Del resto Cagliari non può essere confrontata a Sassari, così come una bella bruna non può compararsi con una bella bionda. Cagliari ha più pittoresca posizione e s’adagia in un panorama più grandioso; Sassari è più lieta e si circonda di più amena cornice di colli e di oliveti. La prima città è più severa, più accigliata e più sporca; Sassari è più vivace, più rumorosa, più pulita. Cagliari è città ufficiale, burocratica, con tinta soffusa di orientale e di spagnolesco; Sassari è città più italiana, d’aspetto più moderno, di tinta siciliana; e mi si perdoni il pericoloso confronto in nome dell’amor grandissimo che porto alla Sardegna. L’Italia è così ricca di belle e svariate città, che si dovrebbe poter ragionar senza fiele di ogni gemma che adorna il nostro ricco diadema.
Quando si contempla il golfo di Cagliari dall’alto del bellissimo giardino pubblico, o del castello, o meglio ancora dalla torre di San Pancrazio, si gode d’uno dei bellissimi fra i belli spettacoli che offrono al viaggiatore le cento città d’Italia. Un golfo ampio, dinanzi a cui l’uomo deve arrossire col microscopico porto che offre alle navi; e il faro lontano, e le saline, colle loro piramidi bianchissime, quasi tende di un guerresco accampamento; e gli stagni vicini, veri laghi, popolati da grosse borgate; e il promontorio di Sant’Elia col Bagno di San Bartolomeo; e la città che dal Castello scende a Stampace e alla Marina, quasi volesse imbarcarsi sul mare, e la vasta fascia di agavi americane che cingono il Castello d’una fortezza primitiva; e i lontani gruppi di palme e i tamarischi e le altre piante tropicali danno all’occhio infinita ricchezza di sensazioni; e l’occhio beato si riposa lungamente e amorosamente su quelle mille incantevoli bellezze.
Il Castello è il quartiere più alto e più salubre della città, e s’arrampica sopra un alto colle: ha vie dirette da nord a sud, poco larghe, ripide, con case alte. E strette sono anche le vie di Cagliari alla Marina: vecchia abitudine dei nostri padri, che, vivendo giorni e mesi all’aria libera, volevano nelle loro case ombra e frescura più che aria e luce. Nel quartiere del Castello avete la Cattedrale dedicata a Santa Cecilia e sette altre chiese.
Discendendo dal Castello per la piccola porta del Balice, vi trovate nel quartiere di Stampace, che è il centro del commercio e degli affari. Se per la via di Yenne vi dirigete verso il mare, guardando a destra e a manca le migliori botteghe della città, giungerete alla piazza di San Carlo, che si continua in quella del mercato; e là vi convien sorridere, ma di un sorriso senza amarezza, guardando sopra un gran piedestallo di granito, un re Carlo Felice, fatto di bronzo, con elmo, corazza e paludamento; graniti e bronzi e vesti romane che, davvero, poco convengono ad un re pacifico; due volte pacifico.
Quando siete in Stampace non avete a dimenticare il mercato, che è sempre uno dei quadri più importanti di una città. Vi troverete molto pesce; montagne di arancie dorate e profumate raccolte sotto capanne pittoresche, quasi indiane; vedrete il ricco e svariato selvaggiume della Sardegna. Vi offriranno una pernice per una lira, una beccaccia per dieci soldi; filze di otto tordi polputi e grassi, lessati nelle montagne e ravvolti nel mirto: filze degne di Nembrodde e di Lucullo e che i Sardi chiamano taccole. Fra le capanne dei venditori d’arancie, e le botteghe a ciel sereno dei pesciajuoli, dei salumieri e dei beccai vedrete aggirarsi la gente minuta coi suoi costumi variopinti, quasi sempre pieni di gusto.
Le case di Cagliari son popolate da cento balconi e in molte di esse ogni finestra è un balcone, ciò che non è bello a vedersi, ma è comodo assai per le fanciulle e le signore, che escono assai poco di casa e da quei loro osservatorii studiano il mondo esterno e fanno all’amore. L’amore onesto si fa anzi da una signora che guarda dal balcone e da un giovinotto che impavido e instancabile passa le ore inchiodato nella via come una statua, contemplando la fiamma del suo cuore. E come sia cosa seria il far l’innamorato in Sardegna, lo vedremo più innanzi.
Se dalle vie principali della città vi addentrate nei viottoli e più ancora se cercate i più poveri quartieri, il naso si arriccia e l’igiene pubblica fa sentire i suoi lamenti. Nel quartiere di Villanuova ho veduto le vie convertite in fogne, e anche in alcune case di Stampace ho veduto atrii che devono essere molto pericolosi agli uomini di corta vista. In Villanuova la vita del povero è pubblica nel senso più preciso della parola. Le case per lo più non hanno finestre; e l’aria, la luce e gli sguardi dei curiosi entrano liberissimamente a spiare i costumi degli abitanti. Quando il tempo è buono, non fa bisogno neppure di spinger lo sguardo oltre la soglia delle case, perchè tutta la famiglia si rovescia nella via, dove si lavora, si chiacchiera e si mangia. In Villanuova io mi credevo davvero in Africa, e le donne che mi parevan tutte sorelle, avean gli occhi orizzontali e piccoli, il colorito terreo e quella fisonomia di obelisco che ci hanno tramandati i monumenti egiziani.
E quella gente dal volto egiziano è cortese e sorride al forestiero. Colle migliori grazie del mondo mi lasciarono entrare in casa e mi accorsi che molte di quelle abitazioni sembravan fatte per una cosa sola, adatte ad una sola industria, quella del mugnaio. Le sedie son poche e spesso brillano per la loro assenza, e così dei tavoli e degli altri mobili; ma la nostra attenzione è tutta attratta da un asinello grullo grullo, arruffato, poco più grosso d’un mastino e che così poco rassomiglia a cosa viva da sembrar di legno, quando si arresta nel suo monotono, sempiterno giro intorno alla macina che muove. Quell’animaluccio, il dio penate, la prima ricchezza della casa, costa da cinque a dieci lire, è più parco di un arabo; e divide il tetto col padrone e i suoi figliuoli. Fabbrica il pane alla famiglia e produce spesso il piccolo frutto di macinar il grano ai vicini, industria rovinosa che speriamo veder scomparire dalle classi povere della Sardegna. Le donne della casa son occupate per tre e fin quattro giorni della settimana a fabbricare la farina che stacciano e raffinano con infinite cure per mezzo di crivelli e stacci puliti, fini ed eleganti, intrecciati a varii colori con cannucce di paglia e fibre di palma e che vedete appiccati al muro della casa, di cui insieme a qualche immagine di Santo formano l’unico ornamento.
Il mulino casalingo della Sardegna è la mola asinaria o machinaria degli antichi: poco diversa dalla χειρομύλη dei Greci. Potete vedere in Vaticano sopra un bassorilievo una mola machinaria romana, dove anche il cavallo che la muove ha gli occhi coperti come i rachitici asinelli macinatori della Sardegna. Se son rachitici e nani, son però valenti e pazienti, perchè lavoran fin quindici e diciassette ore al giorno, e Matzan aggiunge, ridendo a proposito, che quei somarelli devono esser anche grandi filosofi, dacchè Pittaco di Mitilene passava molte ore, macinando colla χειρομύλη, movimento che aveva trovato favorevole alla meditazione.
Quando si pensa però che tutte le donne e spesso anche i fanciulli d’una famiglia sono occupati in null’altro che a far pane, è a desiderarsi che la legge del macinato abbia almeno in Sardegna questo vantaggio di far sparir la falsa e fatale industria dei mulini casalinghi.