»Questa è l’antica casa d’Albis, appartenente ora agli eredi del Conte Maramaldo della Minerva, vi si conserva la memoria del soggiorno di Carlo V, quando nel 1541 visitò la sua cara città di Alghero. I fatti che in allora vi succedettero nelle due giornate di mezza festa e di mezzo saccheggio, come dice il Valery, hanno un impronto dell’epoca tutta particolare.
»Il primo pensiero che si presero i cittadini d’Alghero all’annunzio dell’arrivo del loro sovrano, fu di radunare la più gran quantità di viveri che fosse possibile per farne regalo alla flotta che accompagnava l’Imperatore, questi prima di sbarcare accettò una partita di caccia nel vicino Monte Doglia, dove immantinenti un cinghiale ebbe l’onore di morire dalle mani auguste. Dopo questa illustre impresa si diresse verso la città, ma prima di entrare volle fare col suo battello il giro delle fortificazioni che riguardavano il mare. Davanti al molo si era preparato un ponte posticcio, perchè Sua Maestà Imperiale discendesse comodamente in terra e l’avevano ornato di ricche stoffe. Le persone che aspettavano l’Imperatore in questo sito, vedendo il battello diretto altrove, credettero che sbarcasse in altro punto della spiaggia, ed abbandonarono in un istante il posto, in allora i soldati di Cesare si lanciarono sopra il ponte, lo misero a ruba, e tolsero tutte le tappezzerie di cui era coperto. Questa scena fu lontana di disgustare Sua Maestà, la divertì molto. Egli montò subito sopra un magnifico cavallo che gli avevano offerto col quale fece il giro interno delle fortificazioni, poi entrò nella casa in discorso, che in allora apparteneva ad un certo D. Pietro di Ferrera. Là si affacciò alla finestra che dava alla strada, e fu testimonio allegro d’una scena, degno compimento di quella del saccheggio del ponte, che l’aveva divertito tanto. I soldati spagnuoli, discesi a terra coll’imperatore, principiarono a perseguitar e ad infilzare colle loro spade, sotto i suoi propri occhi, le bestie che si trovavano radunate in questa piazza e nelle strade vicine: queste bestie erano quelle destinate per regalo alla flotta, e furono scialacquate da una soldatesca sfrenata ed avida di saccheggio, sotto gli occhi del loro sovrano. Si racconta pure che uno degli uffiziali dell’Imperatore dimandò se era permesso di distaccare dalle muraglie le ricche tappezzerie in seta che ornavano l’interno della casa dove questo principe ricevette l’ospitalità, e si dice che Carlo V, rivolto al magistrato che l’accompagnava, gli dicesse ridendo: Jurado, mirad que no hagan danos estos locos (Jurado, badate che questi pazzi non facciano danno).»
In quei tempi esser saccheggiato da una selvaggia soldatesca, servir di spasso ad un Imperatore eran delizie per un popolo. Vedete:
»Appena che Sua Maestà se ne partì, questa finestra fu diligentemente murata, come la è sino al presente, affinchè non fosse profanata da un altro mortale. La casa dove soggiornò il Principe per 48 ore, ha goduto da quell’epoca sino ai tempi a noi vicini, del diritto di asilo, una catena di ferro con due pilastrini collocati davanti alla porta d’ingresso serviva di rifugio alle persone inseguite dalla giustizia o minacciati d’essere arrestati. Il tempo finalmente ha fatto sparire questa scioccheria»[3].
Ozieri è città pittoresca, che sembra accampata fra i monti che danno la mano da una parte ai colossi granitici di Alà e di Buddusò e dall’altra si legano colla catena di Monterasu. È città ad anfiteatro, colle case disposte a piani diversi. Di sera un cinguettìo e un coro di risa rumorose guidano i vostri passi ad una gran fontana messa nel centro della città e dove cento lavandaje d’ogni età a lume di candela lavano e battono spietatamente i panni e schiamazzano fino a tre ore dopo la mezzanotte.
Serberò finchè vivo lieta memoria di Ozieri, perchè vi ebbi la più lieta accoglienza del mondo e mi parve nell’industriosa attività di quelli abitanti di leggere uno splendido avvenire. Quando Terranova rannoderà la Sardegna al continente italiano, Ozieri diverrà una delle città più importanti dell’isola e i nuovi tesori del commercio faranno lieta compagnia alle ricchezze avite dell’agricoltura.
Oristano è città antica, resa triste dalle sue lagune che la ravvolgon tutta quanta quasi in un funebre lenzuolo di miasmi e di febbri. Se venite da Uras, entrate nella città attraverso una porta antichissima con un castello pittoresco, antica residenza dei giudici di Arborea; se escite per la via che conduce a Sassari passate ancora attraverso un altra porta antica e un altro castello. Fra quell’entrata e quell’uscita da medio evo avete molte case vecchie anch’esse e con balconi pittoreschi e arabescati. Per le vie molti preti, molti accattoni; ad onta del freddo vedi molta gente minuta colle gambe e i piedi nudi e spesso montano a cavallo, legandosi lo sperone al piede nudo. Vedi passar uomini a cavallo con una cappa nera da beduino e un nero cappuccio sopra un volto nero e accigliato; veri arabi d’Italia.
Un sobborgo d’Oristano è tutto abitato dai Congiolarius, che di padre in figlio si trasmettono l’arte di far terraglie, e le impastano e le foggiano all’aria libera. La cosa più interessante d’Oristano è però il Museo privato di antichità sarde del giudice Spano, il più bizzarro, il più originale, il più galantuomo degli archeologi ch’io m’abbia conosciuto. Abita un vecchio castello, che fu forse casa della Giudichessa Eleonora; vive fra i suoi camei preziosissimi, fra i suoi vetri di Tharros dai mille colori, fra le sue urne cinerarie: una polvere secolare posa su quelle ricchezze e il Dio di quel tempio appena serba a sè stesso un posticino, il più modesto della casa, che non è casa; perchè è fortezza, è castello, è museo; qua e là nido di gufi. Il giudice Spano fra quelle rovine e fra quei tesori, in quel mondo di cose antichissime e in mezzo a quella polvere antichissima serba l’entusiasmo più giovanile e quando accende le sue candele per farvi ammirare i riflessi iridiscenti dei suoi vetri di Tharros, i suoi occhi fiammeggiano fra quelle urne e quelle ragnatele, come lampi di un uomo felice, di un uomo terque quaterque felice; dacchè una nobile passione lo riscalda; ed egli toglie a sè gli agi della vita per lasciare una delle più splendide raccolte archeologiche che abbia l’Italia.