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Partito da Ferrara con umore nerissimo per aver dovuto lasciare “all'infame dogana Pontificia„ le sue carte e i suoi libri, che in quei “dispotici governi„ non poteva portare seco senza averli prima sottoposti all'esame della censura; “o Toscana — esclamava[302] con desiderio stizzoso Mario Pieri — o Toscana, quando ego te aspiciam!„. E giuntovi poco dopo, rasserenato scriveva[303]: “Tutt'i veri letterati dovrebbero venir qui: qui si può pensare parlare scrivere stampare, vivere insomma, ché questa è la vera vita dell'uomo di lettere. Respiro! Parmi già d'essere in un altro mondo„. Appena il Vieusseux lo conobbe, si diede premura d'invitarlo “solennemente„[304] alle sue adunanze, e di lí a qualche tempo gli mandò da giudicare per l'Antologia il decimo volume della storia letteraria del Salfi. Non ch'egli avesse per questo lavoro pensato subito al Pieri, ma lo stesso Lampredi, a cui da prima si era rivolto, gli aveva scritto[305] da Parigi: “Salutatemi caramente il prof. Pieri, e stampate pure il suo articolo sull'opera del Salfi. Ei lo farà benissimo, ed io non avrei ora tempo di farlo„. Pregato dunque dal Vieusseux e “mezzo impegnato„ dal Niccolini, fece il Pieri l'articolo[306]; incerto egli stesso se rallegrarsi dell'invito che lusingava la sua vanità o dolersi dell'essere “già venuto dipendente, anzi schiavo„[307]. Scrisse poi[308] della Grecia, del suo Pindemonte, e diede di quando in quando, lodatone dagli amici[309], qualche altro articolo; “gratis, già si sa„[310]. Ma ciò ch'egli tace e che tutti non sanno, è che gratis usava de' libri del Gabinetto, e gratis riceveva l'Antologia. Nemico fiero al romanticismo e a tutti coloro ch'egli credeva romantici, incurabile classicomane e smaniosamente libidinoso di gloria sempre cercata né mai conseguita; oh quante volte egli pose a dura prova la pazienza inesauribile e la magnanima tolleranza di Gian Pietro Vieusseux! Eppure, cattivo in fondo non era, forse: e a me parve sempre assai piú ridicolo nel sostenere certe opinioni sue letterarie, che nel divotamente baciare l'uscio di casa del maestro suo Melchior Cesarotti[311].

Poco dopo del Pieri giungeva in Firenze Pietro Giordani, scacciato da Piacenza dove la brutale e feroce ignoranza de' preti voleva bruciarlo vivo o chiuderlo in gabbia[312], per punirlo di quello ch'egli chiamava[313] complimento a Monsignor Toschi: e anch'egli come il Pieri non ristava dal lodare[314] la “rara felicità„ di quel paese, e il principe “buono„, e la moltitudine d'uomini “buoni„, e fino la Polizia, “nel capo e nelle membra, cortese graziosa amabile„. Firenze, dov'egli trovava asilo sicuro, e libri e giornali stranieri non vietati, e amici e amiche e conversazioni gradite; Firenze a lui pareva[315] “un vero paradiso, un miracolo, un paese dell'altro mondo„. E quando il Vieusseux lo pregò di onorare del suo nome l'Antologia, nel primo suo scritto pubblicamente chiamava[316] felice e fortunatissima la Toscana. Piú o meno discordi nelle idee letterarie e politiche, si accordavano in questa lode gli esuli tutti che, perseguitati o cacciati in bando dalle lor terre, qui convenivano d'ogni parte d'Italia come a porto sicuro. In essi era il respirare largo e pieno, come di chi esca da luogo chiuso e senza luce; era la sensazione di benessere diffuso che pervade le membra di chi riacquista la salute perduta.

Giungendo adunque in Firenze, il Giordani innamorato[317] dell'Antologia e del Vieusseux si intendeva con questo per una scelta di prosatori italiani, e per l'Antologia molte cose prometteva di suo. “Quel poco che potrò spremere da un animo disseccato dalle pene — scriveva[318] al Cicognara — l'andrai trovando sull'Antologia. Vorrei che tutti i buoni italiani a lei concorressero; poich'ella è il miglior giornale d'Italia, e forse il solo buono: e il suo direttore un bravissimo e bonissimo uomo„. E poco tempo dopo ripeteva[319] al Vieusseux: “Tutto quello che la mia misera salute potrà sarà per l'Antologia e per voi„. Già si era sparsa la voce ch'egli assiduo lavorerebbe per il giornale, e di questo onore per ragioni diverse godevano in molti. Anche il Puccinotti, tra gli altri, scrivendo al Bufalini diceva[320]: “.... se il Giordani pone mano all'Antologia di Firenze, immaginatevi se la renderà accettevole a chiunque piú si conosce del ben dire e del buon pensare„.

