Oristano serba una gloriosa tradizione, quella della Giudichessa Eleonora, di cui potete vedere il ritratto in Cagliari, regalato dal Canonico Spano alla Biblioteca dell’Università. Quella donna fu soldato, fu generale, fu re, fu legislatore.
Non scrivo storie, ma vi invito a studiare la vita di quella sapiente e generosa principessa. Eccovi un solo tratto della finezza legislativa di Eleonora. Anche ai suoi tempi vi eran donne infedeli e uomini maldicenti: la Giudichessa sapiente per conservare la pace delle famiglie decretò che dovesse pagare lire 15 di multa chiunque avesse chiamato becco un cittadino dei suoi Stati e lire 30 se avesse provato che quel titolo gli era dovuto; e chi non volesse crederlo, legga la Carta de logu della Giudichessa di Arborea Eleonora.
Bosa è fra le piccole città della Sardegna una delle più simpatiche: posta sulla sponda destra del Temo, il Temus di Tolomeo, ha vini; oggi nettare di pochi, ma destinati a glorie mondiali; vicina al mare e sopra un fiume che serpeggia fra colli e campagne fertilissime. Una gita in barca sul Temo è una delle passeggiate più deliziose che si possano fare: in alto sui monti, colonne di basalto che sembran rovine di città e di templi sepolti; in basso cotogni, e olivi e melagrani e aranci e palme che scendono fino a bagnarsi i piedi nell’onda del fiume. Bosa è al piede di una collina su cui si arrampica, ed è dominata dal Castello dei Malaspina, scena pittoresca, che completa la bellezza del quadro. Le lingue malediche vi dicono che a Bosa si beve molto; ma e chi non beverebbe di quei vini, degni fratelli del Xeres e del Tintilla di Rota? Le stesse lingue aggiungono che i preti sono in Bosa padroni di molte coscienze e di altre cose ancora; ma vi ho trovato già sul tramonto la loro influenza, un tempo davvero onnipotente; e vi dicono ancora che i Bosani sono egoisti; ma io non lo credo, tanto mi parvero splendidamente ospitali.
Badate che nel presentarvi le città sarde seguo sempre i gradini della gerarchia numerica, e dopo Bosa vi presento Iglesias che ha una popolazione di più che 6000 abitanti e sempre crescente per la potente attrazione che esercitano la mine vicine di piombo e di zinco e delle quali il Sella ci darà una storia compiuta; fatta con lungo studio e molto amore.
Iglesias potrebbe lavarsi meglio la faccia e i piedi, ricca com’è di fontane e avendo quella di Corradino e Cixeddu e Maimone: ha vie molto strette, mal lastricate, sporche, dominate dalla cattedrale e da un palazzo arcivescovile nero nero. L’unico albergo della Vittoria è appena abitabile. Per le vie ad ogni passo tegami di terra pieni di carbone acceso: in molte case non v’è camino e si fa focolaio della via, sicchè quando soffia il vento vi schizzano fra le gambe faville d’ogni grandezza che appiccan frequenti incendii. Anche al primo piano del Palazzo Vescovile vidi una sera un di quei tegami infuocati, su cui il vento soffiava con tal forza da farlo sembrare un piccolo vulcano, e scintille e faville volavano per ogni parte.
Nelle vie più povere le case non sembran fatte per uomini; entrai in uno di quei covili ed era poco più alto d’un uomo. Nessuna sedia e nemmeno finestre; per la porta entravano la luce e l’aria e per un foro fatto nella parete di fango seccato (ladderi) esciva il fumo. In un angolo del fuoco e intorno intorno ammonticchiati dieci o dodici persone, accosciate per non rimaner spente dal fumo; eran bambini e fanciulli e donne e vecchi. In fondo a quella sala due buchi quadrati, uno più basso e più grande senza uscio, conduceva in una tana dove era un letto pei genitori: gli altri dormivano per terra in un mucchio. Sopra quel buco quadrato un altro più piccolo che s’apriva in un panteon domestico; dispensa, magazzino per tutto e per tutti. Coperto da una cassa di legno grugniva accanto al gruppo umano del focolare, un porchetto; il beniamino, il Dio penate della famiglia; me lo mostrarono con amore, lo abbracciarono con tenerezza: trovai anch’io che era grazioso e quasi parente prossimo di quei poverelli che pagavano per l’affitto di quella tana cento lire all’anno(!).
Sulla città di Iglesias pendono accigliate alcune rovine pisane che vi ricordano il conte Ugolino, una volta padrone e donno di tutta la città e del suo territorio. Deve essere cosa grande il leggere in quel castello il canto XXXIII dell’Inferno.