Sassari è città lieta e serena per la bellezza del suo cielo, per la pulita bianchezza di molte sue case, per la rumorosa vivacità dei suoi abitanti. In ogni guida voi troverete la descrizione delle chiese, delle piazze, del castello; ed io non mi son dato a voi per cicerone della Sardegna, e con voi soltanto voglio scorrere le pagine del mio portafoglio di viaggiatore, e voglio far nascere molti desiderii di curiosità e appagarne pochissimi, sicchè nasca in voi il desiderio di veder coi vostri occhi la Sardegna, di toccarla colle vostre mani. Per me la cosa più interessante di Sassari è il monumento di Azuni, nella piazza che ne porta il nome. Quando una città ha la fortuna di aver dato la luce ad un grand’uomo e di ornare una delle piazze colla sua statua, rammenta al viaggiatore una pagina gloriosa della sua storia e può andarne onestamente superba. È la civiltà moderna che demolisce il castello del feudatario e colle vecchie pietre rizza una nuova scuola; è la nuova generazione che ai santi del calendario sostituisce le statue dei santi del progresso. Nella biblioteca dell’Università ho guardato con commozione un manoscritto inedito di Azuni che portava un bel titolo: Dei caratteri della natura umana. Nell’Università ho veduto un altra cosa per me carissima: il rozzo tavolo anatomico su cui Rolando scrutò i misteriosi labirinti del cervello umano.

Ho visitato anche la fontana di Rosello, celebre per la sua architettura; e pei suoi asinelli che portan l’acqua in città e che Valery, il dotto bibliotecario di Versailles, tentò di rendere immortali, descrivendoli con molto amore e cantandone le virtù infinite. Io confesso di non aver sentito l’eguale ammirazione nè l’egual compassione per quelle rachitiche creature, tutte pelo e ossa; e ho trovato che i Sassaresi, che chiamano ironicamente quelle bestioline col nome di filumene (capinere), hanno più spirito del Valery.

I dintorni di Sassari sono belli assai; ed io li vidi bellissimi; perchè su quelle molli colline inargentate dagli ulivi ho potuto ammirare i cupi boschetti di aranci carichi di frutti; e perchè insieme all’oro delle arancie in quella stagione sorridevano i peschi fioriti e un profumo di calda primavera m’inebbriava i sensi e mi faceva innamorare di quella terra e di quel cielo.

Presso a questo quadro ridente a pochi passi da Sassari avete una scena malinconica e una severa lezione di storia. Se dopo aver ammirato i lieti giardini dei Sassaresi e le bianche e liete ville, voi vi dirigete a Porto-Torres; avete una landa sterile, che sente lo squallore e la malaria, e in mezzo a quella solitudine fra le erbe folte vedete rizzarsi gli archi spezzati d’un antico acquedotto romano. Il terreno è tristo, o bruciato dal sole o reso pantanoso dalle pioggie; pecore brulle e nere rodono gli arbusti spinosi e le erbe gialliccie; vi regna un’aria di povertà e di febbre; ma quella triste terra si apre e dal crepaccio alza il capo l’antica civiltà romana coi suoi archi e i suoi acquedotti. È un gigante mal sepolto; la terra divenuta piccina a stento può coprirne le ossa, e dalla tomba ne vedete escir fuori gli stinchi mal coperti. È l’Italia di Roma che sogghigna beffarda all’Italia dell’oggi. La lezione è dura e poco lieta; ma non è finita. Tirate avanti che la lezione continua.

