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Ma ciò che poneva in maggiori angustie il Vieusseux, e piú faceva sentire le traccie nella sua pazienza tribolata, non erano tanto le spese alle quali non trovava compenso, non tanto il timore della censura (il Padre Bernardini, austero in parole, condiscendeva abbastanza ne' fatti, e il ginevrino d'Oneglia, disputando, s'intendeva con lui); quanto il tenere congiunti a sé e conciliare tra loro uomini d'opinioni, consuetudini e tempre, piú che diverse, contrarie; il non ne irritare, senza però lusingarle, le facilmente irritabili vanità letterate; il tollerarne con pazienza magnanima le bizze e le stizze e le invidiuzze insofferenti e impotenti. Non era facile, per esempio, senza mentire a loro e a sé stesso, tenere per molti anni congiunti l'ex barnabita Giuseppe Montani e il corcirese Mario Pieri, e Giambattista Zannoni con Sebastiano Ciampi; frenare gli sdegni impetuosi di Pietro Giordani e le superbe impazienze di Niccolò Tommaséo. Tra' quali due meglio, per certi rispetti, il Giordani che per non voler nulla mai mutare agli scritti suoi non diede all'Antologia se non poche cose, ma non creò fastidî al Vieusseux: il Tommaséo invece co' l suo carattere ombroso, con quel sentenziare reciso su tutto e talvolta con piú acutezza d'ingegno che precisione di dottrina, quanti sdegni attirava al giornale, e piú ancora, a chi ne era a capo! “Sappiate — scriveva[472] il Libri al Capponi — che avendo io cercato in piú luoghi di far proseliti all'Antologia, ho trovato moltissima gente, e brava gente, nemica di quel giornale a cagione del K. X. Y., il quale ha indispettito alcuni col suo tuono insolente„. Il Tommaséo stesso (e questo sia prova di come il Vieusseux, che a giudizio di certi pareva rendersi dominatore, fosse invece rispettoso, fin troppo, alla libertà dell'ingegno); il Tommaséo, piú avanzato negli anni e da' dolori di esilio povero fatto piú esperto della vita e degli uomini, molte di quelle sue critiche confessava “sventate e avventate„; confessava[473] d'avere piú volte “aizzate le guerre letterarie„, e talvolta co' suoi “puerili disdegni„. Pativa il Vieusseux, inutilmente desiderando che l'amico sapesse frenare un poco la sua penna; e ad accrescere i patimenti gli giungevano i gridi d'indignazione e le fiere proteste[474] che il giovine dalmata, per la eccessiva libertà de' giudizi, imprudentemente destava piú contro a lui che a sé stesso.

Ma piú che la natura diversa de' diversi scrittori, ora intollerantemente troppo acre, ora ombrosa sofisticamente, ora sconsideratamente violenta, a che duri cimenti ponevano la pazienza magnanima del Vieusseux gli amor proprî de' suoi amici per ogni nonnulla irritabili, e le lor piccole vanità, e le pretese loro infinite! Oh che corrucci bizzosi, che furie superbe, se qualche volta il Vieusseux non credeva conveniente all'indole del giornale uno scritto! Fieramente con lui si sdegnò Federico Del Rosso del non avergli voluto, senza leggerlo innanzi, pubblicare un articolo su 'l San Benedetto del Ricci; e sdegnato gli parlava[475] dell'indovinare le voglie di chi dirigeva il giornale, o del mestiere buffo dell'indovino, e della servitú dell'intelletto. E il Benci stimava[476] giustissima la collera del professore di Pandette, e diceva al Vieusseux, che il voler leggere, innanzi di accettarlo, un articolo di scrittore provetto e non pagato, era una imprudenza grandissima; facendo, tra l'altre cose, sapere che il Del Rosso aveva un giornale, e a danno effettivo di lui poteva anche rialzarlo. Il qual Benci, a sua volta, solo per avergli il Vieusseux proposto con qualche insistenza di pagare i suoi scritti, offeso nel suo amor proprio, non so quanto logicamente conchiudeva[477] aver egli con gli articoli suoi non pagati peggiorato il giornale: e accusava il Vieusseux di credere buono quello soltanto che a lui piaceva inserirvi, e di voler dominare e a suo piacimento esser arbitro de' letterati. Lo stesso buon colonnello Pepe non stimava ingiusto lagnarsi[478] di quella ch'egli chiamava “dispregiante scontentezza„, con che gli pareva che il Vieusseux ricevesse i suoi scritti; e lo accusava anch'egli che varî mesi per dispregio trattenesse i suoi articoli, e che sempre scontento li ricevesse, come l'intraprenditore il lavoro dell'operaio. E perché il Vieusseux per buone ragioni non fece luogo nel suo giornale a uno scritto alquanto mordace contro il Valeriani, l'autore Urbano Lampredi gli diceva[479] che se nel 1820 era stato cacciato di Napoli, “nel 1832 voi, ministro capo-archivista in Firenze dell'italica civiltà, mi avete esiliato dall'Antologia come rinnovatore di antichi pettegolezzi. In ciò voi siete per me un altro principe di Canosa„.

