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Altra non meno importante e non meno lungamente agitata, fu la questione del romanticismo: e se per romanticismo s'intenda l'ammirazione dovuta a' grandi ingegni, di qualunque nazione sian essi, e il volgere la letteratura a scopo tutto morale e civile, e il propugnare la libertà dell'ingegno dalle regole fredde, limitatrici del sentimento e del gusto; si può senza dubbio asserire che tutta romantica fu, nel suo insieme, l'Antologia: romantica, non ostante i pochi scritti del Botta, non ostante gli sdegni[695] del Niccolini contro gli ammiratori del “barbaro delirar de' Tedeschi„, e i giudizî del Pepe, che definiva[696] il romanticismo “una novità di forma contraria al vero bello delle lettere, delle arti, della poesia„.

Ma se l'Antologia nella sua vita non breve ebbe difesa la libertà dell'ingegno; se in piú luoghi consigliò l'emancipazione da tutte le regole servili ed antipoetiche, trovate — com'essa dice[697] — da uomini che, non potendo per natura come gli antichi famosi, vollero per istudio essere poeti; anche in questo si rivelò non solo nemica agli eccessi, ma piú che tutto mirante alla conciliazione degli animi avversi. “Si giudichino le opere da sé — diceva[698] il Tommaséo — senza badare a qual sistema appartengano„: e bene il Forti avvertiva[699], che pessima cosa è in letteratura la dominazione esclusiva di un genere. Cosí l'Antologia poteva, senza mentire a' suoi principî, lodare piú volte l'Alfieri e il Monti e il Giordani, e biasimare[700] il Buondelmonte del Fores, come anni innanzi nel Conciliatore il Berchet la Narcisa. Affermava[701] infatti il Cicognara, che a torto s'intendeva per genere romantico la sconnessione, il disordine, la imaginazione sregolata a guisa de' sogni di un delirante: e in questa sentenza convenivano il Forti[702] e il Tommaséo[703]; conveniva il Mazzini scrivendo[704]: “vogliamo lo studio, non l'imitazione degli stranieri; la libertà non l'anarchia...; l'indipendenza da' canoni de' pedanti, non la sfrenatezza, o la violazione delle leggi eterne della natura„. Affermava[705] il Montani, proscrivere bensí il romanticismo ogni servitú, ma non incoraggiare nessuna licenza, non quanto a disegno, non quanto a composizione, non quanto a lingua: e meglio ancora, avvertiva[706] al marchese Gargallo, che “le ridicolezze sono d'alcuni romantici, come d'alcuni classici, perché si può seguire la migliore delle scuole, e mancare d'ingegno o di criterio„. Al quale proposito, il Benci, notando[707] come la disputa fosse piú ne' nomi che nelle cose, sapientemente scriveva: “que' classici e que' romantici cui la natura ha dato ingegno, hanno tal vincolo che non so dove sia la differenza„.

Ma perché non tutti erano d'ingegno gli scrittori, e quelli d'ingegno non tutti assentire volevano; era necessario, con modi urbani bensí, ma pur discendere in campo. E a combattere le famose unità drammatiche scrisse, tra gli altri, piú volte il Tommaséo, il quale affermava[708] che a norma de' principianti si sarebbe potuto fare “un ricettario tragico infallibile quanto un'ordinazione farmaceutica„; scrisse il Montani, prendendo in esame[709] la non meno famosa lettera del Manzoni al Fauriel: e diceva parergli il dramma tornare a divenir greco, ritornando a regole “piú naturali e a scopo piú grande„. E rintuzzando[710] la pedanteria cocciuta del conte Pagani Cesa, si compiaceva[711] che due scrittori italiani, il Manzoni e il Visconti, avessero in piccolo numero di pagine racchiuso “quanto di piú filosofico si potesse dire intorno alle nuove dottrine teatrali„. Né molto per vero si dolse di avere con que' suoi scritti destato gli sdegni di giornale francese, il quale facendo notare[712] che il Montani credeva essere l'Hardi vissuto innanzi al Jodelle, ironicamente affermava aver egli non già analizzate ma riprodotte le teorie romantiche dello Schlegel, del Sismondi e dello Stendhal, “con l'aggiunta di qualche dettaglio storico nuovo se non esatto„.

