Prima che scritti del Pepe, ebbe l'Antologia dall'ottobre del '24 scritti su questioni economiche e agrarie da Lapo de' Ricci, nepote al vescovo di Pistoia famoso: ne ebbe su cose legali da Vincenzo Salvagnoli[343], lodato[344] dal maestro suo Giovanni Carmignani. E Andrea Mustoxidi che, modesto, soleva chiamarsi[345] “povero facitore di mosaici,„ dal marzo del '25 vi parlò di cose greche; mandando[346] all'Antologia che gli piaceva e al Vieusseux che amava, le sue “spine erudite da aggiungersi alle altrui rose„. Vi scrisse dal maggio Guglielmo Libri, che invidiò a sé stesso rinomanza piú pura: ma in uno scritto notevole prova[347] che l'Europa deve all'Italia non alla Danimarca l'osservazione de' fenomeni elettromagnetici. E la gloria tributata all'Oersted rivendica al Romagnosi, che primo osservò la deviazione dell'ago calamitato; e dice che questa scoperta ci fu, come altre mille, rapita dagli stranieri, “i quali nemmeno vogliono lasciarci il patrimonio dell'ingegno„.
Delle scoperte e della lingua e della storia dell'antico Egitto, a incominciare dal settembre, discorre Ippolito Rosellini, benché assiduo lavorasse per il giornale di Pisa. E dal novembre, non pochi scritti diede Francesco Orioli, che la varia erudizione non distolse piú tardi dall'inneggiare a Ferdinando II. E già in alcuni suoi scritti dell'Antologia notavasi certa servile docilità verso i potenti; come quando nel discorrere di varî sepolcri etruschi trovati in Chiusi, imagina[348] il “grande matematico e piú grande ministro„ Fossombroni coronato di pampini e di spiche lottare co 'l fiume Clanis, e scrive di lui che ne' secoli della mitologia avrebbe ottenuto gli onori dell'apoteosi.
Nel secolo però delle questioni mitologiche non faceva certo l'apoteosi de' romantici Carlo Botta, che pregatone dal Vieusseux prometteva[349] in quel tempo scrivere per l'Antologia. Prometteva “volentieri„, purché nulla però si mutasse agli scritti suoi, né si aggiungesse, né si levasse; tanto piú che l'Antologia, a parer suo, se ne andava “per certe attorterie e servilità forestiere„ che a lui, “allobrogaccio maledetto„, non garbavano punto. Rassicurato però dal Vieusseux[350] del rispetto che da lui e da' colleghi proprî si porterebbe alle sue opinioni, quali che fossero, mandò varî scritti, composti per un giornale inglese; uno de' quali,[351] su 'l carattere degli storici italiani, la censura vietò. E di lui nell'Antologia comparve quella famosa lettera[352] a Ludovico di Breme, cui il Tommaséo contradisse[353] con isdegno pacato. Ma già nel primo suo scritto[354] intorno al Salvator Rosa, opera di lady Morgan, a proposito della Morgan e di Salvator Rosa viene ragionando delle “muse inferme d'oggidí„, e di “certa scuola„ che poesia e prosa voleva piene di “sangue, di sepolcri, di tempeste, di deserti, di volcani, di lave, di briganti, di birbanti, di assassini„. E afferma che per questa scuola non vi è nulla al mondo di piú prosaico del matrimonio, nulla di piú poetico o pittoresco che una bella serva. Ai quali sdegni intempestivamente troppo acri il Vieusseux non sapeva in cuor suo compatire; il Vieusseux troppo piuttosto che poco indulgente alle debolezze altrui, e alle altrui idee rispettoso purché rispettose esse stesse.