Né per questa, quasi direi, ingratitudine, il buon Vieusseux negava a' suoi amici bizzarri i consueti segni di stima, o scemava loro dell'usata benevolenza: non però ch'egli non ne sentisse l'anima profondamente trafitta; e piú di una volta in primato colloquio e in pubblico si dolse[480] che alcuni tra' suoi amici non bene comprendessero “le sue circostanze„, e si lagnassero di lui pe' suoi rifiuti e pe' suoi ritardi, che pur gli costavano “molto dispiacere„. Certo le difficoltà incontrate da lui per adunare tanti e cosí diversi ingegni diventavano un nulla, in paragone delle difficoltà e de' dolori che gli costava il sempre piú conciliarli a sé stesso e all'impresa propria.

Ma che dirò io delle accuse fiere, e de' lunghi rancori, de' quali egli e il suo giornale facilmente divenivano oggetto, se dal tacere in esso di qualche scritto, dal brevemente parlarne, o dal parlarne in modo non desiderato, veniva per poco irritata la tremenda tenerezza paterna de' varî autori? Il Pomba, ad esempio, pubblica una raccolta di classici latini; l'Antologia non ne parla con tanta sollecitudine quanta l'editore vorrebbe, ed ecco che il Boucheron si duole di quel silenzio, e il Pomba “grida come uno scorticato„[481]. Vengono in luce i Discorsi sullo scrittore, di Giuseppe Bianchetti; ed egli sollecito si lagna[482] che l'Antologia “quantunque si occupi spesso con molta prolissità di tanti libri francesi, e qualche volta con tanto entusiasmo di alcune inezie nostre, non abbia creduto di farne ancora parola né in bene né in male„. Il Montani discorre[483] brevemente dell'Anacreonte del Marchetti e del Costa, dicendo che è traduzione “piena di garbo, ma non di quel brio che animava le parole del buon vecchio di Teo„. E per queste in verità non feroci parole, si fa dagli amici de' traduttori un grande scalpore in Bologna; e si pubblica nel Caffè di Petronio[484] un lungo articolo ove è detto, tra l'altro, che l'Antologia è il giornale “piú grosso d'Italia„; e che già troppo “abusa della facoltà di giudicare a capriccio le opere altrui„: e in fine si pone il quesito se l'anima di un giornalista possa essere passata in quella di un asino. Il Cesari stampa i suoi Commentarî della vita di Tommaso Chersa (il buon Padre Cesari che seriamente scriveva[485] che il Chersa visse in perpetua pace con tutti i suoi perch'era il cappio e il concio di tutti loro); e perché il Tommaséo si fa lecito dubitare[486] se veramente questi vivrebbe in aeternitate temporum fama rerum, il Cesari vuol preparare una risposta[487]; e trova intanto l'amico Lampredi, il quale si scaglia[488] prima per lettera contro quell'“opera scempiata d'un cotale che si sogna K. X. Y.„, e contro quel “giovine abbastanza istruito ma sventato, che aspira a clarescere magnis inimicitiis, e che non ha né pratica di mondo, specialmente del letterario, né formato il giudizio per tenere la vera via della critica„; e pubblicamente poi dà lui risposta[489] a quel “trigrammatico ipercritico.... nascosto prudentemente sotto le tre lettere K. X. Y.„, che tanto sa di latino da sembrare “non distinguere il nominativo dall'accusativo„. Pure, il Lampredi questa volta assolveva il Vieusseux, ricordando anzi la sua “religiosa imparzialità„, e chiamandolo “benemerito delle lettere„. Non cosí però il Padre Cesari, il quale nella sua Tempe di Beccacivetta si vendicava anche delle osservazioni fattegli[490] dal solito K. X. Y. per la traduzione delle lettere di Cicerone, si vendicava co 'l non leggere l'Antologia. “Voi avrete letto nell'Antologia — scriveva[491] ad Antonio Chersa — benedizioni che mi danno: non che io l'abbia lette (che non tantum abs re mea mihi est otii); ma e' mi fu detto„.