Come nell'Antologia fu difesa, rispetto al dramma, la moderata libertà dell'ingegno, altresí fu combattuta la servitú dell'ingegno alle favole della mitologia; la quale dallo stesso Montani argutamente era detta[713] “un magazzino comodo per chi non avendo la mente provveduta di molte idee, né il cuore abbondante di affetti, voleva pur comparire poeta„. Con l'usata temperanza però notavasi[714] nel giornale, recando in prova alcune odi dello Schiller, che se molti con mente povera di pensieri e di sentimenti favoleggiavano di Venere e di Giove, non dovevasi tuttavia credere indegna de' carmi la storia greca; la quale non può senza i suoi numi trattarsi poeticamente. Ma quando (ultima face accesa agli antichi dêi) sfavillò il sermone del Monti, si levò[715] di nuovo il Montani a difendere l'audace scuola assalita; affermando che neppure alla stessa imaginazione possono essere di vero diletto le finzioni che le si presentano, “ove manchi loro il fondamento delle credenze e delle opinioni attuali„. Ma non mancò egli, onesto com'era, di far notare[716] a' contraditori del Monti, che opporre versi ai versi di poeta sí grande non era prudente consiglio. Sorse tuttavia lo Zajotti[717], sorse Urbano Lampredi[718] a reggere il trono della mitologia pericolante: non però cosí vigorosi, che il Monti non si stizzisse fieramente co 'l “povero Montani„ per quella ch'egli chiamava[719] “predica dissennata„ contro il suo sermone: e piú si stizzí[720] co 'l Tommaséo, che la mitologia voleva lasciata “agl'impotenti che ne abbisognano„, e che riprendendo una frase dell'articolo del Lampredi, scriveva[721]: “e ci si parla ancora della sapienza nascosta sotto i mitologici veli!... Le verità che il popolo manda alla memoria, che canta da sé, che ripete a' suoi figli, che nelle ore del riposo, ne' dí della gioia si sente echeggiar da ogni banda, quelle si addentrano nell'anima, quelle diventano un elemento della sua vita. Questo in Italia non è: ma se fosse!!!„. Le quali parole potrebbero bene esse sole significare quali, secondo l'Antologia, dovevano essere gl'intendimenti, quali i destini e il fine della letteratura. Non dissimile in questo dal milanese Conciliatore, il giornale fiorentino propugnò sempre una letteratura non antica e di tradizione, ma di inspirazione e moderna; non vincolata da arbitrarî, e spesso dannosi, precetti, ma soggetta soltanto alle vere leggi del gusto; non puerilmente vana, ma utile moralmente. E con sincerità vera l'Antologia rendeva[722] onore a quei “romantici screditati, che parlavano.... nel Conciliatore di riforma del teatro..., della lirica e di tutta la letteratura, per farla essere propriamente l'espressione della società„. Voleva[723] il Montani, che la letteratura significasse “non solo le idee e i sentimenti degli uomini di ciascun'epoca, ma anche i loro bisogni„: e il Forti, scriveva[724] che cosa di massima importanza era il dare opera, in quale si voglia condizione di governo, al sorgere di una letteratura civile, dalla quale dipendeva “non meno la conservazione del presente, che la preparazione di un piú fortunato avvenire„; desideroso che anche la critica “ponesse in vista i bisogni presenti ed i mezzi per soddisfarli„, e fosse “severissima contro ogni offesa alla morale o civile o domestica„.

