Lo studio del latino, del greco e della teologia si alternavano colla vita nomade del pastore, che egli riprendeva con passione nelle vacanze della scuola. Nel 1820, lasciata l’Università, passò molti anni fra i lapponi svedesi, facendo il missionario, finchè, presa seco la moglie, due figliuoli e undici renne, portò la sua carovana a Sorsele, dove rimase sempre come curato (pastor). Nessuno più di lui poteva raccogliere con religioso amore la poesia di un popolo, di cui aveva il sangue nelle vene, benchè l’educazione lo avesse posto tanto in alto; e Van Düben e il Donner, conversando col vecchio pastore di Sorsele, trascrissero ciò che il povero cieco non poteva più tramandare ai posteri colla parola scritta.
Il Fjellner crede di ravvisare nelle poesie epiche della Lapponia un’origine asiatica; ma il Van Düben e il Donner non sono di quest’avviso. Benchè questi canti abbiano un’origine antichissima, e può dirsi preistorica, sembrano ad essi lapponi, null’altro che lapponi. In alcuni di essi sono evidenti alcune ricuciture e rammendi fatti in epoche posteriori, per cui sulla maschia e mitica orditura antica si vedono i ricami medioevali e le storpiature moderne di nomi e di paesi. La stoffa primitiva però è così robusta e così ben tornita, che rammendi, ricuciture e ricami non bastano a guastarla, e noi ci troviamo innanzi agli occhi una delle più franche e più originali espressioni del mondo ideale di un popolo iperboreo.
Lasciamo, che eruditi e filologi dissertino sopra l’origine di questi canti. È probabile, che essi rimontino ad un’epoca, in cui le diverse stirpi finniche si trovavano raccolte in un più stretto territorio. Separate le une dalle altre per successive emigrazioni, portarono seco il palladio prezioso della poesia dei loro padri, e se la tramandarono con culto religioso da padre in figlio.
Leggendo le poesie lapponiche, che daremo letteralmente tradotte dallo svedese o dal tedesco, voi troverete i caratteri più salienti d’ogni poesia arcaica di popoli primitivi insieme ai lineamenti più speciali della natura e dei costumi lapponici. Il nervosismo sommo di quella gente, che li espone ad allucinazioni frequenti, a veri miraggi della fantasia, dà anche alla loro poesia il carattere fantastico; e lo stesso Fjellner, cristiano, sacerdote e dottorato ad Upsala, raccontava in piena buona fede di aver veduto un giorno la figlia del sole. Egli viaggiava sui monti dell’Herjedal e si trovava ravvolto nella nebbia. Egli ode a un tratto un grande scampanio di armenti e vede sedere sopra una pietra la splendida figlia del sole. Egli pian piano se l’avvicina per di dietro, onde stringerla fra le sue braccia; ma egli non stringe che una pietra, contro cui batte il capo. Essa era sparita! La figlia del sole, paive neita, è detta anche dai lapponi saivo neida o figlia del mondo sotterraneo, o ruona neida, cioè la figlia della primavera o la verdeggiante. Chi riesce ad abbracciarla senza che ella se n’accorga, conserva i suoi armenti di renne e le sue ricchezze.
Friis, il quale si è occupato specialmente della favola e della leggenda, le divide in tre categorie: la prima è mitica e ci offre sotto la forma di leggende i ricordi dell’antica religione dei lapponi; la seconda attinge le sue ispirazioni da avvenimenti storici e ci parla specialmente delle lotte fra tribù o popoli diversi; la terza ci dà le descrizioni e i costumi degli animali. Nelle pagine seguenti il lettore troverà molti saggi di queste tre diverse forme di poesia, e senza bisogno di commenti saprà assegnare ad ognuna di esse il battesimo scolastico. A noi però importa assai più il segnare i caratteri salienti di questa poesia, che è forse neolitica e che certamente accompagna i primi crepuscoli ideali del pensiero umano.
Voi trovate nelle pagine seguenti i ricordi atavici dell’antropofagia e dei sacrifizii umani[22], il culto degli astri e le lotte e le rapine fra tribù e tribù. L’ardore dei sensi è nudo e innocente come la natura, senza foglie di fico, nè veli di ipocrito pudore. L’astuzia primitiva e quasi infantile, va compagna della violenza selvaggia, ma il sentimento della famiglia domina il campo degli affetti, e il tradimento, la viltà, la menzogna sono assenti; per cui il carattere di questo popolo si dimostra fino dalla più remota antichità onesto, buono, sincero. Se a questo aggiungi un amore caldo, tenerissimo per gli animali domestici, per il renne, amico e compagno inseparabile dell’uomo iperboreo e il terrore sacro per gli animali selvaggi, tu avrai segnati i lineamenti caratteristici di questa poesia lapponica, che a volta a volta dalle puerili fantasie si innalza fino alle forme più auguste dell’epopea omerica, o si intenerisce fino alle note più soavi della nostra poesia moderna. Uno studio critico di questi canti segnerebbe di certo le leggi più fondamentali dell’estetica dell’arte, mostrando ciò che è umanamente bello per tutti e ciò che commuove le viscere e il pensiero di ogni creatura intelligente nata sotto il sole.
Il viaggiatore russo Dantschenko fece un viaggio nella Lapponia russa durante il 1873 e raccolse parecchie canzoni dalla bocca degli stessi abitanti del paese. Eccone una ch’egli udì cantare da una fanciulla, che lo conduceva sul lago Imandra, facendogli da barcaiolo:
Venne da me un vecchio pescatore
Un ricco pescatore del lago Murd,
Mi portò reti dorate