La Sardegna non guarirà dalla sua febbre finchè l’agricoltura non abbia trasformato in succo per le radici il miasma della palude; finchè non abbia con una chimica sapiente e quasi miracolosa cambiato il veleno in pane. Il piccolo drenaggio della zappa e dell’aratro, il gran drenaggio di larghe e profonde fosse devono asciugare i terreni, dove da lunghi secoli fermentano addensati i cadaveri delle piante. L’ossigeno deve essere portato dall’uomo nelle viscere del sottosuolo a bruciare i lenti miasmi; e una rigogliosa vegetazione deve sorgere sul suolo rinsanito. Le terre ubertose e i lieti giardini di Orri erano al principio di questo secolo una palude; e il Marchese di Villaermosa può vantare di aver creato in una volta sola la salute e la ricchezza. Coi miei occhi ho veduto a Sanluri lo Stabilimento Vittorio Emmanuele, dove una palude, quasi lago, con una larga e profonda fossa fu trasformata in una terra feconda. Nè questi sono gli unici esempj di rinsanicamenti parziali della Sardegna, ma sono però ancora troppo rari esempj; e Cicerone redivivo potrebbe anche al dì d’oggi scrivere a suo fratello, legato di Pompeo in Olbia: Cura mi frater, ut valeas et quamquam est hiems, tamen Sardiniam istam esse cogites.
Il drenaggio deve essere la chinina della Sardegna, ma anche le sue lagune dolci e salate vogliono essere studiate, e corrette, sicchè non avvenga la miscela delle acque dolci e delle salate e dove è possibile, si elevi l’orlo troppo sottile delle loro acque, che sulle sponde imputridite s’alzano e s’abbassano con flusso e riflusso di cadaveri e di miasmi.
Anche aspettando i capitali, e il drenaggio e un po’ d’idraulica nei fiumi scapigliati, i Sardi possono fare assai per migliorare le condizioni igieniche dell’isola, togliendo alle case il letame, alle persone il sudiciume; togliendo ai vivi il troppo intimo contatto coi morti. Nel cimitero di Cabras un senatore mio amico vedeva, or non è molto, la zappa del becchino che s’affondava nelle carni ancora molli d’un cadavere troppo fresco, onde lasciare il posto ad un’altro fratello più fresco di lui. In molti villaggi ho veduto io stesso nei cortili cumuli di letame alti quasi come le case. Non parlo delle vie trasformate in latrine, perchè è questa vergogna di quasi tutta Italia e d’altri paesi latini d’Europa.
Contro questi miasmi umani, omicidi come i palustri, vuolsi adoperare un altra maniera di drenaggio, quello che porti l’ossigeno dell’istruzione e dell’educazione nelle vene più sottili della classe povera e mezzana. Medici, parroci, maestri, insieme alla medicina, al vangelo, all’alfabeto devono insegnare l’igiene; perchè un popolo che si lava, che distingue casa da stalla, che gode della santa voluttà, della pulitezza è un popolo sano e che meglio resiste degli altri anche al miasma delle paludi.
L’inerzia è antica consuetudine dei Sardi e finch’essa duri, inutile è sperare che venga sanata del miasma della palude e le due malattie messe insieme t’andranno corrodendo fino alla midolla. Senza vincer l’inerzia inutili saranno le leggi, inutili le ferrovie, inutile scoprire ogni giorno nuove e ricche vene di piombo e di zinco. Finchè vedo le mine in mano di stranieri o di forestieri; finchè vedo l’unico ospedale di Iglesias fatto e mantenuto da inglesi; finchè vedo i Sardi fuggire anche dalle piccole industrie; non dispero, ma crollo il capo e aspetto la reazione che guarisca il malato.
Il pastore errante è l’ozioso povero della Sardegna, il piccolo possidente ne è l’ozioso educato; entrambi rappresentanti delle due forme più salienti dell’inerzia isolana. V’è poi l’ozioso impiegato, l’ozioso nobile, l’ozioso parassita, l’ozioso prete ed altre ed altre specie e varietà senza numero. Il pastore vuol essere trasformato in contadino e all’ozio contemplativo o grifagno di cui si compiace convien sostituire il lavoro salubre e moralizzatore della terra. Tutti gli altri oziosi di rango superiore devono essere convertiti in industriali, in commercianti, in uomini di mare e d’officina; in ingegneri e in maestri: pochissimi si serbino ai cavilli del foro e ai triboli della medicina.
L’inerzia dei Sardi che in molti è vera apatia e scoraggiamento deve esser vinta con questi due mezzi: avvicinarli al continente ed educarli; che è quanto dire ferrovie e scuole, le due leve giganti della civiltà moderna.
Una ferrovia che unisca Cagliari a Terranuova e un vapore che avvicini Terranuova ad Orbetello ridurranno di due terzi la distanza che separa da noi la prima capitale dell’isola. I Sardi verranno più facilmente e più spesso fra noi, e noi andremo più spesso in Sardegna; sicchè l’isola divenga una seconda penisola italiana e i contatti crescan gli affetti e dall’attrito d’uomini e di idee nasca la scintilla che accende l’amor proprio e la nobile ambizione del progresso. Le strade son sempre figlie della civiltà, ma ne sono anche le madri; e in Sardegna anche con pochi abitanti e poche merci e guadagni incerti convien coprire il paese di ferrovie e sopratutto e per la prima stendere quella da Terranuova a Cagliari. Finchè questa non si faccia, i Sardi stenderanno invano le loro braccia verso la penisola sorella, e attraverso i vuoti deserti del mare noi non sentiremo le loro voci, nè potremo rispondere a quell’amplesso che ci domanda aiuto ed amore.
Molto s’è fatto in questi ultimi anni per l’educazione della Sardegna, ma non s’è fatto abbastanza e alcune e provvide fila ordite da un ministro vennero dimenticate o rotte dal suo successore. Sanguinetti faceva un viaggio in Sardegna per incarico d’un ministro, visitava tutte le scuole; proponeva molti provvedimenti; ed ora sul lavoro abbandonato del nostro collega tessono sicuri le loro fila i ragni. A Nuoro, paese di pastori, spesso briganti, avete un ginnasio e non una scuola tecnica; e quando io vidi quei fieri montanari tormentare la loro mente sulle pagine di Cornelio Nipote, sospirai profondamente, esclamando entro di me: Arcadia, Arcadia quando sarai tu morta? E quando in una delle città minori della Sardegna udii da gente colta lamentarsi l’abbandono degli studj classici e quando ancora seppi che per desiderio degli abitanti in altre città un istituto tecnico era stato convertito in ginnasio, sospirai profondissimamente; esclamando una seconda e una terza volta: Arcadia, Arcadia quando sarai tu morta?
I Maurelli di Iglesias mandano poco volentieri i loro bambini alle scuole; ma fuori di là le scuole sono implorate dai padri, son frequentate dai figliuoli. Ad Oschiri vidi nelle scuole elementari 60 o 70 fanciulle e solo una trentina di maschi; e questi invece son nel campo dietro le pecore o il bue, educandosi all’ozio che forse più tardi li porterà dinanzi al Tribunale. In alcuni paesi di Sardegna è così difficile andare a scuola che a conquistar l’alfabeto si esige fede d’apostolo e quasi entusiasmo di martire.