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Fin dal novembre del 1823, Pietro Giordani dalla “beata Firenze„, nella quale non pensava che di lí a poco ritornerebbe, cacciato di Piacenza, scriveva[355] al suo adorato Giacomino per parlargli di uno de' piú bravi e cari uomini ch'egli avesse conosciuti, del solo che intendesse che cosa fosse e come dovesse farsi un buon giornale. E voleva ch'egli desse a questo signore la sua amicizia, e materie al giornale di lui. “Tu — conchiudeva — che hai il piú raro ingegno ch'io mi conosca.... potrai farti conoscere cosí stupendo come sei.... E facendo onore a te e all'Italia, che egualmente adoro, mi darai una grandissima consolazione„. Poco dopo, il Leopardi scriveva[356] al Vieusseux, desideroso di potergli dare alcuna maggior testimonianza della sua stima per lui; e il Vieusseux, che nel Leopardi trovava tutti que' sentimenti ch'egli avrebbe voluto in tutti gli scrittori del suo giornale, gli proponeva[357] trattare in una specie di rivista trimestrale le novità scientifiche e letterarie dello Stato pontificio. Ma il Leopardi, al quale pareva[358] che nulla di nuovo si potesse annunciare, vivendo com'egli “segregato dal commercio non solo dei letterati, ma degli uomini„, in una città che era “un verissimo sepolcro„, si stimò “affatto inabile„ a quel lavoro: e volendo tuttavia per amore del Vieusseux e dell'Italia in qualche modo giovare al giornale, proponeva invece qualche articolo di genere filosofico o su qualche argomento che il Vieusseux potesse indicargli opportuno. Duravano queste trattative, quando su 'l finire del '25 il Giordani ricevette il manoscritto delle Operette morali, cui doveva cercare un editore: gli parve vantaggioso e per l'autore e per il Vieusseux farne via via conoscere qualcuna su l'Antologia; e nel gennaio del '26, annunciatili con una letterina (che co 'l discorso già preparato non consentí la censura), diede per saggio tre dialoghi. Il Colletta li sentenziò[359] “moltissimo inferiori„ al Leopardi; ma il Tommaséo, nel rendere conto di quel fascicolo dell'Antologia, con piú equo giudizio scriveva[360]: “In questi dialoghi è arguzia e sentimento profondo sotto leggerezza affettata. Lo stile è proprio: pregio assai raro; piú raro dell'eleganza, e senza cui l'eleganza stessa è barbarie„.
Il Vieusseux tuttavia non poteva contentarsi di solo quel saggio: avrebbe voluto dal Leopardi analisi di opere storiche e giudizi su cose morali e filosofiche. Vagheggiava egli in quel tempo l'idea di un hermite des apenins, che dal fondo del suo romitorio flagellasse i pessimi costumi, il fanatismo, i metodi d'educazione pubblica e privata, e la stessa Antologia: e poi un cittadino dell'Arno, lepido, epigrammatico, che gli rispondesse deridendo l'avarizia, il sonettino, il furfante, l'arcadico, il trecentista. L'uno doveva essere il solitario dell'Appennino; l'altro, il cittadino osservatore: e tutti insieme i loro scritti avrebbero formato lo Spettatore italiano. Per queste corrispondenze trimestrali il Vieusseux pensò appunto al Leopardi e al Brighenti[361]: “Voi sareste il romito degli Appennini„ — scriveva[362] al Leopardi — ; e poi, quasi supplicando: “Via, ottimo mio conte, assistetemi in questa mia intrapresa; vediamo di far sí che l'Antologia sia letta con frutto da questa generazione, che va crescendo ancora lorda di tanta miseria e di tanta ignoranza, ma suscettibile ancora di ricevere nuove e buone impressioni. Non ve lo dimando per me, ma per questa cara patria„. Il Leopardi però, cui mancavano l'uso del mondo, l'esperienza necessaria degli uomini e delle cose, e l'attitudine e la resistenza fisica di sottomettersi a lavoro fisso, non potette neppure questa volta assentire[363] all'idea dell'amico, benché la stimasse “opportunissima in sé„. Anni dopo, ritornato nel suo deserto, “Io mi vergogno, mio caro, — scriveva[364] al Vieusseux — di non mandarvi mai nulla di mio.... Ma, credetemi, se io scrivessi qualche cosa, scriverei per voi: non scrivo nulla, non leggo, non fo cosa alcuna„. E cosí quell'Antologia, ch'egli stimava[365] tale da “non parere fattura italiana„, e quel Vieusseux, ch'egli amava “con tutto il cuore„, non potettero avere piú nulla da lui.
