Et rodeadu dai sas matessi

Suspirare e piangher mi meressi.

Quando penso alla mia triste vita, abbonda il pianto più eccessivo. È mancata da me quella allegria, quella che tanto m’aveva corteggiato, adesso faccio compagnia alle pene alle quali m’ha la sorte raccomandato, e circondato dalle stesse mi tocca sospirare e piangere.

Se mancano i veri poeti elegiaci, io trovo però nella poesia sarda una tinta melanconica che mi pare uno dei caratteri più salienti. Io sento in molti poeti una malinconica effusione di sentimenti non soddisfatti e perfino l’amore che fa vibrare tutte le corde del cuore e della fantasia usa più spesso in bocca loro la voce del lamento e rare volte effonde il giubilo della vittoria o il grido di guerra. L’abate Gavino Pes, che è giudicato da molti il più celebre poeta che abbia fiorito nella Gallura nel secolo XVIII, e che si meritò il nome di Metastasio Sardo ha scritto cose tristissime, rimpiangendo nella fredda età delle rughe le amorose follie della sua calda giovinezza. Eccovi alcune strofe del Lu Pentimentu colla bella traduzione in versi del Pischedda.

La vicchiaia è vinuta

Candu mi figurava più piccinnu:

Drummitu era, e mi sciuta,

Gridendi: già se’ vecchiu, e senza sinnu,

Mallugratu haï l’anni

In middi pregiudizi, in midd’inganni