Quando voi avete attraversato a cavallo i monti e i boschi pittoreschi che separano Perfugas da Tempio, voi vi trovate dinanzi uno dei più bei panorama della Sardegna e dall’altipiano ricco di vigne e di seminati, in cui si adagia quella montana città, voi vi vedete dinanzi lo splendido monte di Limbara, uno dei più maestosi colossi di granito che abbia il nostro paese. Dopo aver passate lunghe ore a cavallo in mezzo a boschi deserti, a valli deserte, per burroni deserti, voi salutate i primi frutteti di Tempio con vera gioia, e affrettate il passo per salutare la città, di cui sentite già vicino il tiepido fiato. L’uomo non ama la solitudine che per vendetta o per malattia, non ama i deserti che per un ora, o quando il deserto è per lui un quadro agli occhi e non una casa o un soggiorno.

La città di Tempio colle sue case di pietre granitiche grigie senza intonaco bianco, e unite da argilla bigia; colle sue vie magnificamente lastricate di granito, ha un aspetto severo e malinconico e sopratutto un colore montano. Non vi vedete intorno che colori oscuri: case grigie, pavimenti grigi, chiese grigie; uomini dal cappuccio e dai calzoni neri; ma su quella città ride un cielo eternamente limpido e azzurro e per le vie e alle finestre vedete volti intelligenti, uomini gagliardi e donne dagli occhi neri e ardenti.


Da Tempio, salto con voi ad Alghero, perchè, non scrivendo io una guida, nè un’itinerario, seguo il filo conduttore della statistica e rendo omaggio anch’io alla legge, che misura la potenza degli Stati, la felicità dei popoli, il prosperare delle città dal numero dei loro abitanti. Se Tempio coi suoi 10,447 abitanti sta dopo Sassari, Alghero vien subito dopo Tempio, perchè ne conta 8,573. Alghero chiusa fra il mare e una angusta cerchia di bastioni respira male, sente il miasma dei luoghi chiusi e aspira ardentemente a rompere la vecchia corazza che la cinge e la stringe, per respirare nelle campagne vicine un’aria più pura.

Ad Alghero il mare è bello e consola gli abitanti, tristi della strettura in cui li tengono i bastioni. Un golfo grande col Capo della Caccia e la sua famosa grotta di Alghero, una delle più belle e sgraziatamente più difficili grotte che si possano visitare; e dietro quel Capo, il Porto Conte, preparato stupendamente per un popolo di naviganti che non giunge ancora. Vedo nel porto schierate con ordine militare molte barche peschereccie e dinanzi ad esse quei trabocchetti di rete che chiaman nasse. Nel lontano orizzonte vedo una vela: è una barca corallina che coi suoi uomini di ferro fra stenti inauditi, strappa ai profondi scogli del mare, quel polipo porporino che andrà poi a posarsi invidiato sul collo delle belle signore d’Italia e sulle spalle delle odalische d’Oriente.

I pescatori di corallo che vengono ad Alghero con più di 200 barche ogni anno; son quasi tutti napoletani e toscani; fanno ottimi guadagni, ma menano una vita d’inferno. Dormono quattro ore al giorno, lottano col sole ardente, cogli aquiloni, colla fame, colle pioggie: le loro mani son rese così callose dal remo e dal maneggio dell’argano che alza e affonda l’ordigno pescatore che, se tu getti loro una moneta sul suolo, non possono spesso piegar le dita a raccoglierla; ma battendola con una mano la fanno balzare nell’altra. La pesca dura dal febbraio alla prima settimana di ottobre, e Alghero, letto di corallo, non dà alla pesca che 24 barche coralline. Eppure una paranza corallina dà in un triennio un guadagno netto di 25 a 26 mila lire.

Nel porto di Alghero vedo molleggiarsi soavemente sull’onda un bel bastimento mercantile, domando a chi appartiene. È di un genovese che porta il soprannome di Miseria, soprannome onorevolissimo per lui. Era il più povero degli uomini; fu accolto in Alghero malato, per elemosina assistito e medicato; ora è milionario, è alla testa del commercio, possiede due case, molte navi. — Oh perchè l’Italia non è tutta Liguria?

Le case d’Alghero son bianche e qua e là alza sopra di esse il suo ciuffo maestoso una palma. Sopra la palma torreggia un campanile di bella architettura e la cattedrale è ricca di marmi d’ogni colore. Sopra la città s’innalza con triste cipiglio un altro grande edifizio: l’Ergastolo. La città ha però molte viuzze strette e sucide. Il teatro è bello e mi dissero che fu fatto specialmente per opera e col denaro dei canonici; dei quali formicola Alghero. È certo che i canonici vanno assiduamente al teatro, con minor ipocrisia che fra noi, e furon veduti con santa compunzione assistere alla Traviata, col libretto dell’opera fra le mani.

Gli abitanti di Alghero si dividono in tre grandi classi; pescatori e marinai; pastori e agricoltori; agiati che vivono sonnecchiando sulle loro rendite. Parlan tutti l’algherese, che è poi il dialetto catalano quasi puro. Questa lingua in tutta la Sardegna non si parla che ad Alghero e fin dal 1354, anno in cui la città venne assediata per terra e per mare dal Re D. Pietro Il Ceremonioso: l’assedio durò lungamente e fu poi convenuto che gli antichi abitanti sarebbero tutti usciti e fu occupata da una colonia di catalani. La fisonomia degli algheresi mi parve catalana e ligure, ma la razza è incrociata di elementi sardi, fors’anche napoletani e d’altre provincie italiane. La lingua non è sempre battesimo di sangue.

Se andate ad Alghero, dovete visitare il palazzo del Municipio, dopo aver letto una pagina di storia, che vi consolerà di esser nati tre secoli più tardi di Carlo V e vi farà tollerare con calma e pace serena le miserie dei nostri tempi.