«Chi si proponesse di ottenere l’unione delle terre in Sardegna coi soli mezzi indiretti, come sarebbe, a non dir altro, l’esenzione dei diritti e tasse per tutti quelli atti che abbiano questo scopo, suggerirebbe rimedio inconcludente se non ridicolo.

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»Allorchè un male arriva a tal punto non valgono a porvi riparo i mezzi indiretti, ma occorrono rimedi radicali che operino una vera rivoluzione nel sistema passato. Il Comitato intanto è venuto nella determinazione di far voti acciò venga da voi pure indicato al Parlamento questo farmaco ormai indispensabile, inquantochè se vi si riscontra una qualche violazione di libertà non è affatto in urto col nostro diritto pubblico interno. La proprietà violasi di soventi per opere di utilità pubblica, e questa pretesa violazione è ordinata e regolata dalle nostre leggi. Quale maggior opera di pubblica utilità di questa che tende a migliorare utilmente e realmente l’agricoltura di un intiera provincia, a stabilire di fatto la proprietà perfetta del suolo, a porre un freno efficace alla pastorizia nomade, che devasta i nostri campi ed è origine di tanta immoralità e di tanti delitti?

«D’altronde, se vuolsi realmente migliorare la sarda agricoltura fa d’uopo, come già avemmo l’onore di dirvi, richiamare la popolazione alle campagne, far sorgere le case coloniche ed i poderi in quelle stesse terre, che oggidì sono frazionate in estensioni infinitesimali. Come raggiungere questo scopo con mezzi indiretti? Se quello dell’espropriazione forzata non si adotta, nasceranno e spariranno forse parecchie generazioni prima che sia una realtà quell’equa divisione del suolo che permetta gli utili miglioramenti di coltura. Però, il Comitato, avendo coordinate tutte le sue deliberazioni ad un solo scopo, non vorrebbe venisse accordata questa eccezionale facoltà di espropriare che a condizioni tali da far sicuri dell’utilità di sì estrema misura.»

Quando un ammalato invoca ad alta voce che gli si amputi un membro, deve essere gravemente infermo; e quando un paese domanda coll’autorità d’uno dei suoi primi patriotti l’espropriazione forzata, deve essere gravemente, profondamente malato.

Io credo che lo sviluppo concorde dell’istruzione, dell’industria e del commercio sanerà l’agricoltura senza bisogno di ricorrere all’espropriazione forzata, rimedio che forse non oserebbero applicare quelli stessi che lo consigliano.

Quand’io vedo per esempio un proprietario a Lanusey così povero che a seminare uno starello di frumento ha bisogno di chiederne in prestito due, e mentre affida l’uno alla terra, cambia l’altro in pane per tenersi vivo fino alla messe; mi domando a che possa servire questa omeopatica proprietà che non basta a salvare la dignità dacchè non vale a difenderlo dalla fame: ma quando poi io penso al nobile e santo amore del sardo per la sua terra, mi domando ancora, se la scienza non possa trasformare questa forza vergine e potentissima in ricchezza nazionale.

I sardi liberi del regno italiano, allorchè sono tentati di spegnere la loro energia in queruli lamenti contro il Governo, rammentino la Spagna e il suo feudalismo, prima origine del fatale frazionamento delle terre.

A Villa Sor, fra campi fecondi di biade e boschi di mandorli e vigneti e siepi di cacti che sembrano foreste, trovate un villaggio modesto, ma lieto di una serena agiatezza. L’unico convento è divenuto una scuola, e l’ultimo francescano rimane in una cella deserta, quasi fuggendo dal contatto della scuola che lo ha ucciso. Fra le vigne e il villaggio però erge il capo con tristo cipiglio un vecchio palazzo baronale, turrito, pesante, grigio, irto di inferriate, cupo; un mucchio di fango divenuto prigione, un sogno spaventoso di ventricolo obeso. In quel castello trovate ancora molte e grosse catene di ferro destinate ai sardi d’un tempo, e nel muro anelli di ferro che si aprivano per stringere il collo ai più ribelli fra i sardi d’un tempo. Ecco la Sardegna spagnuola. Il convento divenuto scuola: ecco la Sardegna italiana. Il campo e la chiesa divenuti scuole anch’essi; ecco la Sardegna dell’avvenire.

Lo Stabilimento agricolo del Deputato Costa presso Alghero; lo Stabilimento Vittorio Emmanuele son crepuscoli di un’agricoltura nuova; ma la luce del sole non si è veduta ancora.