Entra nell’onda e bagnar non si sente,

Tocca marmi e macigni e non s’indura,

Sul gel passeggia, e sulle bragie ardente,

E non arde, non gela, nè ha paura

Che si veggia bruttar da labe alcuna

Fra quante macchie v’ha sotto la luna.

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L’abate Tommaso Pischedda, che ha messo questa poesia fra i Canti popolari dei classici poeti sardi, dice che «siccome la maggior parte delle poesie del Padre Cubeddu si aggirano su temi profani, e poco interessanti al nostro fine, noi ce ne passeremo, e daremo tra tutte la preferenza a quella che tratta felicemente un tema cotanto nobile, qual si è l’onestà d’una sarda donzella che serba intemerato il giglio castissimo della sua verginità.» Noi però, chiedendone licenza al colto abate, confessiamo di sentire nei versi castissimi del Padre Cubeddu distintissimi i due profumi dell’ambra e dell’incenso, dell’harem e della chiesa; cose e luoghi che nel mondo dell’arte non son poi tanto lontani come da molti si crede.

I canti sacri e popolari della Sardegna son molto antichi, innumerevoli come le arene del mare, e per la più parte di autore ignoto. La pietà dei fedeli li ha raccolti; e ogni villaggio ha i suoi prediletti, così come ha i suoi santi particolari. Eccovi un saggio di queste poesie, in onore di Sant’Antioco, il martire di Sulcis.

De sa Cresia Santo honore