Nel quinto anno di vita del suo giornale lamentava[441] ancora il Vieusseux la deplorevole incuria degli stampatori nel fargli conoscere le opere nuove; lamentava che di ciò che avveniva al di là de' mari e dei monti piú facilmente gli giungesse novella; che dell'opere stesse italiane dovesse a' giornali stranieri attinger notizie[442]. Co' quali sentimenti bene conveniva il Montani, dolendosi[443] che di un'opera del Cibrario prima che ne' giornali italiani si rendesse conto in giornale straniero. Né dei soli editori aveva il Vieusseux da dolersi: asseriva[444] egli infatti pubblicamente, che de' letterati e scienziati alcuni, credendo negare a lui un favore personale, con indifferenza avessero accolto le sue richieste. E alle difficoltà che nel compilare certe parti del giornale gli procurava questa inerte pigrizia, commiserata da lui come segno delle discordie italiane, si aggiungevano i gravi dispendi in Italia e fuori sofferti pe' dazî. Piú che cinque lire costava ogni quaderno spedito nel Belgio al De Potter; ed era cosí grave in Napoli il dazio, che il Vieusseux non poteva mandare là giú il suo giornale se non finito ogni volume, quattro volte sole in un anno[445].
Né a queste spese vive e rinnovate ogni mese bastava lo scarso provento ritratto da' soscrittori, troppo piú pochi di quello che bisognasse. E io qui non penso all'Edinburgh Review o alla Quarterly Review, ricche di dodici mila associati; né al Blackwood's Edinburgh Magazine, del quale all'anno vendevansi novantamila esemplari: penso alla Biblioteca italiana, che nel primo suo anno di vita contava già millecinquecento associati[446], rendendo[447] un utile netto di 22.748 lire: penso al Giornale arcadico, che già ne' primi tempi aveva 240 associati e dal governo 300 piastre di sovvenzione per anno[448]. Ma l'Antologia ne' tempi suoi piú felici non raggiunse mai un'edizione di ottocento esemplari, non contò mai piú di 530 associati. “L'Antologia — scriveva[449] nel '28 il Vieusseux al Dragonetti — l'Antologia, signor marchese stimatissimo, anziché darmi dell'utile mi mette nel caso di fare sacrifizi continui: io la porto avanti per amor della patria e della mia creazione, e non per l'interesse. E come posso io sperare di veder migliorare le mie condizioni quando tutto il regno Lombardo Veneto non mi chiede che sole copie 40; ed il Regno di Napoli copie 5!!„.
Eppure i fogli dati erano sempre piú dei dieci promessi, perché gli articoli lunghi non mutilava barbaramente, come certi direttori oggi fanno o pretendono che si faccia; e il giornale ornava di frequenti incisioni, e agli scrittori offriva certe comodità nel correggere le prove di stampa, come se ricco egli fosse e padrone di ricco giornale. Ma il Vieusseux, nato di mercante e mercante egli stesso piú che mezzo il corso ordinario della vita, tirava innanzi l'impresa non per l'interesse, ma per amore della sua creazione, per amor della patria.
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Una delle cause principali (e altra causa di gravi danni al Vieusseux) per cui sempre pochi furono all'Antologia i soscrittori, era il doverla questi ricevere spesso con grandi ritardi; anzi, il non essere certi mai di riceverla, perché soggetta nell'altre provincie a piú severa censura. “Pur troppo — scriveva[450] al Vieusseux il Tommaséo — pur troppo è vero che l'Antologia, nell'Italia Austriaca, non prende. È stimata, vel so dire io: ma non prende. E il perché, vel sapete. In prima, tra l'una provincia e l'altra s'innalza il muro della China, e quai sieno i Tartari nol vorre' io dire: poi quei fascicoli ad ogni secondo mese intercetti, stancherebbero qual sia piú vago de' fiori che Mr Vieusseux va intrecciando. Ed è meraviglia, che quattro a Milano ve ne rimangano. Passando, ha un mese, per Brescia, mi si diceva appunto che i pochi associati che vi erano, pure col finire dell'anno finirono, dacché la Censura non voleva finire quei ladri divieti. Io, quanto è in me, cercherovvi ogni meglio: ma qual pro', se né merito né briga non vale? Basta egli il nome di Giordani a far che in Milano l'Antologia s'abbia piú che quattro lettori? Dico lettori, perché se chi legge non paga, è per voi come se leggere non sapesse„.
Quante volte que' fascicoli animosi furono nelle varie provincie d'Italia mutilati in piú luoghi, o rimasero imprigionati per sempre tra le carte di censori malignamente pedanti! “Da Torino — diceva[451] al Leopardi il Vieusseux — molti mi scrivono per avvisarmi che l'Antologia è proibita per il 1828; tenterò un reclamo, ma sarà inutile„. E fu proibita difatti: né valsero a subito farla riammettere, i buoni uffici del Grassi presso il Ministro degli affari interni; ond'egli consigliava[452] al Vieusseux rivolgersi al Ministro degli esteri, dichiarandosi disposto a evitare in séguito tutto ciò che nell'indole del giornale potesse “recar ombra a quel governo„. Fu riammessa piú tardi, dopo lunga insistenza; e Alberto Nota, che in questa faccenda si era anch'egli adoperato non poco, scriveva[453] lieto al Vieusseux: “I nostri amici non hanno dormito; e l'Antologia ricomparirà tra noi„. Notizia grata per certo: ma chi compensava intanto il Vieusseux delle fatiche durate, chi de' danni patiti? E mentre il giornale ricompariva in Piemonte, “il direttore di Polizia di Palermo ha fatto sequestrare il primo trimestre dell'Antologia — annunciava[454] al Leopardi il Vieusseux — cosa farà egli del terzo? Ho bisogno di molto coraggio per andare avanti: le spese mi sopraffanno„. E poco dopo, il censore veneto canonico Pianton scriveva[455] al Governatore: “Non è questa la prima volta che mi vidi obbligato ad implorare la restrizione e proibizione dell'introduzione di alcuni de' numeri di questo giornale....„.