A Porto-Torres poche case, fanciulli cenciosi, un porto che sembra stagno di rospi: eppure voi siete sul suolo dell’antica Torres, una delle maggiori fra le antiche città dell’isola; eppure voi vedete fra i giunchi della palude alzarsi le gigantesche rovine del tempio della Fortuna che con barbara parola chiamano Palazzo del re barbaro. A quelle rovine gloriose strapparono alcune colonne magnifiche che insieme ad altre d’origine romana fanno coro nella Basilica di san Gavino. Son ventotto colonne d’ogni stile e d’ogni pietra, di granito, di marmo bianco, di marmo grigio, di marmo cipollino. Il tetto di quella Basilica, che è tutta una poesia, è degno di quelle colonne, perchè è fatto di travi immensi di ginepro, come non ne sapreste trovare al dì d’oggi un sol tronco in tutta l’isola. Sopra i giganti dell’arte romana, i giganti della natura; membra spolpate del mondo antico, stinchi di marmo che sostengono cadaveri di tronchi dieci volte secolari, e duri e aromatici ancora; cresciuti nel pacifico silenzio dei deserti sardi, quando l’uomo fenicio, corridore dei mari, non vi aveva ancora messo il piede. Sotto quei cadaveri di ginepro; sotto quei cadaveri di marmo avete poi nel santuario sotterraneo tre altri cadaveri di santi martiri, san Gavino, san Proto e san Gianuario: tre cimiteri sovrapposti l’uno all’altro e che si tollerano l’un l’altro con eterna pazienza; il mondo della natura vergine, il mondo romano, il mondo cristiano: ginepri, grandi come le quercie e dopo tanti secoli non tarlati ancora; colonne di marmo; tombe onorate da cento fiammelle di cera. Quanta poesia e quanta storia in sì angusto terreno!

Udite a completare il quadro una pagina di storia:

«Gavinus o Gabinus discendeva dalla famiglia romana Papilia e da un Cajus Papilius Sabellus, e si chiamava Gabinus Sabellus. Esso era stato nominato dall’Imperatore Diocleziano comandante d’una corte di cavalleria, ed in questa qualità si trovava in Torres, dove ebbe occasione di ascoltare le predicazioni di San Proto e di San Gianuario ch’eran stati ordinati preti dal Papa Cajo. Questi, essendo stati accusati di sommuover il popolo, furono assoggettati a crudeli tormenti: come Gavino, per dovere della sua carica fu obbligato di assistere agli atti di barbarie, così fu sorpreso dalla loro costanza e promise di seguitare il loro esempio, e siccome queste due vittime destinate alla morte furono affidate a lui, così egli profittò di iniziarsi nella nuova fede e di battezzarsi; indi mise in libertà i due prigionieri e si presentò al preside Barbaro, dicendogli che anch’esso era cristiano. Fu tosto arrestato, e condotto all’orlo del mare, in un sito detto Balai, ivi venne decapitato; il di lui corpo colla testa fu gettato nelle onde, ma pietose persone raccolsero le spoglie e le depositarono in una tomba vicina scavata nelle roccie. Là pure furono collocati i corpi di San Proto e Gianuario, martirizzati nello stesso sito dopo poco tempo. Il martirio di San Gavino accadde nel 25 ottobre dell’anno 300.

«La principal festa di San Gavino occorre il secondo giorno di Pentecoste, e vi accorre molto popolo. È curioso il vedere le pratiche religiose alle quali si danno i divoti: alcuni fanno in ginocchio il giro delle colonne della Chiesa, e le bacian, come pure bacian il piede del cavallo di San Gavino di legno dipinto, come è la sua cavalcatura. Si crede nel paese che una di queste colonne fosse portata in questo luogo dal Santo, che la prese dal fondo del mare e la portò dritta nell’arcione della sella del suo cavallo. La festa è molto frequentata ed animata; vi si vedono i costumi di tutti i villaggi della parte settentrionale dell’isola. Allorchè la festa è finita, e che i visitatori parton nel martedì per restituirsi nei loro focolari, si vedono di quelli che colle loro donne alla groppa fanno entrare i loro cavalli nel mare sino al petto: ciò fanno coll’idea che i loro cavalli restano benedetti nell’uscir dell’acqua dove una volta furon gettati i corpi Santi, e dove San Gavino prese in seguito la colonna di cui sopra si è parlato. Nel 4 maggio vi si celebra un altra festa coll’intervento del corpo municipale di Sassari, come patrono della Chiesa: essa è meno frequentata che la precedente....»[2]


Le città minori della Sardegna hanno tutte una fisonomia propria, e il lungo isolamento l’ha resa più saliente e durevole.