Abbiamo veduto, per cosí dire, il teatro e il suo direttore; sorpresi dietro le quinte gli artisti, e conosciutili nelle loro debolezze e nelle loro virtú e nella parte recitata da ciascuno di essi: guardiamo ora all'insieme dell'opera.

Secondo il desiderio[635] del Vieusseux, che gli articoli fossero rivolti al maggior numero di persone possibile, e che tutto morale fosse lo scopo dell'Antologia, alle cose d'erudizione questa non mirò di proposito. Deplorava[636] anzi il De Potter, scrivendo nell'Antologia, “l'abuso dell'erudizione come semplice erudizione„, e “l'acciecamento di quelli che perdono tutto senza scopo e senz'utile il tempo a ripescare vecchie cronache, a correggere oscure e barbare frasi, ad accertare la data di fatti privi d'ogni importanza, a ricomporre in somma degli scheletri polverosi, ch'ebbero l'unico pregio d'essere una volta animati„. E il Vieusseux concedeva[637] che una medaglia, un sonetto, un sasso, potessero bensí essere argomenti di buoni articoli, quando però li avvivasse quello spirito filosofico e filantropico con che cercava provvedere al perfezionamento sociale d'Italia.

Ma quantunque aborrente da quella erudizione che si assottiglia in indagini minuziose e svanisce in poveri rigagnoli, piuttosto che raccogliersi in ampia fonte fecondatrice della storia e de' gran germi della morale e della politica; quantunque nel suo complesso men ricca del giornale pisano e dell'Arcadico di Roma; di cose d'erudizione l'Antologia è ricca ancor essa. Illustrano antiche monete Domenico Sestini e Bartolommeo Borghesi, e sepolcri etruschi l'Orioli; il quale nel dare prove di varia erudizione parla[638], tra l'altre cose, di certe parole trovate scritte nell'intestino retto di un maiale. Onorano l'Antologia gli scritti su cose archeologiche del dotto e per essa operoso Giovan Battista Zannoni, nell'Antologia onorato piú volte dal Rosellini, dall'Orioli e dal Valeriani; gratissimo sempre al maestro suo Luigi Lanzi, e caro egli stesso a Gino Capponi, discepolo suo. Il dotto antiquario Giovanni Labus diede anch'egli uno scritto[639] all'Antologia: ma il suo nome vi appare piú volte: e il giornale fiorentino rammenta[640] com'egli notasse che fino dal 1480 in luogo acconcio i marmi scritti e scolpiti si collocassero in Brescia, offrendo cosí all'Europa l'esempio del piú antico museo pubblico formato in Italia. A lungo il Valeriani dà saggi di cose americane[641] e sanscritiche[642] ed egizie[643]: e di cose egizie discorre[644] Ippolito Rosellini; come della lingua moderna[645] de' Greci Enrico Mayer, e con piú soda dottrina[646], Andrea Mustoxidi.

Trattano de' poemi omerici il Lucchesini[647] e il Montani[648]; e della greca poesia, a proposito de' canti popolari[649] raccolti dal Fauriel, Luigi Ciampolini, lodato[650] pe 'l suo commentario delle guerre di Suli. Di cose antiche spettanti l'arte, scrisse piú volte nell'Antologia Sebastiano Ciampi, che vi annunciò[651] la sua opera su le relazioni tra la Polonia e l'Italia, e piú volte della Polonia discorre[652]. Né al giornale del Vieusseux manca il nome di Giuseppe Melchiorri[653]; né di Vincenzo Follini[654], bibliotecario della Magliabechiana; né del canonico Moreni[655], infaticabilmente operoso discopritore di testi inediti a sue spese stampati. Né tacque l'Antologia, né poteva, del Mai[656]; né di Emmanuele Cicogna[657], uomo di raro sapere e di piú rara modestia; né di Amedeo Peyron, lodato[658] dal Lucchesini per i suoi studî su Cicerone, e dal Valeri[659] per i pubblicati e illustrati frammenti di quel codice teodosiano, ora miseramente perduto. E nel dare notizia degli studî di lui su' papiri greci, illustra[660] in tre lettere le leggi egiziane Federico Sclopis, allora in verità ben lontano dal pensare che sarebbe eletto ministro e, quel che è piú, presidente in Ginevra degli àrbitri nella famosa disputa tra l'Inghilterra e l'America. Nomi, cotesti rammentati, che inchiudono un vero tesoro di sapienza, e che raccolti in un'opera sola fanno sí che questa possa assai fedelmente per dodici anni rappresentare lo stato e i progressi dell'erudizione italiana.

