Primo il Vieusseux, divinatore d'ingegni, pose in mostra l'ingegno del Forti, e bene il Forti rispose alle speranze di lui, e meglio avrebbe risposto se non gli fosse breve durata la vita. L'Antologia però lo pone tra i cooperatori suoi piú valenti, ed ha scritti di lui quanti bastarono poi per farne un ampio volume. Alla quale operosità feconda fu grato sempre il Vieusseux, pur dopo soppressa l'Antologia; il Vieusseux non immemore. E co 'l farsi editore delle Instituzioni civili provvide ancora alla fama di lui, che già da due anni era morto.

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Fuggito dalla sua “cittaduzza„ (divenutagli “odiosa„ dopo avere perduto la donna amata), era giunto in Firenze Terenzio Mamiani, di poco piú innanzi del Forti negli anni. Era giunto co 'l patto ch'e' penserebbe da sé a guadagnarsi la vita; né i genitori infatti gli mandavano altro se non uno spillatico che — al dire di lui[408] — “davvero s'affaceva molto al nome e bastava a poco piú che alle spille„. Costretto a campare traducendo dal francese, e insegnando il greco al figliuolo primogenito di Luigi Bonaparte, fu ventura per il Mamiani l'imbattersi nel Vieusseux, il quale sollecito gli profferse lavorare per l'Antologia: e cosí a ventott'anni diede il primo suo scritto[409], e de' suoi scritti per qualche tempo campò. Trattano di argomenti filosofici le cose di lui, che la lettura di Destutt de Tracy aveva fatto in quel tempo diventare “materialista affatto e per conseguenza fatalista„: né certo egli avrebbe anni dopo assentito a ciò che allora scriveva[410] ad Jacopo Salvadori, affermando che bene i fisiologi parlano della vita e delle forze vitali senza pur fare menzione dell'anima, e che bene contemplano i vegetanti e gli animali siccome governati dalle identiche leggi. Pentitosi però della sua filosofia, e foggiatosi “una specie di panteismo„, già stava per ritornare piú e piú “religioso e cristiano„, quando il padre lo richiamò a sé. Partí non lieto il Mamiami: ma l'averlo il padre richiamato per scongiurare — com'egli diceva[411]il brutto traviamento, è l'elogio migliore che dell'Antologia e del figliuolo il conte Gianfrancesco potesse fare.

Di argomenti filosofici, a incominciare dall'aprile del 1828, trattò nell'Antologia anche l'avvocato Giuliano Ricci, che in essa diede, tra l'altre cose, notizia dell'Herder e del Cousin. Ma prima del Ricci vi aveva scritto[412] di studî spettanti alla lingua Luigi Fornaciari; e su la lingua vi aveva esposto[413] i suoi principî Giuseppe Grassi, il quale vi parlò poi[414] di quel Nuovo dizionario militare, costato a lui dodici anni di “disumana fatica„, che primo mirò a una parte della lingua italiana dubbia ancora ed incerta. Rincontrasi poco di poi tra gli scrittori dell'Antologia il professore Celso Marzucchi, cui dopo breve tempo (e per ragioni da gloriarsene) fu da Leopoldo II tolta la cattedra. Il quale Marzucchi con rara audacia trattò di materie civili; e nel primo suo scritto[415] difende da certe critiche della Biblioteca italiana il Romagnosi, ch'ei venerava[416] maestro, e al quale godeva nel confessarsi pubblicamente debitore di quello ch'egli era nella scienza del diritto.

Nel marzo del 1829 diede all'Antologia il primo scritto[417] Defendente Sacchi, del quale altri se ne rincontrano in séguito: come quello[418] intorno a' progressi della Lombardia, ove tra l'altre cose ragiona della navigazione a vapore e de' velociferi.

Nel novembre dell'anno istesso comparve il primo scritto di Giuseppe Mazzini: ma già su 'l finire del '26 aveva egli spedito al Vieusseux le sue “prime pagine letterarie„[419], le quali però “molto a ragione„ non furono allora inserite. Piú tardi un rimprovero di lui a Carlo Botta, che piacque, fu riprodotto[420] nell'Antologia, e all'Antologia il Mazzini inviò allora quell'articolo famoso D'una letteratura europea, scritto per combattere “i Monarchici delle lettere„[421]. Il Giordani e il Montani non volevano sentirne parlare[422]; ma il Vieusseux, al quale la prima inspirazione sembrava sempre la migliore, non desisteva dal suo proposito, e avvertiva[423] al Montani: “non vi spaventi l'universo concentrico; l'articolo vale meglio che non promette questo principio„. Ma perché gli pareva “di una evidenza terribile„, alla quale il Padre Mauro non avrebbe certo, benché indulgente, fatto buon viso, chiese all'autore mutamenti parecchi; e, intermediario nelle trattative Gaetano Cioni[424], “dopo lunghe contestazioni, note e corrispondenze fu ammesso nell'Antologia[425]. Al povero Pieri l'articolo di quel “giovine Seid del romanticismo„ parve[426] “un ammasso di contradizioni incredibili„: nel che egli bene si accordava co 'l Giornale Ligustico, che in quell'articolo non solo le idee ma anche lo stile giudicava[427] “sesquipedale„; bene si accordava co 'l Niccolini, che quelle idee chiamava[428] “invereconde follie„. Meglio il Guerrazzi, a cui parve[429] che il Mazzini onorasse l'Antologia; meglio Michele Leoni, il quale scriveva[430] che i pensamenti di quell'articolo “grandi e generosi„ attestavano “uno de' piú splendidi ingegni viventi„. Ma già il Vieusseux stesso, prima di ogni altro, pubblicamente aveva annunciato[431] all'Italia il Mazzini “giovine di singolare ingegno„. Da lui ebbe ancora uno scritto su 'l Dramma storico[432]; e Urbano Lampredi, dopo averlo letto, “mi ha rapito in estasi„, scriveva[433] al Vieusseux. Ma al Mazzini, che armonizzando diritto e dovere e cielo e terra sognava nella fantasia ardente destini non possibili allora pe' suoi fratelli, ch'egli voleva a un tratto felici; al Mazzini timida parve, benché di sensi italiani, l'Antologia; e corse per altre vie al suo destino.

