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Si era da poco inteso co 'l Tommaséo, che già il Vieusseux pregava il Carmignani perché volesse onorare del suo nome l'Antologia. E il professore famoso gli prometteva[383] che avrebbe fatto il possibile, tra le non poche sue occupazioni, per sodisfare a' desiderî di lui. Capitategli infatti tra mano le Lettere su l'Inghilterra, di Augusto De Staël-Holstein, scriveva[384] al Vieusseux: “Il libro è invero piccante, interessante assai per la comune dei leggitori, ma vi abondano le anfibologie e le contradizioni„; e offriva un articolo per darne notizia. Gli rispose il Vieusseux[385] mostrandosi grato alla gentilezza usatagli, ma piú che tutto, sollecito di far intendere che scopo dell'Antologia era non tanto il far risaltare i difetti di un libro, quanto il far meglio conoscere quelle verità che i sostenitori dell'assolutismo e dell'oscurantismo avrebbero voluto tenere occulte. E intesisi facilmente su questo punto, nel fascicolo del marzo comparve[386] primamente il nome del professore pisano: ma solo un'altra volta, piú tardi, si rincontra in uno scritto[387] diretto al Salvagnoli, allievo suo caro. Della qual cosa il Carmignani si doleva davvero: e scrivendo[388] al Vieusseux per chiedergli scusa del poco poter egli per le sue occupazioni giovare all'Antologia, che pur riceveva in dono, argutamente affermava che il Vieusseux poteva ben dire di lui ciò che del Voltaire il Guichard, autore di un poema su la tattica; il quale avendo mangiato e bevuto in Ferney a spese di Voltaire, senza però mai vederlo, gli lasciò scritto: “Mais c'est comme Jesus dans son eucharestie: on le mange, on le boit, on ne le voit pas point„.

G. P. VIEUSSEUX MOSTRA AL PADRE SUO I VIAGGI FATTI
(da un quadro ad olio anteriore al 1819)

Piú operoso del Carmignani fu per l'Antologia Silvestro Centofanti[389], del quale il Vieusseux educò le speranze, fiorenti a lui già grandi nell'anima quando giovine di ventott'anni e inesperto ancora delle vie difficili della vita giunse in Firenze. Ed ha l'Antologia dal giugno del '26 scritti numerosi di lui, che onorò poi non meno con la bontà affettuosa la scuola che con l'ingegno la patria: scritti che trattano di educazione e di cose filosofiche e di letterarie; tra i quali è da rammentare, comparso negli ultimi tempi, un articolo[390] su la Teoria delle leggi della sicurezza sociale, vólto a confutare le dottrine del Carmignani. Articolo in cui voleva[391] procedere “con un rigore tutto scientifico„, ma che per vero non fu inteso da molti[392].

Non giovine come il Centofanti, ma uomo maturo, diede il Lambruschini[393] il primo suo scritto al Vieusseux; il quale lo trasse dalla solitudine tranquilla ov'egli viveva nella ferace provincia del Valdarno di sopra, e lo additò primo all'Italia. E al Vieusseux indirizzò egli la lettera[394] su 'l Giornale dei contadini, piena di quella mite sapienza che è frutto della virtú illuminata dall'esperienza e dal senno. Poi nell'Antologia scrisse di cose agrarie, di metodi nuovi d'educazione, di riforme sociali; e sempre con quella bontà che, quand'anche non persuada all'intelletto, lascia l'animo ben disposto e tocca ogni cuore. Singolare, tra gli altri, uno scritto di lui su l'oratore sacro, che dice cosa troppo da chi non dovrebbe dimenticata, e meditabile tuttavia: “Le generazioni — dice[395] — s'avanzano nella carriera che la Provvidenza ha loro tracciata; e l'istrumento dei consigli di Dio non ha da rattenerle, non ha solamente da seguirle, ma ha da precederle; il suo posto d'onore è alla testa. Primo, o almeno compagno dei suoi fratelli nella conquista dei lumi, egli non dirà loro; chiudete gli occhi.... siate ignoranti„.

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Da soli due mesi aveva il Vieusseux rivelato all'Italia il Lambruschini, che già nel suo giornale faceva luogo al primo scritto[396] di Francesco Forti[397], nepote allo storico famoso delle repubbliche italiane. Contava allora vent'anni, ma già a diciotto aveva fatto meravigliare[398] suo zio: e quando poco dopo ne conobbero l'intelletto potente e la rara dottrina, il Leopardi gli profetava[399] la gloria, e il Giordani lo salutava[400] “una cara speranza d'Italia„. Gli scritti che il Forti diede via via fino all'aprile del '32, trattano, i piú, di argomenti storici e civili. Sensista in filosofia, voleva[401] “dedotte dall'esperienza le lezioni dell'ottimo viver civile„; e pensando[402] che la scienza del Diritto altro non fosse se non “una filosofia applicata„, primo egli la liberava dagli aridumi scolastici, cosí come per la giurisprudenza criminale aveva fatto il Carmignani. Di scarsa imaginazione, ma logico potente, in tutti i suoi scritti studiava la civiltà contemporanea nelle sue origini, ne' suoi moti, nel suo svolgimento: a proposito de' quali studî, non saprei dire per vero quanto di esatto sia in questo giudizio del Capponi[403]: “Bisognerebbe che Forti non fosse sempre nelle generalità, nelle quali qualche volta si perde, e facilmente si perdono le teste piú forti della sua„; ma questo ben so, che il Tommaséo loda[404] “la sobrietà, dote de' primi scritti suoi quasi meravigliosa„.

Di argomenti letterarî raramente il Forti trattò di proposito: disse[405] piú volte egli stesso non voler entrare in dispute letterarie, e perché sapeva le sue forze essere di troppo minori, e perché si sentiva[406] “inetto a giudicare di tali questioni„. Pure, l'Antologia ha scritti non pochi di lui, che toccano di letteratura; quello famoso, tra gli altri, su' Dubbi ai romantici[407], che parve a torto espressione di idee mutate: a torto; perché, se mutate davvero, non avrebbe scritto che la direzione civile e morale delle lettere doveva essere “conforme ai bisogni presenti della civiltà ed eminentemente nazionale„; non avrebbe scritto che “sarebbe contro la giustizia attribuire al romanticismo le cose dei servili e ciechi imitatori de' gran modelli della nuova scuola„. Di qualunque argomento però trattasse, sapeva il Forti dare a' lettori ammaestramenti civili; e, pregio raro di lui, nel diligentemente e onestamente parlare di libri stranieri, sempre avvertire con acutezza ciò che giovasse o sconvenisse alla natura e a' bisogni del popolo italiano.