Nelle montagne della Gallura vi sono alcuni parroci più poveri dei loro contadini, più santi dei santi; ed io vorrei esser papa un giorno solo della mia vita per poterli beatificare. I curati di San Pasquale, San Francesco e Luogo Santo fanno scuola dalla mattina alla sera e la fanno gratuitamente. I loro discepoli arrivano da immense distanze e a cavallo; e più d’una volta un contadinello sulla strada raccoglie in groppa due o tre compagni; e questi gruppi infantili e pittoreschi giungono a tutte le ore del giorno alla scuola del parroco, rinnovandogli la fatica e la noia. Eppure sopra 125 abitanti raccolti a Luogo Santo fra quei monti deserti trovate 17 scolari. Eppure quei poveri parroci comperano coi loro quattrini carta, penne, inchiostro; tutti gli istrumenti primi della civiltà.
Molte delle scuole della Sardegna avrebbero bisogno di un po’ di culto, onde i discepoli, se non in un tempio, almeno credessero di entrare in luogo pulito e decente. Nella scuola d’un comune del Circondario di Oristano, non più in là del 1853, i discepoli sedevano sopra grosse pietre ammucchiate nella scuola; e il maestro, horribile dictu, aveva fatto cattedra d’un gran vaso da notte rovesciato.
In paese così lontano dal centro politico gran parte di inconscia educazione si riceve per via degli impiegati e delle autorità. Il pastore, il contadino, il piccolo possidente sentono battere i polsi della vita pubblica, si sentono membra d’una società umana, soltanto per via del carabiniere, dell’esattore, del sindaco e più su per via del pretore e del prefetto. Ministri, deputati, parlamento son per essi un mito. Or bene questa educazione potente che dovrebbe esser fatta per mezzo delle autorità è più spesso invece corruzione e oscuramento.
Nel Circondario di Iglesias su ventiquattro sindaci otto sono analfabeti e d’inchiostro e di letteratura non conoscono altro che la croce con cui firmano. Ignoranza vuol dire immoralità, chè sinonimi più sinonimi di questi io non conosco al mondo; e voi vedete molti sindaci di comuni rurali divedersi coi parenti i frutti della loro professione. Molti hanno uno stipendio di 200, 500 e fin 1000 lire all’anno, stipendio votato in famiglia. Se voi domandate la ragione di questo sussidio di rappresentanza vi si risponde, che il sindaco è in campagna un vero oste, dovendo albergare il viandante senza alloggio. I maligni poi vi raccontano come un certo sindaco nel conto redatto ad un ricco viaggiatore facesse figurare il cespite di lire sette in prezzemolo.
Ma i sindaci, mi direte voi giustamente, son frutti del paese; ma in Sardegna avete alti e mezzani impiegati venuti d’oltremare e che vi fanno arrossire per la loro ignoranza, per la loro rozzezza. Io so che quando un uomo è gravemente malato si cerca del miglior medico, e la Sardegna come provincia malata dovrebbe avere i migliori impiegati.
Il servire in Sardegna dovrebbe essere una gloria e non un castigo; dovrebbe essere un campo nobile e fecondo all’intelligenza operosa e generosa dei giovani impiegati e non un ospizio di mendicità per gli inetti o i colpevoli. In questo, paese e parlamento devono alzar forte la voce; e cessi una volta quell’isola sventurata di essere in una volta sola l’Irlanda e la Siberia dell’Italia.
L’ignoranza si fa sentire più crudele che altrove sulle campagne della Sardegna, dove s’accumula insieme alle altre piaghe dell’agricoltura; la polverizzazione delle proprietà, l’immensa massa di terre demaniali e comunali, i furti campestri e via via altri cancri e gangrene senza numero.
L’agricoltura è in gran parte della Sardegna men che bambina, neonata; e i sapienti avvicendamenti e la provvida associazione del campo alla stalla e le irrigazioni e tutte le moderne conquiste dell’agraria vi son lettera morta. L’ulivo vi è educato assai bene in alcune terre; e lo vidi bellissimo a Bosa e a Sassari: anche la vite vi è accarezzata con qualche amore; ma dei vini squisiti che distilla tutto il merito è dovuto all’antico ceppo spagnuolo e al sole fecondo di quell’isola. Eppure nei vini di Sardegna vi è una mina d’oro pressochè vergine ancora; eppure in essi si ha tal varietà e ricchezza di tipi da poter fare concorrenza in una volta sola alla Francia, alla Spagna e al Portogallo. Non è vero quel che ripetono molti, che la Sardegna non abbia che vini spiritosi che accendono il palato e devono essere sorbillati meglio che bevuti. L’Ogliastra ha vini rossi da pasto da star vicinissimi ai migliori della Borgogna e del Bordelese ed io ho bevuto a Lanusey del vino rosso che meriterebbe una corona civica. In quel paese un operoso farmacista, Agostino Gaviano, fabbrica vini così squisiti, che già furon cercati per l’esportazione transatlantica e degno suo rivale è il parroco di quella città, nella cui cantina abbiano trovati vini che non sdegnerebbe la tavola d’un Lord.
La varnaccia d’Oristano, il moscato di Bosa; i vini d’Alghero, d’Olliena, il Canonado, il Girò ed altri son tutti vini di lusso che ridotti a tipi costanti troveranno un sicurissimo spaccio sui mercati di Parigi, di Londra e dell’America. Presso Tempio avete un moscato che è fratello legittimo del Frontignano. S’accordino i Sardi a migliorare la loro industria vinicola e potranno in pochi anni diventare i primi produttori d’Italia; potranno arricchirsi, onorando la patria comune. Il Governo favorisca l’insegnamento industriale, fondi una scuola d’agraria; chè nel sardo l’amore all’agricoltura è virtù antica, direi nazionale; ma fin qui è ancor sterile, perchè non fecondata dalla scienza. Colle mie orecchie ho udito queste parole che con vera commozione diceva un vecchio sardo: Il terreno è nostro padre, è nostra madre, è nostro figlio, nostro fratello; ci dà il denaro senza usura, è il primo e l’ultimo dei nostri benefattori.
La suddivisione delle proprietà è così gran male in Sardegna, che il Comitato Popolare di Cagliari nelle sue proposte presentate alla Commissione Parlamentare d’inchiesta, osava proporre l’espropriazione forzata. Udite le parole del Presidente Senatore Di Laconi e meditatele; perchè dette da un sardo e a nome della Sardegna hanno una eloquenza singolare: