[350.] Questa lettera fu con tali mutilazioni pubblicata dalla Magini (op. cit., pag. 68) che non sarà discaro al lettore conoscerla qui per intero. “Firenze, 20 ottobre 1825. — Io vi ringrazio, mio caro Libri, della comunicazione fattami della lettera del sig. Botta al sig. Friddani. Con mio sommo piacere sento ch'egli acconsente di scrivere qualche articolo per l'Antologia. Giuste, giustissime sono le osservazioni del sig. Botta, riguardo alle condizioni da stabilirsi: ma egli mi fa torto supponendo che mi potesse venire in mente di aggiungere, o di levare, senza la sua approvazione, qualche cosa dai suoi scritti. Io so quali sono i riguardi dovuti ad uno scrittore come il sig. Botta; che se accadesse, ciò che non credo probabile, che una qualunque siasi proposizione mi sembrasse poco idonea all'indole ed alle condizioni del giornale, gli parteciperei direttamente i miei dubbi, ma sicuramente non mi arbitrerei, né ricorrerei ad altro giudicio che al suo. Ma qui non posso fare a meno di rilevare un passo della lettera del sig. Botta. Egli dice che gli pare che l'Antologia vada per certe attorterie e servilità forestiere.... e che le sue (del sig. Botta) opinioni faran mal suono agli autori dell'Antologia. Mi rincresce che il sig. Botta abbia quest'opinione, e voglio lusingarmi che s'egli mi conoscesse meglio, e s'egli sapesse quanto sudo e fatico per rendere l'Antologia degna del secolo, quanto è possibile di esserlo a giornale presentemente in Italia, egli penserebbe diversamente. Voi, mio caro Libri, che sapete quali sono i miei sentimenti, quanto poco temo di manifestarli, quanto ho l'animo indipendente, quanto io ami l'Italia, mi potete rendere la dovuta giustizia. Noi siamo, è vero, in Toscana, in questa beata Terra, questa Oasis ove molto si concede allo spirito ed ai bisogni del secolo! ma nondimeno siamo sottoposti ad una censura, ci troviamo tra il feu croisé di Milano e di Roma; tra il giornale ecclesiastico di Roma e il non meno ultra-fanatico l'Amico d'Italia, che si pubblica in Torino;.... e questa censura, piú per prudenza che per tutt'altro motivo, deve sé malgrado frequentemente rigettare o castrare. L'Antologia ha dunque alcune volte dovuto tacere o non dire tutto il suo pensiero; ma parlare contro le proprie dottrine, mai; a questa censura ho dovuto promettere, s'intende, di non stampare ciò che viene da essa rigettato; ma gli ho dichiarato nel tempo medesimo che mai e poi mai nessuna potenza al mondo potrebbe farmi inserire nell'Antologia cose contrarie alle dottrine ch'io tengo ad onore di professare, dottrine conformi ai lumi ed ai bisogni del secolo, ed in particolare modo ai bisogni dell'Italia. Questa dichiarazione, ch'io amo di qui ripetere, basterà, lo spero, al sig. Botta per fargli capire quale fu ed è il mio divisamento, e ciò che io aspetto da lui per il maggior lustro dell'Antologia; ma d'altronde quale il freno ch'egli medesimo dovrà imporre in certe occasioni al giusto e nobile suo sdegno. Il discorso del nostro Niccolini, che viene inserito nel fascicolo di ottobre, gli darà la misura dei limiti ove possiamo giungere, e di quelli che non possiamo azzardare di oltrepassare.
“La Storia d'Italia v. g. meritava nell'Antologia uno o piú articoli. Ma tale era l'argomento, che le lodi o le critiche che fossero state fatte, partite da penna veramente italiana, certamente non sarebbero passate alla censura. E poiché l'Antologia non avrebbe potuto parlare dignitosamente e risolutamente del libro del sig. Botta, era meglio tacere: ho avuto piú volte occasione di dirlo al censore.
“Del resto voi potete asserire al sig. Botta che se il non essere né dotto, né letterato, mi mette nel caso di dovere frequentemente ricorrere all'assistenza di chi in tante materie ne sa piú di me; io non mi lascio però influenzare da nessuno, e che, in ultima analisi, io solo dirigo il mio giornale.
“Venghiamo ora a ciò che concerne la ricompensa. Il sig. Botta conosce lo stato della misera Italia riguardo al commercio letterario. L'Italia non è la Francia, e ancor meno l'Inghilterra. Offrendogli 60 franchi per ogni foglio di 16 pagine dell'Antologia, carattere garamone, offro piú di quello che non ho mai dato a nessuno; e quando egli saprà che ancora non copro le mie spese, non troverà meschina la mia proposizione„.
[351.] Su questo ritornerò altrove, parlando della censura in Toscana.
[352.] 1826, tomo XXII, n. 64, aprile, pag. 73.
[353.] 1828, tomo XXX, n. 90, giugno, pag. 147.
[354.] 1825, tomo XX, n. 60, dicembre, pag. 42.
[355.] Epistolario cit. del Leopardi, vol. III, pag. 200.
[356.] Lettera del 5 gennaio 1824; Epistolario cit., vol. I, pag. 489. — Altri penserà forse ch'io troppo, in proporzione di quello che diede all'Antologia, discorro del Leopardi (che il Tommaséo nell'edizione del 1863 dell'opera sua non ricorda neppure, e in quella del 1864 rammenta (pag. 135) a proposito de' pirati Barbareschi): a me discorrere di lui con certa ampiezza pare opportuno, e perché tocco di alcuni desiderî del Vieusseux riguardanti il giornale, e perché il Leopardi e vicino e lontano sempre guardò con piacere allo svolgersi dell'Antologia.