Non tutti però si vendicavano in modo sí mite, né tutte erano come quelle del Cesari innocue le ire. Avendo il Cioni, nel parlare delle poesie del Paradisi, affermato[492] che ne' tumulti del 1821 l'università di Modena era stata chiusa per sempre, Geminiano Riccardi, professore di matematiche in quella università, voleva protestare nell'Antologia: ma perché il Vieusseux gli rispose che stamperebbe la sua protesta, accompagnandola però con quelle note che piú gli paressero opportune, il Riccardi la pubblicò altrove[493], dicendo in essa, tra non poche altre cose, che l'indipendenza dell'Antologia consisteva nel “non aver riguardi per i chiari uomini„, e nel “tradurre in decreti di perpetua distruzione le benefiche e sagge provvisioni di un ottimo principe„.

E perché nel dare notizia[494] del monumento ad Andrea Vaccà e del discorso nel Camposanto pisano pronunciato dal Rosini, lo scrivente moveva qualche appunto assai mite a' concetti dell'oratore e del Thorwaldsen, che aveva raffigurato la guarigione miracolosa di Tobia, quasi che il Vaccà come Tobia nell'operare invocasse l'Arcangelo Gabriele; anonimo annunciava[495] il Rosini che il Vieusseux “da un capo all'altro d'Europa„ verrebbe “salutato da' fischi„; e lo chiamava “mallevadore delle calunnie„. E quasi ciò fosse poco, in un opuscolo[496] avente per motto “non opus est verbis sed fustibus„, ogni sorta di contumelie scagliava non pure contro l'autore dell'articolo, da lui chiamato “spirito pasciuto a polenda„ e “topo campagnolo in città„, ma contro il Vieusseux; dicendo, tra l'altro, che calunnia “viene da calutum supino di calvo„; perché calvo era il Vieusseux. Tante in somma e sí gravi erano le ingiurie, che il Corsini stesso confessava[497] al censore ch'egli non poteva non concedere al Vieusseux una riparazione, essendo stato “indebitamente imputato di propalazione di calunnia„. Con la usata moderazione rispose[498] il Vieusseux, non senza però rimproverare al Rosini “la deplorevole insazietà dell'orgoglio„: ma il Rosini piú e piú villanamente raddoppiò le ingiurie, scrivendo[499], tra l'altre cose, che al Vieusseux piaceva inserire nel suo giornale “gli scritti anonimi sí, ma quando accusano altrui„. Delle quali ingiurie villane in certo suo “poema romantico[500] si fece poi bello miseramente.

Non certo per la storia delle lettere ricordo le stizze del Pieri, ma perché si vegga come il Vieusseux avesse non poche tribolazioni anche da questa celebrità mal riuscita. Non contento alle lodi “piamente abbondevoli„ date dal Tommaséo[501] a' suoi versi e al Properzio, sdegnato il Pieri scriveva[502] al Vieusseux: “Lasciaste ficcare nella Rivista un articoletto sopra il mio libro, confondendolo con tanti libretti di poche pagine, mentre il mio libro, soltanto per la importanza delle cose che comprende, potrebbe offerire materia, non ad uno, ma a tre giusti articoli.... Voi sapevate che il mio libro combatte le dottrine del Manzoni e la Romanticomania, e voi deste il carico di esaminarlo e di giudicarlo, a chi? al piú forsennato fra i Romantici, ad un fanatico ammiratore del Manzoni, ad uno che non si vergogna di vantare il Manzoni qual rigeneratore della poesia, come non fossero mai vissuti, o fossero tanti buffoni, i Parini, gli Alfieri, i Monti, i Pindemonte, e tant'altri nobilissimi ingegni de' nostri tempi, che forse si vergognerebbero di aver fatto il Carmagnola e l'Adelchi...„. E non pago ancora di questo sfogo, ruppe per qualche tempo co 'l Vieusseux ogni rapporto, querelandosi di lui acremente con tutti; tra gli altri co 'l Grassi, che “per amicizia„ lo consolava, ma stimava[503] in cuor suo quell'articolo “giudizioso e sincero„. Eppure, il Vieusseux aveva cercato[504], ma inutilmente, qualche classicista che degli scritti di lui volesse rendere conto; e patí delle smaniose querimonie del Pieri, e giunta la Pasqua lo invitò[505] in casa sua per mangiare con lui “il pane di pace e di amicizia„. Ma quando, poco tempo dopo, esponendogli con animo afflitto le tristissime sue condizioni, lo pregò[506] di novamente scrivere nell'Antologia, il Pieri rispose[507] con un rifiuto, accusando non solo gli scritti e i principî letterarî dell'Antologia, “tutti rivolti a corrompere la vera letteratura italiana„, e “dettati dallo spirito di parte e dalle piú forsennate passioni„; ma, e con piú violenza, il Vieusseux. Lo accusava di avergli usato “tante negligenze, sgarberie, pochi riguardi„; di aver lasciato gli articoli suoi “soggiacere alla verga censoria di alcuni giovinastri, suoi dottissimi ed illustri colleghi„; di aver piú volte egli stesso, “imbeccato da quei suoi illustri colleghi, accusati di soverchia lungheria quei suoi poveri articoli„; e in fine di aver fatto a questi aspettare “i mesi e le stagioni intere avanti di aver la grazia di andare sotto il torchio„. E per non riconoscere dal Vieusseux nessun favore, gli rimandava tutti i fascicoli dell'Antologia, che gratis aveva sempre ricevuto. Con che cuore il Vieusseux leggesse quella lettera, è facile imaginare; specialmente quando si pensi che cosí tristi allora volgevano i tempi per il giornale, che il Vieusseux stava quasi per sospenderne la pubblicazione. E rispondendo[508] al Pieri brevi parole, con doloroso sconforto diceva: “conserverò la vostra lettera come un monumento dei tanti dispiaceri cui si va incontro quando si vuol dirigere imparzialmente un giornale„.

