Compariva a un tratto davanti alla mamma dopo essersi rinchiusa per ore nella sua camera e aveva gli occhi rossi….

E la mamma:

—Ma che hai, figliuccia mia? Tu hai pianto.

—No, mamma, ma perchè piangere? Io son felice…—e poi, quasi spaventata di queste parole, rideva piangendo e si asciugava gli occhi, girando sopra sè stessa e agitandosi:

—Sono i nervi, sono i nervi…. Ho sempre canzonato le mie amiche maggiori di me di qualche anno, quando mi dicevano di averli, ed ora, ora li ho anch'io…. Mamma, perdonami….

—Ma non ho nulla, mia cara, mio tesoro, da perdonarti,—e l'attirava a sè collo sguardo, colle braccia e se la stringeva al cuore.

E allora piangevano ridendo tutte e due e la burrasca era finita; ma la mamma confidava al babbo (che era uno dei medici più sapienti e più celebri della città) le ansie che le davano i nuovi turbamenti di Emma.

Il medico babbo alzava le spalle e crollava il capo ridendo:

—Sono gli isterismi della pubertà.

Due brutte parole, che sanno di clinica e di anatomia in una volta sola, con cui noi altri medici giudichiamo brutalmente tutta una rivoluzione fisica, morale, intellettuale, che trasforma una fanciulla in una donna; tutto un poema di virtù nuove e di nuovi vizi; di impeti passionati e di languori ineffabili, di desiderii senza forma, e di amori senza amanti; tutto un caos incomposto, titanico, che domanda al cielo un creatore, agli angeli una voce che dica: tu sarai una madre; o all'inferno un grido, che esclami; tu sarai un demonio.