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Nel fascicolo istesso in cui comparvero i dialoghi del Leopardi, i lettori dell'Antologia trovarono per la prima volta in fondo a un articolo[366] le tre lettere K. X. Y. “Il mio nome nell'Antologia non appaia: — aveva raccomandato[367] al Vieusseux il Tommaséo — già vi scrissi la sigla K. X. Y.[368]. Queste tre lettere che nell'alfabeto italiano non entrano, voglion dire, se nol sapeste, che lo scrittor dell'articolo non nacque italiano. E voi ve ne sarete avveduto dall'amore ch'io porto all'Italia. Essere di lei nato ed amarla, sarebbe miracolo maggiore che esser nato straniero e scrivere la sua lingua non male„. Da Luigi Mabil, carissimo a lui, aveva conosciuto l'Antologia, da lui appreso ad amarla[369]: e già dal settembre del '25 aveva profferto[370] i suoi scritti al Vieusseux. Non era necessario l'intuito felice del ginevrino, né l'esperienza grandissima sua per subito indovinare l'ingegno potente in quel dalmata di appena ventitré anni: e non solo con prontezza e frequenza il Vieusseux gli commise lavori, ma per meglio giovare a lui e all'impresa propria gli propose venire in Firenze. Sollecito assentí il Tommaséo; non cosí sollecita la Polizia. “Il passaporto — scriveva[371] al Vieusseux — mi si nega da tutte le bande. Eppure anche i vegetali si traspiantano„. Venne[372] tuttavia di lí a poco in Firenze, né tutti piacquero a lui quelli che ivi conobbe, né a tutti egli piacque. Tra uomini nuovi e cose nuove, tristissimo — a sua confessione[373] — gli fu il primo soggiorno in Firenze: “trovavo — egli dice — uomini altri da quel ch'io m'aspettavo, che aspettavano me altro da quel ch'i' ero; né il bene ch'era in loro sapevo io conoscere, né essi quel poco che in me„. Certo, l'indole sua poco in su le prime espansiva, e la freddezza simile quasi a disdegno, e l'abito del vivere solitario, non potevano a lui conciliare la grazia de' piú: certo spiacevano a molti quelle sue superbe umiltà; molti irritava quella sua, piú che schiettezza, libertà soverchia nel giudicare uomini e cose, per cui e nel dire e nello scrivere in lui l'ardimento sembrava audacia, rabbia lo sdegno, il dispetto livore. Alcuni lo chiamavano l'onagro; e il Vieusseux stesso, pur lieto d'averlo conquistato per sé, e piú e piú preso d'amore per lui, lo dipingeva[374] “piú bue del Montani ed affatto ritirato dalla società„. Il Cioni poi, parlando di lui, scriveva[375] al Vieusseux: “Male, e poi male. Un misantropo sarà sempre un cooperatore poco utile per un giornale„. Ma il Cioni s'ingannava davvero.
E per dire subito non della parte che il Tommaséo ebbe nell'Antologia, ma delle opinioni sue letterarie, affermava[376] non esser egli “né romantico, né classicista, né classico„: e in vero non senza ragione; perché dalla pedanteria lo salvava l'ingegno, e dalla licenza il sentimento vivo dell'arte, affinato da studî severi. Pure, al trionfo delle idee nuove giovò: e se talvolta con meno grazia del Montani, con piú potenza però perché piú d'ingegno e piú dotto, combatté la mitologia, e rese onore a' grandi stranieri, e propugnò la letteratura popolare, tratta tutta dal cuore; notando, fin dal primo suo scritto, come la poesia, cara al popolo, si fosse del popolo quasi fatta sdegnosa. “Ho letto le bestialità del Tommaséo nell'Antologia„, scrisse[377] il Pieri; e questo solo potrebbe significare qual parte viva in quelle questioni prendesse il giovine dalmata; quand'anche il Pieri non dicesse altrove[378], piú chiaramente, che il Montani non si era mai mostrato “romantico cosí arrogante o bestiale come il Tommaséo„[379].
Le cose migliori di lui trattano d'arte, di politica e di morale: “Gli argomenti morali e politici — scriveva[380] egli al Vieusseux — son quelli ch'io meglio amerei; non negatemi qualche breve scorreria nelle regioni del bello — Né di tedesco io so, né d'inglese„. Tempra vera di poeta, e vero scrittore[381], ed erudito di quella erudizione che avviva non ammazza il sentimento e l'affetto, alla stessa bibliografia minuta seppe dar subito l'importanza di precetti estetici: e giudicando, non ristringeva entro i limiti assegnati dall'opera presa in esame la mente propria e de' leggitori, ma con pensieri nuovi o ingegnosamente innovati svolgeva quei principî di bellezza educatrice che con fede sempre piú viva e con ferma costanza sostenne quanto ebbe lunga la vita. Ma il pregio piú raro di lui era la fecondità con che, piú di ogni altro, arricchiva il giornale di scritti intorno agli argomenti piú disparati: e in tanta disparatezza d'argomenti, l'unità grande d'intenti; e tra il principio intellettuale e il fine morale della vita, la bella armonia di pensieri e di affetti. Ingegno, per cosí dire, policromo, scriveva d'arte e d'educazione, trattava di opere giuridiche e filosofiche, politiche e storiche, poetiche e religiose. Né io dico che di tutte e' trattasse con eguale maestria: ma di assai piú discorreva magistralmente, che non dovesse aspettarsi da uomo in troppe cose occupato, e troppo diverse, e spesso contrarie. “Sapete voi — scriveva[382] il Capponi al Vieusseux — sapete voi che ammiro la versatilità di talento del Tommaséo, che ha sempre tante cose da dire, e cosí facilmente? Io lo invidio come uno degli uomini piú felici che sieno sulla terra, e de' piú utili soprattutto per un giornale. Io mi arrendo questa volta al vostro giudizio, e credo che abbiate fatto assai bene a chiamarlo„. Il qual giudizio del Capponi, dato all'amico come una giustizia dovuta, molte cose dimostra: può, tra l'altre, dimostrare che il Vieusseux certe volte vedeva piú acuto e piú chiaro di lui.