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Maggiore sviluppo ebbero nell'Antologia le cose filologiche: anzi, le prime e tra le piú lungamente in essa agitate, furono le questioni intorno alla lingua; a proposito delle quali bene fu detto[661] che il giornale fiorentino, con piú ampi concetti trattandole, le innalzasse e le definisse. “Senza risalire ai principî ideologici — affermava[662] il Niccolini, elevando la questione filologica all'altezza di una tesi filosofica — senza risalire ai principî ideologici, tutte le dispute intorno alle verità piú importanti in fatto di lingua si prolungano all'infinito, perché i fatti medesimi, qualora non siano discussi ed ordinati dalla ragione, non fanno scienza„. Nella quale sentenza conveniva Francesco Forti, scrivendo[663], che le questioni intorno alla lingua dovevano essere “illuminate dall'ideologia e dalla storia„, e che la pura filologia mirante solo ad essere fine a sé stessa, è soltanto un'“inutile dispersione di tempo e d'ingegno„.

Con le dottrine del Perticari e del Monti, il quale aveva dipinto come un'ingiuriosa tirannide la preminenza della lingua toscana, e questa chiamata[664] “lingua di municipio, non lingua della nazione„; con le idee de' seguaci loro, che mossi da zelo acre di parte i rinnovati disdegni invelenivano in odio; non poteva l'Antologia consentire. E ad abbattere l'edificio della Proposta scrisse[665] nell'Antologia Giuseppe Gazzeri, in primo luogo rammentando quella “urbanità e decenza„ che, spesso obliate nella Proposta, non dovrebbero mai disgiungersi nelle discussioni scientifiche e letterarie: scrisse piú volte Urbano Lampredi; e urbanamente contradicendo all'amico suo, “lodino altri — diceva[666] — le rose che voi seminate per l'aspro ed arido sentiero delle grammaticali discussioni. Io non posso approvare le spine che pungono acremente coloro che voi vi conducete per mano„. Mentre la Biblioteca italiana con acri parole asseriva[667], che “il vanto de' Fiorentini è provato bugiardo dall'autorità e dalla critica, da' ragionamenti e da' fatti, dalla filosofia e dalla storia„; pacatamente Gino Capponi provava in uno scritto[668], che al Grassi parve[669] “meraviglioso per sapienza, per critica, per chiarezza e per elocuzione„; provava essere state all'Italia sorti non molto dissimili dall'antica Grecia; e, come in Grecia, anche in Italia l'eccellenza del linguaggio avere avuto in ogni tempo una sede certa; e non mai essersi usato in Grecia un modo di favellare comune a tutti e proprio di nessuno, ma sempre la lingua essere stata viva ne' dialetti, e l'eccellenza di essa in un solo dialetto. E il Tommaséo d'altra parte affermava[670], che senza ricorrere alla parlata toscana, la lingua illustre non avrebbe potuto dare tanto tesoro di frasi e di vocaboli da esprimere con proprietà e con franchezza le cose tutte della natura e dell'arte; affermava[671] che la nostra lingua dovevasi “nella massima parte apprendere dai Toscani„. Ond'è che nell'Antologia è da lui[672] contro le accuse del Monti, e dal Botta[673] contro quelle della Morgan, e da altri ancora piú volte, ne' limiti dell'onesto difesa l'accademia della Crusca: ma poco innanzi saggiamente il Ciampi notava[674], che non le sole accademie fanno i grandi scrittori; saggiamente il Montani avvertiva[675] che “al bello scrivere non dà valore che il ben pensare„. Pure, la Crusca ebbe dal giornale fiorentino strenue difese: e si leggevano in esso, per opera di Antonio Renzi talvolta, tal altra del Montani, e piú spesso dell'accademico Francesco Poggi[676], ampi resoconti delle diverse adunanze di quell'accademia: ciò che per vero non impedí che nell'Antologia si riconoscessero[677] i pregi veri del Perticari; non impedí che il segretario stesso dell'accademia nobilmente affermasse[678], che quanto di vero si rinveniva nella Proposta, dall'accademia si aggiungerebbe a quei materiali da essa in gran copia adunati: lieta che la futura edizione del Vocabolario potesse adornarsi delle fatiche di un uomo che tanta gloria aveva recato all'Italia.

