Cagliari può vantarsi di possedere nel suo Museo un vero tesoro archeologico, a nessuno secondo e che è opera quasi intiera di un solo uomo, il Canonico Giovanni Spano, una delle prime glorie della Sardegna; più che instancabile, miracoloso nella sua attività e ardentissimo e innamoratissimo illustratore del suo paese.
L’Università di Cagliari e la sua minore sorella di Sassari sono una vera vergogna per l’Italia. Non è lecito ad un governo, per quanto povero, lasciare queste larve di insegnamento superiore, dove la povertà dei mezzi concessi alla scienza fiacca e avvilisce i migliori ingegni e la volontà dei buoni è spesso impotente e rabbiosa contro le lesinerie burocratiche dell’alta sfera governativa. Speriamo che per onor nostro questo obbrobrio sarà cancellato. Ho conosciuto a Cagliari e a Sassari ottimi uomini che pur vorrebbero studiare; giovani intelligenti e operosi che pur potrebbero far avanzare la scienza, ma li ho veduti aggirarsi come larve irrequiete per quei muti corridoj e quelle aule deserte che con superba parola si chiamano Università: veri idalghi spagnuoli che domandano l’elemosina con piglio altero e i vestiti laceri.
La penna irata mi richiama alla mente un tristo ricordo di Cagliari, ed è la mia visita all’Ergastolo di San Bartolomeo; primo passo in una via crucis che dovetti percorrere in Sardegna, visitando tutte le carceri e tutte le galere.
A San Bartolomeo si sta assai bene, molti assassini vi ingrassano a meraviglia, nel lavoro salubre delle saline, negli ampii dormitorii e con sani alimenti. In altre carceri però e specialmente a San Pancrazio in Cagliari e a Sassari e altrove sentii il tanfo di una lenta asfissia e mi si inchiodò nel capo un pensiero che non mi abbandona mai, ed è questo che la società si vendica col suo codice delle pene assai più spesso di quel che si difende; incrudelisce assai più di quello che educa.
Nell’Ergastolo di San Bartolomeo si fondò una colonia agricola penitenziaria che promette assai per l’avvenire. Dinanzi al palazzo della vendetta vedete giardini fioriti che appartengono agli impiegati della galera: ho veduto bambine rosee nel volto, coi nastri rosei pendenti da un lindo cappellino di paglia di Firenze correre per quelle aiuole fiorite dietro le farfalle; mentre uomini dalla faccia patibolare passavano dinanzi a quei giardinetti e coi loro sguardi contaminavano quelle bambine.
E quei galeotti avevano diversi berretti, dacchè anche fra essi v’ha una gerarchia. L’uomo è un animale da gerarchia e pur che ne abbiate tre riuniti avete subito: plebe, aristocrazia e mezzo ceto; è privilegio di tutte le bestie sociali e socievoli e possiamo menarne vanto. Il berretto rosso vuol dire condanna a tempo, berretto verde condanna a vita, fiocco nero omicidio e così via. Le bambine dai nastri rosei conoscono tutte queste differenze e ve le spiegano; e il Procuratore del re, passeggiando col sorriso sul volto mi diceva: stanno benissimo: la è gente fortunata, che mangia e lavora e gode di ottima salute. Nell’ultima epidemia di febbri miasmatiche in Cagliari ebbero tutti la febbre e questi galeotti si serbarono sanissimi; ed egli rideva.
Io però, passeggiando nelle sale destinate ai malati, mi fermai dinanzi ad un volto che parea impietrito nel dolore; un Laocoonte del cuore; sempre vivo e sempre tormentato. Era melanconico e tormentato tratto tratto da accessi di delirio di persecuzione credeva che tutti lo volessero ammazzare. Era divorato dai rimorsi. Era un povero muratore, che, trovandosi senza pane, andò dal suo antico padrone, chiedendogli lavoro. Gli fu negato; ritornò più volte e sempre invano. Un giorno la fame era maggiore del solito: era rabbiosa; egli insiste nell’implorare il lavoro: Ho sei figliuoli; signor padrone. — Oh va all’inferno, tu e i tuoi figliuoli. — Una mazza era sul suolo fra vari attrezzi di muratore e un momento dopo il padrone era steso al suolo cadavere: e il povero muratore condannato nella galera di San Bartolomeo è pazzo di dolore e di rimorsi[1]. —
A San Bartolomeo però si sta bene e si ingrassa; e i giardinetti degli impiegati sono fioriti. Io vi ho vedute le più belle viole del mondo e vi ho colta una rosa più profumata di quelle d’Arabia; i bambini vi acchiappano le più brillanti farfalle; ma a due passi v’è un uomo pazzo di dolore, perchè la società si vendica più di quel che si difende. I nostri figliuoli, però, ne son sicuro, prepareranno ai posteri una giustizia più umana.
Quando voi avete percorso le noiose, lunghe e tristi lande sterili che separano Bosa da Macomer e avete attraversati i paesaggi poco interessanti di Torrealba e i rari boschi di quercie che trovate nella monotona pianura; voi vi accorgete di esser vicini a Sassari, quando la natura diviene ridente; quando i monti, rizzandosi più alti intorno a voi, frastagliano il cielo e la terra in modo da formare quadri svariati e pittoreschi. Ascendete un monte tutto pieno di magnifici olivi, coltivati colla stessa sollecitudine e tenerezza con cui si coltiva un orto cittadino. Io percorsi quei boschi d’argento nel tempo della raccolta e vidi liete schiere di fanciulle e di ragazzi che raccoglievano il frutto in lindi canestri, e a quando a quando interrompevano il lavoro per cantare e ballare. Parevano stormi di passerotti vivaci e protervi; e raccoglievano le olive colla stessa cura e lo stesso amore con cui si farebbe bottino di cosa carissima e preziosissima. E davvero che l’olivo è per Sassari una mina d’argento: mi si diceva che in quest’anno, fortunato fra gli altri, si farebbero 200,000 barili d’olio, che è quanto dire una bella cifra rotonda di sette ad otto milioni di lire. Di questa ricchezza mi accorsi anche entrando in Sassari, dove molte case nuove si stavano rizzando ed erano le olive trasformate in muri e marmi. L’olio di Sassari potrebbe esser fatto meglio: se ne manda a Nizza, dove raffinato cresce di valore e piglia un nome che per la sua squisitezza nativa ben si ha meritato. L’olivo dovrebbe anche esser difeso nei dintorni di Sassari dai cacciatori che spietatamente lo tormentano colle loro fucilate, quando vanno a far bottino di tordi: ma è difficile persuadere quei cacciatori che hanno torto di flagellare la prima ricchezza del paese, quando portano a casa fin sessanta e settanta tordi in una mattinata.