Né solo da questi amici sentiva il Vieusseux tribolata la sua pazienza: ché di altri letterati non pochi, per lungo tempo ebbe a sopportare le vanità piccose e i corrucci superbi. “Oh, quell'Iliade del Mancini è stata cagione di piú disgusti che non l'Elena dell'Iliade!„ — scriveva[509] a un amico, F. L., il Montani. Eppure, quando in giornale francese[510] si disse che quella versione “altera e snatura il suo modello„, il Vieusseux lasciò che a quelle critiche rispondesse[511] il Mancini stesso, e che da sé si vantasse d'avere “in molti luoghi„ non già snaturato ma “rinforzati i colori„; lasciò che rispondesse[512] a quel critico della Biblioteca italiana che, al dire di lui, si era “gittato addosso a quelle povere stanze con tanta furia„: lasciò che di quelle stanze nell'Antologia pubblicasse saggi non brevi. E quando giunse il tempo di dare su l'intera versione un giudizio, il Vieusseux gli mandò[513] innanzi l'articolo, perché francamente dicesse se preferiva l'inserzione di quello scritto o il silenzio assoluto dell'Antologia. Qual direttore di giornale sarebbe oggi altrettanto cortese? Eppure il Mancini rispose[514] che, pubblicando quell'articolo, “ben piú ingiuriosa della Biblioteca italiana con tutte le sue impertinenze„ l'Antologia sarebbe stata all'opera sua; “opera che già si leggeva (ne aveva notizia positiva) in qualche pubblica scuola...„. E con ironica bile pregava il Vieusseux che lo “onorasse del suo silenzio„; e “frattanto — conchiudeva — domandi all'egregio mio Aristarco perché egli lodò la bella e fortunata versione del Borghi. Se la mia non è Omero, è Pindaro quella?„. E qua e là veniva ripetendo ne' crocchi de' suoi amici, che fin la statua della Giustizia aveva rivolto le spalle al Vieusseux; alludendo alla statua dinanzi alle case de' Buondelmonti. Alle quali maldicenze faceva coro (men duole il dirlo) anche il Niccolini, affermando[515] che all'Iliade del Mancini, “screditata dalla cabala lombarda„, non aveva potuto in nessun modo impetrare “un poco d'onorevole menzione„, perché l'Antologia era un “giornale lombardo stampato in Toscana„, e la letteratura divenuta “una specie di Massoneria„. Il qual Niccolini (per toccare un poco anche di lui) piú forse degli altri, perché piú ammirato e riverito, amareggiava il Vieusseux; giungendo pe 'l suo carattere irritabile a tal punto che “non voleva piú ricevere„[516] l'Antologia, che il Vieusseux gli mandava in dono.

Ma per tornare al Mancini, quando Domenico Valeriani parlò[517] delle versioni di lui dall'inglese, egli, non tanto si sdegnò[518] con lo scrittore il quale, “maligno in quel che dice e in quel che tace, non meritava che il suo disprezzo„; quanto co 'l Vieusseux, che aveva “voluto imitare il turco Acerbi nella maldicenza gratuita, anzi ingrata„. “Bravo signor Vieusseux! — continuava — cosí mi contraccambia dell'essere io stato uno dei fautori e promotori del suo stabilimento, e dell'averlo, non foss'altro, sempre difeso dalle accuse di tendenza, che minacciavano di farlo cadere fin dal primo suo nascere!„