A questo punto mi vien fatto di pensare a quella prima ora del giorno incerta tuttavia tra la prima luce che appare e l'ultima tenebra che dilegua: un trillo parte di tra le frondi, un altro trillo risponde, poi un altro e un altro ancora, in fino che l'aria ne è tutta piena poi che il sole è già alto. Nessun altro saprei sceglierne di piú adatto, s'io dovessi con un fenomeno della natura rendere l'imagine del sorgere e dello svolgersi dell'Antologia. Che numero grande di scrittori, e quanti tipi l'uno dall'altro diversi, a poco a poco raccolti in un'opera sola, per virtú di uno solo! Ivi uomini in battaglia valorosi e sacerdoti pii, giurisperiti e filosofi, scienziati e poeti: e tra questi, chi già provetto e per l'Italia famoso, e chi incerto ancora ne' primi passi dell'arte. Il Vieusseux aveva ormai nelle sue mani tutte quasi le forze del paese piú vigorose, e non occorrerebbe certo gran tempo per rammentare tutti coloro che a' richiami di lui non avevano ancora dato risposta.

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Non parrà dunque esagerazione s'io dico che l'Antologia accoglieva in sé piú scrittori che varî giornali d'Italia presi insieme: senza i quali scrittori non avrebbe certo potuto il Vieusseux in egual modo condurre innanzi per dodici anni l'impresa; ma né essi per certo senza il Vieusseux si sarebbero accolti con sollecitudine altrettanto operosa, né fin da' primi anni avrebbero saputo acquistare al giornale egual fama. Già nel 1824 la Rivista Enciclopedica affermava[434] che per il senno e le sollecitudini del Vieusseux l'Antologia acquistava “ogni mese piú e piú attrattiva„: in quell'anno istesso pubblicamente il Foscolo nella Rivista Europea giudicava[435] il Vieusseux “il piú stimabile fra gli editori di opere periodiche in Italia„: e prova migliore di stima dava a lui Pietro Odescalchi quando su 'l punto di cessare il Giornale Arcadico, invitava[436] i cooperatori di questo giornale a mandare all'Antologia i loro scritti. Piú volte il Puccinotti diceva[437] al Bufalini che “sommo onore„ sarebbe venuto a lui se l'Antologia avesse preso in esame l'opera sua: e come il Puccinotti, non solo gl'italiani ma gli scrittori stessi d'oltr'alpe, piú che desiderare, ne ambivano i giudizî, non severi malignamente né stupidamente indulgenti; e i giornali stranieri la citavano come testimonianza autorevole, assai piú sovente che altro giornale italiano. Mandando al Vieusseux per mezzo del De Potter un esemplare delle sue opere, lo Stendhal gli scriveva[438] desideroso che nell'Antologia fossero giudicate con tutta la sincerità e severità possibili: e parlando al Benci del primo volume dell'Amore, “avrei caro — avvertiva[439] — di vederlo annunziato all'Italia nell'Antologia„. Alle quali testimonianze di stima fino da' primi anni mirabilmente concordi (e vennero poi via via moltiplicando), bene assentiva il governo toscano con lo stimare onorevole a tutta Toscana l'Antologia; bene assentiva l'istesso granduca facendo un giorno sapere[440] al Vieusseux ch'ei si degnava concedergli “per questa sua fatica, ed a riguardo dei relativi dispendi, la facoltà privativa di stampare egli solo per anni sei.... il giornale predetto„.

Ma se queste lodi liberalmente fino da' primi anni concesse possono dimostrare in che modo alto il Vieusseux esercitò la prudenza operosa e l'ingegno; dimostrare con che sollecite cure e con che fedeltà amorosa perseverò nel lavoro; non dimostrano esse però quanti inciampi e di che varia natura e tutti i dí rinnovati trovò in quel lavoro; né i patimenti sofferti con cuore magnanimo, né i sacrificî generosi di lui non ricco né arricchitosi mai. Solo chi queste cose sapesse, e potentemente sapesse dire, farebbe la storia dell'Antologia in modo degno.