Prima di raccoglierlo, Emma corse alla finestra, sperando di vedere di faccia chi, aveva gettato quel proiettile innocente. Invece egli era già scomparso.
Allora essa si gettò sull'involtino, ma tardò assai ad aprirlo.
Aveva forti palpitazioni di cuore; aveva paura e curiosità; impazienza di sapere e paura di commettere un peccato.
Quell'involtino era per lei una cosa viva e nello stesso tempo un corpo di delitto. Non dubitava un sol momento chi lo avesse lanciato e perciò appunto credeva, che fosse un peccato l'aprirlo; perchè essa sapeva un'altra cosa, cioè che in quell'involto c'era una lettera.
Infatti, quando ebbe raccolto tutto il suo coraggio e l'ebbe aperto, vi trovò una pietra e una lettera chiusa, colle stesse parole che erano state scritte invano sul mazzolino: Enrico alla sua adorata Emma.
Ma quella lettera non fu aperta. Fu nascosta convulsivamente nella tasca. E là rimase per tutto quel giorno e la notte appresso, presa, ripresa, guardata e riguardata contro il sole per vedere se si potesse leggere qualche parola, senza bisogno di aprirla.
Quella lettera dormì sotto il cuscino di Emma, ma non dormì lei, che con quel foglio sotto il capo vegliava in un letargo convulso pieno di dolci torture e di sogni fantastici.
Quante volte accese il lume, decisa a rompere il suggello per deliziarsi nel mare delizioso delle cose ignote e per tanto tempo sognate.
E quante volte spense la candela per resistere alla tentazione del peccato.
Ma quando alla mattina si alzò stanca, quasi esausta dalla lunga lotta, corse subito in camera dalla mamma, che era sempre a letto e gettandole le braccia al collo e piangendo le disse: