Consiglio i touristes di non prendere il battello a vapore a Götaborg, ma di raggiungerlo colla ferrovia a Traulhettan, per poter visitar meglio e con maggior calma le incantevoli cascate del Gotaelo. Così ho fatto; e a piedi, assaporando voluttuosamente il morbido e fresco contatto dei muschi e delle borraccine, son passato d’una in altra cascata, sulla guida del vispo e biondo monello, che portava scritto sul suo berretto: Cicerone N. 12; una parola italiana giunta fino nell’interno della Svezia e portata in capo del più caro e ingenuo ragazzetto, ch’io m’abbia visto. Altri undici ciceroni gli eran compagni alla stazione, ma appena videro di non essere stati scelti a nostra guida, ci salutarono cortesemente, senza neppur lanciare al cielo una bestemmia o dare un pugno al fortunato rivale. Quanta differenza fra quei ciceroni numerizzati di Traulhettan e i nostri, che non portan numero sul berretto, ma che sono così spesso insolenti, brutali e insopportabili!
Chi ha veduto le cascate classiche della Svizzera troverà che queste della Svezia sono meno grandiose, ma in nessun luogo ne vedete in maggior numero e che si succedono con maggiore varietà. Qui il fiume si precipita d’un colpo da una grande altezza, circondando una rupe con una chiesuola e un po’ più in là raccoglie un getto di spuma per lanciarlo in un abisso nero, stretto e profondo; mentre a un mezzo chilometro di distanza le acque spumeggiando fanno fra le rupi tre o quattro salti, che si alternano con ondosi riposi, a guisa di un cavallo, che fremendo caracoleggi. Fanno cornice alle cascate colline gentili coperte di pini e fabbriche di carta di legno o casette romantiche, che fanno spuntare attraverso gli alberi un profilo civettuolo.
Passate la notte all’albergo di Traulhettan, tutto di legno e fragrante del simpatico profumo del pino e dei mazzi di fiori e dei ramoscelli di ginepro o di pino, che voi trovate sparsi nell’atrio delle case o raccolti in piattini messi per terra in ogni camera; uso svedese e norvegiano che è pieno di selvaggia poesia.
Al mattino seguente lasciate la terra e vi imbarcate nel Baltzan von Platen, vapore che rassomiglia in tutto a un grosso cetaceo, ma che porta un nome illustre, quello dell’uomo, che, con ferrea pertinacia, ha dato alla Svezia una delle vie acquatiche più lunghe e più meravigliose che si conoscano. Non povertà del paese, non avarizia di ministri, non capricci di parlamento poterono farlo recedere dal suo proposito; e oggi coi sistemi di conche, che si succedono le une alle altre, quasi gradini di una scala gigantesca, centinaia di canali serpentini allacciano tutto un sistema di laghi naturali; per cui ferro, legname e passeggeri si muovono da Götaborg a Stocolma, riunendo due mari e due coste in fraterno amplesso. Il povero Platen moriva pochi anni prima che la sua gigantesca impresa fosse ultimata, ma moriva felice di saperla ormai assicurata per sempre. Non volle grandiosi monumenti: egli dorme l’ultimo sonno sulle rive del suo canale presso Motala, all’ombra di betule gigantesche, ed io gli ho cavato il cappello, trovando che aveva scelto a se stesso la più grande e la più poetica delle tombe. L’uomo che dorme al piede della sua opera, deve dormire il più dolce e il più glorioso dei sonni.
Attraverso le conche stupende della Scozia ho ricordato il nostro grande Leonardo e le lontane glorie del mio paese. Come appassionato amante delle bellezze naturali son rimasto estatico cento volte, vedendo da lungi le navi gigantesche, che innalzavano i loro alberi al disopra dei pini, vedendo coi miei occhi avverato il sogno di un battello incantato, che si muove fra le foreste e in cima dei monti. È poi davvero incredibile la somma abilità con cui quei marinari infilano i loro piroscafi e le loro grosse navi in quelle conche, scendendo e montando senz’urti, senza scosse e senza il menomo accidente. Anche il timoniere deve essere abilissimo, perchè ad ogni momento il canale si piega, e si ripiega, come un serpente, seguendo i capricci del bosco e del piano, accarezzando le rive per baciarne i fiori, non già per fare avarie alla nave.
A Venersborg il canale si apre a un tratto nel lago di Vener, il più grande della Svezia, il terzo di tutta l’Europa. Basterà dirvi che ha una superficie di 5,215 chilometri quadrati, una lunghezza di 150 e una larghezza di 75 chilometri. È insomma un vero mare, che ha infatti le sue procelle e i suoi naufragi, ma che io ho trovato tranquillo e carezzevole, coperto da un magnifico cielo azzurro, intorno a cui faceva bella corona un’aureola di nubi bianche con forme quasi meridionali. Dopo aver serpeggiato fra i pini e aver navigato sui monti, quel gran lago silenzioso e calmo produceva in me una sensazione nuova, profonda, che mi rammentava le vicende della vita, che si alternano con quadri così variati.
Finito il lago, rientrate nel canale, e fra l’una e l’altra conca potete scendere e passeggiare lungo le sue sponde, pestando un tappeto morbidissimo di fiori, quasi foste in un parco principesco. Ed è un parco, che è lungo quasi tre giorni di viaggio, e che vi innamora colle sue fresche ombre, coi suoi licheni scintillanti di rugiada, col velluto dei suoi muschi. Ad ogni stazione del vapore bionde ragazzine dal musino sempre pulito, vengono ad offrirvi mazzolini di mughetti, di narcisi, di lilla, e ve li presentano senza parlare, senza insistere, accontentandosi di un soldo, magari di nulla. Come erano belle e carine nel loro silenzio! Mi pareva che fosse la natura stessa, che ci offrisse quei fiori per mezzo di piccole ninfe, che non erano di questo mondo.
Dopo un lungo giro di canali, attraversate un altro lago, quello di Vetter, azzurro come lo zaffiro, e poi altri fiumi e canali senza fine.
Il sole tramonta dopo le nove, in un cielo che fiammeggia fra la porpora e le perle. Nel morbido contorno delle colline lontane un mulino a vento gigantesco, fermo anch’esso in tanto silenzio, riposa l’occhio, e sembra una croce che pianga la morte del sole. I villaggi dalle case porporine di legno dormono anch’essi, e le betule tremolanti muovono appena le loro eleganti foglioline e senza far rumore.
Durante la notte, colla luna che fa all’amore con una luce di sole, che qui e in questa stagione non muore mai, vi sono punti nei quali il nostro battello si fa strada fra i rami delle betule e dei pini, e noi possiamo dal cassero accarezzare le piante.