Faghes de su bell’in cara,
E mi trappassas insara
Su coro e pustis tis cuas
Mil’has fatt’un’otta e duas
Bene conosco s’errore.
Lasciami, amore, in pace, che tu sei un fanciullo traditore, non giuoco più, o amore, che mi dai colpi di cieco. Son belle le tue arti, mi fai il bello in faccia, ma mi trafiggi in cuore e poi ti nascondi, me l’hai fatta una e due volte, ben conosco l’errore.
Anche Bosa ebbe un grande improvvisatore in Giovanni Maria Pintus, quasi contadino, che moriva nel 1857 e che amava cantare l’amor felice, a differenza degli altri colleghi suoi che effondevano più spesso le loro liriche aspirazioni in lamenti erotici, e a differenza sopratutto del suo paesano Gavino Passino (morto nel 1804) che alla sua lira amorosa non aveva che la corda di Geremia. E col Passino sono da mettersi insieme Paolo Massa di Bonorva, vivo anche oggi, e il medico Antonio Manchia di Oschiri (morto nel 1854) e il vecchio Pietro Pisurgi (morto nel 1799).
Dalle poesie improvvisate dei Sardi mi è facile passare alla loro poesia erotica, che è fra le più ricche di quel paese; e le eruzioni del verso improvviso sono più facili là dove il suolo è sparso di vulcani e dove ribolle profonda e tenace la lava d’amore.
Eccovi un saggio d’una delle più antiche poesie amorose, di cui è ignoto l’autore. Il tema è questo:
Non ti mi poto olvidare