO SOCIALE ED ECONOMIA POLITICA — LORO INDUSTRIA — ORIGINE DEI LAPPONI.
Che cosa sono dunque questi lapponi? Qual posto dobbiamo assegnare nella gerarchia dell’intelligenza e del sentimento a questi nostri fratelli geografici, che sono così poco europei e sono così diversi da noi? Incominciamo dalla parte più facile, contiamoli: l’aritmetica sarà sempre l’alfabeto della scienza e la base più sicura per appoggiarvi l’edifizio delle nostre cognizioni.
Frijs e Rèclus sono i due autori più attendibili per ciò che si riferisce al censimento dei lapponi. Il dottissimo professore di Cristiania ci dice che son poco meno di 30,000, sparsi sopra una superficie di 10,000 miglia quadrate norvegiane[6]. La Norvegia ne conta 17,178 di sangue puro e 1,900 incrociati; la Svezia 7,248; la Finlandia 1,200; la Russia 2,000.