Scrisse infatti il Giordani di cose d'arte, e indirizzata al Capponi una lettera[321] dove, a proposito della scelta de' prosatori italiani, discorre del perfetto scrittore, al quale voleva da natura donata la robustezza e dalla fortuna la nobiltà e la ricchezza. Lettera che fu messa in ridicolo dal Compagnoni, il quale di ciò si fece poi bello[322] miseramente. “Come volete considerare per grande scrittore tra gl'Italiani — diceva il Compagnoni[323] — uno che in quaranta o cinquant'anni di vita non ha scritto che a differenti riprese qualche dozzina di pagine?„. E prendendo in esame la lettera al Capponi, “il cui tuono è tutto meravigliosamente orgoglioso, e la sostanza stranissima„, derideva la raccolta de' classici antichi, e affermava che il Giordani, non potendo scrivere quella grande opera pensata da tempo, come per compenso attendesse alla “resurrezione effimera di libri per suffragio universale abbandonati„. Fieramente si levò il Tommaséo[324] contro quel “puerile garrito„; ma il Vieusseux, co 'l suo consueto buon senso, diceva[325] meglio di ogni altro: “La risposta la piú vittoriosa del Giordani sarebbe di fare; e disgraziatamente non fa nulla, affatto nulla. Novecento erano gli associati raccolti per la promessa collana dei prosatori! Il pubblico dunque non gli ha mancato; ma egli al pubblico e a me. La pigrizia di quest'uomo è cosa inconcepibile. Gran peccato!„

Io non so se il Giordani mancasse al Vieusseux per quella sua, com'egli diceva[326], “sconsolata stanchezza di tutte le cose umane, o perché fingendosi ammalato per non far nulla covava il letto per quattordici ore, come diceva il Guerrazzi[327]: certo è che poco egli fece e poco diede all'Antologia, che pur voleva onorata dagl'ingegni migliori. Cinquanta articoli aveva promesso al Vieusseux, da consegnarsi in tempo breve; e dieci soli ne diede in tanti anni, con poco frutto ancor essi perché non tutti furono per la stampa interamente approvati, né egli era tale da piegarsi a mutare ciò che scrivesse per istrappare l'imprimatur censorio. Poi venne l'esilio; e dall'esilio mandò qualche altra cosa al Vieusseux: una memoria su lo Spasimo di Raffaello, che fu dalla censura rigettata ancor essa. Invano il Cicognara scriveva[328] al Vieusseux sperando che il Giordani moderasse un po' nel suo scritto la penna; invano scriveva[329] al Papadopoli perché qualche cosa ottenesse co 'l suo ascendente, e gli dicesse che il Vieusseux era “disperato„. Il Giordani, che si era omai fitto in mente[330] che la censura non gli lascerebbe stampare nemmeno la Salve regina, non volle al suo scritto mutare neppure una sola parola; e il suo nome nell'Antologia non comparve mai piú.

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Giova qui rammentare che se le condizioni negli altri luoghi d'Italia piú triste che non in Toscana rendevano lenta al giornale la via, e inacerbivano con l'ingrandire le difficoltà del dirigerlo; non è tuttavia da disconoscere che anch'esse quelle condizioni, appunto perché piú triste, erano in certo modo aiutatrici al Vieusseux. Non sono senza mistero le tenebre della notte, né senza vita i silenzi della morte. Alla tristizia de' tempi doveva il Vieusseux quel giungere frequente, e cosí utile a lui, di Italiani e stranieri in Firenze, attráttivi dalla natura piú dolce e dai grandi esempi dell'arte; e nella tristizia de' tempi, che faceva al confronto sembrare paterno il regime toscano, trovava l'Antologia insieme con gli ostacoli da superare molti elementi per vivere. Dall'esilio infatti, come il Giordani e il Montani, fu donato all'Antologia e al Vieusseux il generale Pietro Colletta[331], al quale dopo tre mesi di prigionia l'Austria concesse posare in Firenze, ove giunse nel marzo del '23. E dal '21 profugo ci viveva il colonnello Gabriele Pepe[332], il quale rammentava[333] com'egli sempre militasse “con un centinaio o piú di volumi ripartiti ad un per uno fra' soldati della sua centuria„; e nell'Antologia trattò da prima[334] di cose geografiche e di viaggi, poi di militari; con uno stile “non mediocremente strano„, come il Giordani lo definiva[335]. Né questi per certo, volendo significare che l'Europa ha frastagliate le coste, avrebbe scritto[336] come il buon colonnello, che “non è un continente corpulento e raggruppato„, e che “ha un treno di moltissime isole„; né avrebbe scritto che “l'antropogonia fu l'opera piú momentosa„[337]; né che Bolivar fosse “non mai né punto livoroso„[338]. Ma non tacque il Giordani i pensieri di lui “sani e nobili„, e i costumi “virili e severi„: e il Tommaséo, artefice squisito di stile, non negò[339] tuttavia che fossero nell'ingegno del Pepe “elementi di stile„ e “pensieri suoi proprî„. Virtú non comune in vero a molti scrittori questa del non si rendere eco de' sentimenti e opinioni altrui.

Poveramente campava il Pepe, senza né vendersi tuttavia né avvilirsi: “ogni suo reddito — scrisse[340] di lui Giuseppe Ricciardi, che lo conobbe nel '27 in Firenze — ogni suo reddito consisteva nei dodici scudi da lui riscossi ogni mese qual collaboratore dell'Antologia, e però imagini il lettore in che modo si nutrisse, vestisse e abitasse„. Eppure, nobilmente respingeva[341] al Vieusseux la ricevuta di sessanta lire per l'associazione di un anno al Gabinetto, che l'amico con gentilezza pietosa gli aveva mandato, come se i danari egli avesse ricevuto. Eppure, a Francesco I che nel 1825 passò di Firenze, respinse sdegnoso la regia elemosina di trecento ducati. A noi basta — scriveva[342] — “di non male aver spesi gli studî, i sudori e il sangue nell'arte in cui non cogliemmo che spine, e di cui non salvando neppure il miserabilissimo pane del veterano, non altro ci rimasero se non le sole cicatrici„.

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