Nel parco di Frederikstoy ho veduto a Pentecoste passeggiare migliaia e migliaia di persone; un’onda di gente tranquilla e serena, che sorrideva, parlava poco e mostrava di divertirsi assai. Nel Tivoli poi son rimasto più di otto ore e ho studiato l’ingenuità beata di un popolo, che è felice, perchè si sente bene, e che non ha bisogno di innebbriarsi per godere della vita. L’ingenuità è virtù sparita da un pezzo nelle razze latine: nel Tivoli di Copenaghen ve n’era tanta da allagare tutta l’Italia. Quella brava gente si divertiva sulla slitta russa, si divertiva a tirar le boccie, si divertiva a romper le pipe con palle di legno, e un avviso a stampa invitava il pubblico ad ammirare la straordinaria bellezza della fioritura dei tulipani.... Oh chi darà anche a noi un pochino di questa cara, di questa sancta simplicitas?[1]

Ed ecco che io sto per chiudere la mia descrizione e non vi ho detto nulla di Copenaghen; ma il mio carattere ufficiale di antropologo mi fa studiare con più vivo amore gli uomini; e d’altronde aprite una guida e vi troverete la descrizione dei monumenti, dei musei, delle chiese.

La Danimarca ha eretto al suo Torwaldsen un vero tempio, dove si trovan riuniti in originale o in copia tutti quanti i suoi lavori. È un palazzo e una chiesa nello stesso tempo, dove potete ammirare tutti i frutti di uno dei più operosi artisti moderni.

L’Italia non ha saputo fare altrettanto per il suo Canova, per il suo Raffaello, per il suo Michelangelo; ma è anche vero, che i danesi non erano tanto ricchi di glorie dell’arte, e ogni nostra città è un museo e un tempio in una volta sola.

Il museo preistorico e il museo etnologico di Copenaghen sono i primi del mondo senza contrasto, ed io non ve ne potrei parlare leggermente, come non si può parlare che in segreto e a bassa voce della donna amata. Vi ho passate tante e tante ore da abbacinarmi gli occhi e da rendermi paralitiche le gambe. Steinhauer e Worsoe me ne fecero gli onori con quella grazia e con quella cortesia, che sono una virtù carissima di tutti gli scandinavi.

Da poco tempo nel bellissimo castello di Rosenborg si è fondato un terzo museo, che raccoglie i prodotti artistici e industriali dell’età moderna, e così voi senza uscire da Copenaghen, potete seguire l’evoluzione storica del lavoro umano dalle ciclopiche ascie di selce dei padri degli scani fino alle ultime chincaglierie del nostro secolo chincagliere.

Copenaghen è una città bella e severa. Qualche palazzo con architettura puramente greca, e tutte le case senza balconi; vie larghe e diritte; alberi dovunque. Ciclopismo e mancanza di gusto dappertutto. Tramvays che sembrano torri, omnibus che paiono balene, e gente che cammina vestita in modo da farci credere, che i sarti non esistano in Danimarca e che i vestiti furon mandati a Copenaghen da un lontano paese per gente non mai veduta.

II

Da Götaborg a Stocolma ho attraversato la Svezia, seguendo la via dei laghi e trovando ad ogni momento insufficienti le parole ammirative del nostro dizionario e anche tutte le altre più mirobolanti del vocabolario tedesco, ad ammirare tutte le bellezze, che passavano dinanzi ai miei occhi innamorati: wunderschön, wundergross, wunderhübsch... In Scandinavia bisogna sapere il tedesco, e sulle coste della Norvegia conviene conoscere l’inglese per non vivere isolati in mezzo a un mondo che non intendiamo e che non ci intende. Pur troppo però anche il tedesco e l’inglese non servono che per parlare colle persone colte; nelle botteghe, col popolo minuto, cogli impiegati delle ferrovie ci vuole la lingua universale della mimica e quella ancor più eloquente del denaro e delle minaccie; i due poli entro i quali si muovono e si fanno muovere tante cose di questo mondo sublunare.

La mia ammirazione durò tre giorni e tre notti, e all’ultimo era talmente esaurita da potersi dir morta. I poveri nervi umani hanno anch’essi dei confini e la coppa della gioia ha pur troppo un fondo che si trova presto.