Possa questa rapida corsa fatta nel campo della poesia sarda averne segnato il profilo saliente; possa destare in alcuno la voglia di tradurne alcuna fra le più belle; onde gli Italiani possano tutti gustare le bellezze poetiche di una italianissima fra le nostre provincie.

CAPITOLO V.

Le malattie della Sardegna. — La malaria e l’inerzia. — Drenaggio ed educazione. — L’Arcadia esiste anche in Sardegna e più che mai. — Agricoltura e vini. — Monti granatici e barraccelli. — Scarsa popolazione dell’isola. — Chi debba salvare la Sardegna.

La Commissione d’inchiesta sulla Sardegna e il Parlamento hanno fatto alla nostra isola una larga promessa che son tenuti a mantenere e che, io ne son sicuro, manterranno. La vita d’un popolo però non comincia e finisce nella sala dei cinquecento o nelle aule dei ministeri; e povero quel paese, che dopo aver conquistata la propria libertà, affida tutte le proprie speranze al governo, quand’anche questo fosse il più liberale e il più sapiente del mondo. Una provincia che per sventura o per peccato si trova addietro delle altre nella via del progresso deve innanzi tutto voler guarire di per sè stessa del proprio male; e quando chiama un medico dal difuori a sanarla, deve pur sempre trattarlo come consulente, da cui si prende consiglio, ma che pur si congeda con mille e cortesissimi ringraziamenti. Questo pei Sardi: gli italiani della penisola fuori delle sfere ufficiali e legislative devono aiutare i loro fratelli, coll’apportarvi i loro capitali e il loro lavoro; studiar la Sardegna, amarla e farla amare; e anch’io con questo mio modestissimo scritto vorrei concorrere a quest’opera di fratellanza, alzando il grido: Ricordatevi che esiste un’isola che si chiama Sardegna!

Sarebbe crudele calunnia il dire ai Sardi: siete i soli autori dei vostri mali; così come sarebbe una sterile adulazione il lamentare che la Sardegna è povera, è infelice soltanto per colpa di governo e di leggi. Calunnie e adulazioni che con triste ed eterna vicenda si gettano in faccia governo e popolo nel nostro paese; come se le membra dolenti e il cuor fiacco avessero a lamentarsi l’uno coll’altro dei loro acciacchi, rinfacciandosene a vicenda la colpa. I governi passati ebbero molti torti verso quell’isola: anche i governi dei nostri tempi ebbero le loro colpe, ma è ormai sterile fatica l’assegnare ad ognuno il peccato e la misura della colpa; dacchè la Sardegna è paese italiano, e tutti quanti abbiam debito di venirle in aiuto e riparare anche ai peccati che non son nostri. Lasciamo le accuse e le sentenze ai giudici, e noi lavoriamo insieme a guarire il malato, che è nostro fratello; fratello fra i più cari perchè tra i più infelici.

La Sardegna è malata di due gravi malattie, la malaria e l’inerzia: deve guarirne però e ne guarirà, perchè non sono malattie mortali, nè ancora hanno roso le viscere e la sorgente della vita circola celata ma vigorosa nelle profonde latebre di un corpo ancor vigoroso.

La Sardegna è cinta quasi per ogni parte da una gran fascia miasmatica che la stringe di un amplesso omicida e lungo i suoi fiumi non domati dalla mano dell’arte serpeggia il veleno della palude e su larghe zone nell’interno s’addensa in terreni acquitrinosi e sul letto di laghi antichi non bene asciutti ancora. I venti gagliardi che fanno continuo tumulto sull’isola portano poi i miasmi fin sulle vette dei monti e nelle alte valli; talchè anche fra l’aroma dei pini e i graniti muschiosi delle Alpi galluresi tu vedi l’uomo che trema dei lividi pallori d’una febbre che gli inviano paesi lontani dell’isola, forse a lui sconosciuti fin di nome.

Ad onta dei lavori di Cheirasco, di Efisio Massa e Giovanni Masnata e di altri[14] sul miasma della Sardegna, rimane a farsi una monografia di questo male e le fatiche e il denaro spesi ad avere una carta topografica del miasma, colla statistica delle affezioni palustri saranno fra le migliori provvidenze che governo e cittadini possano dare alla Sardegna. Prima di curare un male conviene conoscerlo e la malaria di quell’isola è poco e mal studiata. Senza bisogno di nuove commissioni nell’isola si potrebbe affidare al conservatore del vaccino, il professore Falconi di Cagliari, già così benemerito della pubblica igiene, la compilazione della Carta geografica del miasma sardo. Il Falconi, l’ebbi già a dire altrove, è uno dei pochi uomini, nei quali è difficile il dire se sia maggiore il culto dell’arte sua o più ardente lo zelo con cui attende agli uffizi del suo ministero. Le epidemie di colèra e di vaiuolo lo hanno trovato sempre il primo fra i combattenti e in Sicilia e in Sardegna; nè egli è il solo medico filantropo nell’isola e aiutato dai suoi colleghi potrà farci la diagnosi della gran febbre sarda.

Il Maltzan dà dell’insalubrità dell’isola un quadro troppo fosco e di tinte esagerate; e a sentirlo la Sardegna sarebbe pestifera come Cajenna o come le coste dell’Africa. La Sardegna ha paesi sani, ne ha anche di sanissimi; e meno Oristano, Tortoli ed altri pochi luoghi anche le febbri intermittenti decorrono benigne, e le perniciose non sono frequenti. Nello scorso anno per le pioggie straordinarie l’isola tutta quanta fu ravvolta in un nembo di epidemia miasmatica; s’ebbe grande mortalità nei bambini e nei fanciulletti e la febbre s’arrischiò ad altezze non mai arrivate. Anche il castello di Cagliari ebbe il suo miasma; ma fu questa una sventura eccezionale e il giudicare dalle statistiche mortuarie del 68 la salubrità della Sardegna sarebbe lo stesso che misurare quella d’un paese in piena epidemia di vaiuolo o di colèra.

Maltzan ha esagerato, ha esagerato grandemente l’insalubrità della Sardegna; ma al disotto dell’esagerazione vi ha una verità che non ha bisogno di essere ingrandita dalla penna dello scrittore per essere una triste, una dolorosa verità. Vi son paesi dove ogni anno il libro del parroco vi susurra all’orecchio questa tremenda notizia che il becchino è chiamato più spesso della levatrice; che le fosse si fanno più spesso che non le culle. In molti paesi anche i sani che passeggiano per le vie hanno dipinta sul volto la febbre sofferta e attraverso alla pelle terrosa vi par di palpare la milza grossa e i ventri idropici. Più d’una volta operai venuti dal continente, nello scavare un terreno per fare una strada, si fecero invece la loro fossa e le zappe sprigionarono dal sottosuolo miasmi rinchiusi chi sa fin da quando. Non cito paesi, non cito cifre, perchè aspetto che si faccia la carta miasmatica della Sardegna, ma mi pare che il poco detto basti a spiegare il terrore del Maltzan, e ad incuorare i Sardi a farla finita con questo veleno che lento e inesorabile serpeggia loro nelle vene.