Sulla fine dell’800 il geografo di Ravenna, l’anonimo ravennate, parla di un popolo scandinavo, che abita il paese più freddo del mondo. E via via, per secoli trovate molti autori che si copiano l’un l’altro, lasciandoci la parola di finni, con cui anche oggi danesi, islandesi e norvegiani battezzano i nostri lapponi. Per il Van Düben i finni di Tacito sono gli scrito-finni degli scrittori del medio evo.
Un’antica tradizione dice che son venuti dall’oriente; e Castren, raccogliendo la tradizione, credette di poterla precisar meglio, dicendo che essi son partiti dall’Altai coi finlandesi; cosa però che è assai più facile a dire che a precisare. Il Van Düben, più scettico del Castren, trova i lapponi troppo diversi dai finni per poterli fare escire da un unico ceppo. È vero, che le loro lingue sono affini, che appartengono entrambi al gruppo ugro-altaico; ma altra cosa è l’affinità filologica ed altra la etnica. I lapponi emigrarono forse per i primi da un grande centro altaico, emigrando verso il nord-ovest, lungo il fiume Irtisch o l’Obi e passando gli Urali. Dire a qual’epoca giungessero in Europa è cosa impossibile.
I lapponi hanno nella loro lingua 18 parole per esprimere la forma dei monti, 20 per il ghiaccio, 11 per il freddo, 41 per la neve e le sue varietà, mentre d’altra parte sono poverissimi di vocaboli che esprimono cose di paesi temperati. Anche questo fatto è un potente indizio per dimostrare, che questa povera gente nacque tra i ghiacci e tra i ghiacci emigrò, mutando solo il freddo d’Asia in quello d’Europa.
Ecco il poco di sicuro, che la critica etnologica può affermare sull’origine dei lapponi; inoltrarsi in vie ristrette per cercare particolari più minuti sarebbe lo stesso che smarrire la via e perdersi nel laberinto del romanzo storico.
CAPITOLO SESTO
IL MONDO IDEALE DEI LAPPONI — LA LORO POESIA — I LORO PROVERBII E INDOVINELLI — NOVELLINE.
La poesia lappone è una rivelazione tutta moderna e se alcuni dotti non avessero raccolto con cura paziente quegli inni polari, essi sarebbero andati perduti per la storia dell’arte e del pensiero umano. La civiltà, che tutto lisciando e tutto livellando, distrugge tanti lineamenti della nostra psicologia, avrebbe consunti anche quei canti epici e lirici della Lapponia, che hanno un sapore così agreste, una forma così fantastica e note così tenere d’affetto. A furia di passare di bocca in bocca, senz’essere stati mai consegnati alla penna, si sarebbero evaporati insieme al fumo azzurro, che esce dalle povere capanne dei lapponi.
Friis fu il primo, che nel 1856 pubblicò[18] una raccolta di favole e leggende lappone, col modesto proposito di dare un saggio di quella lingua, che egli aveva studiata con tanto amore. Prima di lui si sapeva appena, che questo popolo iperboreo e in apparenza così povero di pensiero avesse un mondo ideale, benchè Scheffer fin dal 1673 nella sua Lapponia[19] avesse pubblicato due liriche lapponiche nell’originale e nella traduzione[20]. Anche il pastore Linder di Umea, che viveva ancora nel 76 più che nonagenario, aveva pubblicato nel 1849 nel giornale svedese Läsning för folket notizie interessanti sulla Lapponia svedese e sui suoi abitanti, dando un sunto del canto I figli del sole; ma erano poche gemme raccolte da un tesoro ancora quasi inesplorato. Il Van Düben nella sua classica opera sulla Lapponia ci diede tradotto per intero I figli del sole ed altre poesie epiche, raccolte specialmente dalla bocca del venerando pastore lappone Fjellner. Il Donner, finlandese di nascita, venuto dopo tutti, ci ha dato una vera antologia lapponica, pubblicata prima in un giornale in lingua finnica e poi in un volume a parte pubblicato ad Helsingfors[21].
Il venerando Fjellner, che forse vive ancora, merita una calda parola di riconoscenza per avere conservato lo scrigno prezioso della poesia lapponica. Nell’estate del 74 il Donner, passando per Umea e Lycksele, viaggiando a piedi e in barca, si portò a Sonde, dove il vecchio Fjellner di ottant’anni e cieco viveva colla sua famiglia e le sue poche renne, predicando ai suoi paesani la parola del Signore. Cortesissimo col dotto filologo finlandese gli dettò la maggior parte delle poesie che faremo conoscere agli italiani.
Anders Fjellner nacque a ciel sereno in una fredda notte di autunno, il 18 settembre 1795, sui nevosi altipiani di Ruta, fra Votta e Sal nell’Herjedal. I suoi genitori erano lapponi nomadi e ancor prima di ricevere il battesimo del cristiano, ebbe il battesimo lappone, dacchè appena nato lo lavarono in una sorgente ghiacciata. Mortogli il padre nel 1804, fu mandato da lontani parenti alla scuola di Ostersund nel Jämtland, poi al ginnasio di Hernösand e nel 1818 all’Università di Upsala. Fin dai primi anni della sua educazione egli stesso aveva preso il nome di Fjellner, perchè nato sopra un fjäll (altipiano, monte).