Né le difficoltà né le spese provenivano già da sola la censura fuor di Toscana. Quivi certo piú mite che altrove, e per le tradizioni di governo e per la bontà del conte di Bombelles, “della quale egli usò sempre largamente per mitigare, quanto da lui dipendeva, la asprezza delle istruzioni che gli venivan da Vienna„[456]. E certo non poco giovava al Vieusseux presso il ministro l'essere amico della suocera di lui e della moglie, Ida Brunn, ch'egli aveva nel '15 conosciuta in Copenhaghen fanciulla ancora; quell'Ida ammirata dal Bernstorff, dallo Stolberg e dal Klopstok; delizia del Goethe, della Staël e del Canova, il quale alla madre diceva un giorno: “quella ragazza è la vostra piú bella poesia„[457]. Le quali cose messe insieme facevano sí che il Vieusseux godesse di certi agi e vantaggi non isperabili altrove, tra' quali per esempio che non articolo per articolo ma l'intero quaderno già pronto presentasse al censore[458]; al quale per vero la bontà e la dottrina conciliavano la stima di molti. E Urbano Lampredi, tra questi, parlando del Padre Mauro al Vieusseux, “vi prego — diceva[459] di salutarlo distintamente da parte mia, e di dirgli che ad onta della sua verga censoria io lo amo e lo stimo moltissimo„. E certo, quella verga ad assai cose lasciava libero il passo: certo il padre Mauro non imputava a delitto, come nelle provincie venete[460], pur l'accennare a Lucrezio e a Catullo: e il Vieusseux poteva stampare il primo articolo del Mazzini, mentre Giacinto Battaglia confessava[461] che volendo egli riprodurlo nell'Indicatore Lombardo, la censura aveva creduto opportuno “dar di mano alle operose sue forbici e qui e qua mutilarglielo„: e Pietro Giordani poteva, parlando dell'Italia, liberamente chiamarla[462] “sfortunata„, senza bisogno di ricorrere a inganni[463].
Di queste cose per certo, e di altre molte spiranti civile coraggio (e in séguito piú d'una ne verrò rammentando), di queste cose mostravasi assai tollerante il Padre Mauro. Ma se piú mite che altrove era in Toscana la censura, e il paese con meno diffidenza tenuto, non è però da credere che tutto vi si potesse liberamente dire e tentare. Tra l'altre cause non poche, perché nelle cose difficili da giudicare (e difficili erano quelle che toccavano di politica e di diffusione dei lumi) il buon censore volentieri sottoponeva il suo giudizio al giudizio del Puccini ne' primi tempi, e di Don Neri Corsini quando i tempi si fecero burrascosi; entrambi i quali, per dire il vero, dovevano e prima e poi a troppi padroni usare riguardi.
Già nel primo anno dell'Antologia, ristampando il Piatti la Storia Civile del Regno di Napoli di Pietro Giannone, aveva il Vieusseux proposto per renderne conto un articolo del dottore Giuseppe Giusti; ma su la stessa lettera del Vieusseux, per que' riguardi già detti, il Puccini scriveva[464] laconico non convenire la inserzione dell'articolo e quindi non permettersi. Io non vo' dire degli scritti rifiutati a Pietro Giordani; dico che la censura negò[465] l'imprimatur al Ditirambo del Mayer su' Greci; lo negò ad alcune terzine del Borghi in risposta al Lamartine: e il Botta ringraziava[466] il Vieusseux di non avere stampato il suo articolo su gli storici italiani cosí “morsecchiato e rotto com'era escito dalle mani della censura.... e sfigurato da peggior male che il vaiuolo„. Che piú? Quando Ferdinando III morí, un articolo “fatto con molta discrezione e dignità„, e che paragonava Ferdinando a Marco Aurelio, fu rifiutato dal Governo. “Quello che si lasciò stampare — diceva[467] il Giordani — è stato tutto mutilato, che pare uno scheletro. E hanno pur troppo qualche ragione di questa tanta e tremante circospezione, sapendo con quanto sospetto sono guardati„. E via via che i tempi volgevano al torbido, il Vieusseux ne sperimentava gli effetti e nella lentezza e nel rigore piú severo della censura. Si giunse al punto da trattenere lunghi mesi[468] un fascicolo, prima di apporvi il sigillo richiesto; impedire[469] al Vieusseux parlare con lode de' lavori per motuproprio del granduca intrapresi nella maremma senese. E perché nel proemio all'annata del 1827 il Vieusseux diceva che nell'Antologia si parlerebbe di quanto poteva giovare al miglioramento dell'educazione pubblica e privata, il censore Bernardini postillava[470]: “Cosa entra l'Antologia nel publico insegnamento? Ha chi vi pensa„. E tutto quel brano fu tolto.
Si pensi ora quante difficoltà (da aggiungersi alle non poche già viste) creava al Vieusseux il dovere, talvolta per qualche mese, attendere con trepidazione vera un fascicolo; e quante spese gli costava, dopo attesa sí lunga, il ristampare gli articoli mutilati, e altri aggiungerne di nuovi per sostituirsi ai proibiti, senza neppur avere la certezza che i nuovi approvati non sarebbero in altre parti d'Italia proibiti; e si potranno allora intendere veramente queste parole che il Vieusseux scriveva[471] al Sismondi: “L'articolo fatto potrà egli essere pubblicato? Ecco ciò che dobbiamo dimandarci tutte le volte che si tratta di un argomento importante; e questo dubbio è quanto mai sconsolante„.