Dell'avere l'Antologia definito le questioni su la lingua, può essere prova l'averle essa (prima tra tutti i giornali d'Italia, e in tutti gli scritti suoi che ne toccano) sapientemente innalzate, considerandole non con amore pregiudicato di parte e spirito gretto di municipio, ma, come il Capponi diceva[679], spogliandole “d'ogni veleno..., d'ogni amore di controversia„, e giudicandole “con quella fredda ragione con cui si riguardano le cose e le opinioni di un altro tempo„. Primo tra tutti, il Vieusseux esprimeva[680] il desiderio ben fermo che tali questioni non dovessero nel suo giornale alimentare quel “malaugurato fomite di letterarie fazioni, tendente a divider sempre piú tra loro l'Italiche contrade separate già per altre circostanze„; primo il Vieusseux, non letterato, levava una voce ammonitrice dicendo: “qualunque sia il retaggio della lingua che abbiamo sortito, siamo sempre una sola famiglia; e questo patrimonio debbe da noi godersi in comune„. E a questo spirito di conciliazione e di pace, bene rispondevano per le preghiere del Vieusseux gli scrittori tutti dell'Antologia: “I nostri posteri — scriveva[681] il Niccolini — chiederanno quale utile abbia tratto l'Italia dalle nostre misere gare„: e il Ciampi si doleva[682] che l'Italia, prima a dare l'esempio alle nazioni straniere di un'accademia di lingua volgare, ancora non avesse per le sue discordie raccolto que' frutti che alle altre insegnò seminare. Si augurava[683] il Lampredi, nel dignitosamente rispondere a' rimproveri acerbi del Monti, si augurava che l'amicizia la quale a lui lo legava, potesse essere “la paraninfa e la conciliatrice d'un felice imeneo fra Monna Proposta e il vero Ser Frullone„; e il Benci scriveva[684]: “vorrei esser muto, se la mia favella non fosse o non potesse divenir comune a tutti i buoni Italiani„: e nel fare l'elogio del Perticari, rammentava le dispute su la lingua per affermare[685] ancora una volta, che “una e unanime è la famiglia letteraria de' buoni Italiani„.

Senza dunque rimpicciolirle per amore meschino di provincia e della propria accademia, ma con ispirito di conciliazione e amore intenso del vero e carità pia della patria, furono nell'Antologia trattate le questioni della lingua: e del nullo sentimento di parte con che furono agitate e discusse, può aversi una prova anche in questo, che non solo il Tommaséo voleva[686] che Italiana si chiamasse la lingua, perché tutti gl'Italiani la scrivono, ma il Benci stesso, toscano, e molti altri toscani con lui affermavano[687], che alla lingua d'Italia non altro nome potesse darsi se non d'Italiana.

Ammesso il linguaggio creazione del popolo, da' varî scrittori via via perfezionata e nobilitata; ammessa la preminenza su gli altri del dialetto toscano tutto spirante fresca eleganza e antichissima purità; l'Antologia (anche nelle cose di lingua come in tutte le altre aborrente dagli eccessi) mosse guerra pacata e alla pedanteria de' puristi e a' pedanti, in altra forma sí ma pedanti, seguaci della studiata ineleganza del dire. Da essa ebbe lodi[688] meritate Prospero Balbo per la purezza della favella e per l'avere, giovine e solo, molt'anni avanti contrastato con nobile esempio alla consuetudine d'uomini grandi e per dottrina e per fama: ma a Pier Alessandro Paravia, che in una orazione scriveva sempre lustri, quasi sdegnoso di adoperare il vocabolo anni; “lustri certamente è un illustre vocabolo — diceva[689] il Tommaséo — ma né anche anni, poi, non mi pare una parola oscena„. E se l'Antologia con rara imparzialità loda[690] nel Padre Cesari quello zelo che giovò a ristorare in Italia l'amore della lingua; in essa però giustamente il Montani sorride[691] di Giuseppe Manuzzi, il quale consultava il buon Padre Cesari per sapere se avesse da scrivere sozio o socio. Forse non errava il buon colonnello Pepe nell'affermare[692] con l'usato suo stile, che “le lingue pareggiano le donne, le quali avanzando in età prendono que' lisci e ornati che negliggono allorchè son conscie del loro fiore virgineo„: certo però l'Antologia fu tutta volta a propugnare[693] l'uso di una lingua non morta né mortificata, ma vivente, filosofica insieme e popolare e piena di grazie native. E può ben dirsi che in questa parte l'intimo suo significato e la meta a cui fu sempre diretta siano racchiusi in queste parole[694] di Luigi Fornaciari: “La lingua..... si dee studiare con grande impegno, perché chi non sa usar bene della parola, né pure spesse volte riesce a pensar bene le cose;... ma l'affettazione si deve fuggir sempre... Le parole son fatte per le cose, non le cose per le parole„.