Non classica dunque, se questo nome racchiudesse l'idea di servile imitazione e d'inezie mitologiche; non romantica, se vi fosse pericolo che il misticismo richiamasse a' secoli barbari, tra puerili, se non empie, superstizioni: ma tutta piena degli affetti vivi del cuore, e delle memorie de' tempi recenti, e delle speranze de' tempi avvenire, volevano gli scrittori dell'Antologia la nuova letteratura; o come il Mayer diceva[725], “tutta italiana„. Né egli intendeva, dicendo tutta italiana, interdire lo studio delle straniere letterature: ché primo egli nell'Antologia si doleva[726] co 'l Benci, che troppo in Italia quello studio si trascurasse; primo egli mostrava falsa l'idea, che le traduzioni e la conoscenza dell'altre letterature recasse danno e non giovamento alla letteratura nazionale di un popolo. E altrove avvertiva[727], che se lo studio dell'arte greca e romana e italiana molto poteva giovarci, molto ancora il poteva non l'imitazione, ma lo studio vero dell'arte straniera.

A lungo parlò[728] egli delle memorie del Goethe; e in una serie di lettere proponevasi “stabilire una piú intima comunicazione letteraria fra i Tedeschi e gli Italiani„. Né il Mayer fu solo nel rendere onore a' grandi ingegni d'oltr'alpe: “studiate i volumi di tutte le nazioni„, raccomandava[729] il Mazzini, vagheggiando l'idea di una letteratura la quale stringesse in una co 'l santo vincolo del pensiero tutte le umane tribú. Lo stesso Vieusseux voleva[730] che l'Antologia rappresentasse all'Italia lo stato intellettuale e i progressi delle nazioni straniere: e nell'Antologia infatti, piú volte è parlato dello Schiller, e se ne recano[731] alcune odi tradotte dal Benci. Ampiamente parla[732] Michele Leoni delle tragedie di Byron: dà[733] saggi il Montani della traduzione del Prigioniero di Chillon, fatta dal conte Gommi Flaminj; e nel recarla racconta come Byron, leggendo un giorno ad alta voce un giornale di viaggi, a pié pari saltasse alcuni suoi versi ivi riportati, e pregato dall'amico di leggerli, modestamente se ne schermisse, e gli facesse invece sentire alcuni versi del Pope. A lungo parla[734] l'Uzielli di Walter Scott, rendendogli onore, non senza però notare la soverchia sua trasandata fecondità, e il non essere suo massimo pregio l'indagine profonda del cuore umano: e altrove il Leoni reca[735] tradotti alcuni canti del Campbell e del Moore. Diede[736] Camillo Ugoni all'Antologia ragguagli su lo stato delle lettere in Zurigo: diede[737] Costantino Golyeroniades, greco di patria, notizie dell'opera letteraria del Coray, traduttore e commentatore del Beccaria: e ampiamente il Montani discorre[738] del Villemain, udendo una lezione del quale il Lampredi confessava[739] che nell'antica Sorbona per piú di un'ora rimase assorto “in estasi letteraria„. Né tacque l'Antologia dello Châteaubriand, nel quale piú volte si loda[740] “una mirabile vivacità d'ingegno e un'originale delicatezza d'affetto„; né dello Stendhal, il nome del quale sdegnavano proferire gli scrittori del Journal des savants; e in nominarlo una volta, per commento aggiungevano[741] al nome: “intelligenti pauca„. Ha[742] l'Antologia notizie di cose polacche, date da Bernardo Zaydler: ne ha[743] della russa letteratura; e nota, nel darle, come “l'Italia ha sempre avuto colla Russia troppe scarse relazioni, per tener dietro a' suoi progressi„: sufficienti tuttavia perché il Tommaséo potesse avvertire[744] “lo splendore di giorno in giorno crescente, che a noi si diffonde da quelle gelide regioni„.

Bene dunque può dirsi che l'Antologia, nel rendere onore a' grandi ingegni stranieri, sollecita rappresentasse all'Italia, piú fedelmente e diffusamente di ogni altro giornale, quanto di meglio via via nell'altre nazioni si veniva creando. E se il Pepe in buona fede, parlando[745] dell'Hernani, asserisce che “la malìa romantica„ fa traviare e perdere il “bell'ingegno„ dell'Hugo; se il Niccolini afferma[746] che in Inghilterra delirasi come nel secento in Italia; e assomiglia Margherita a una fantesca; e dimanda se sia una bella invenzione nel Fausto fare un prologo in cielo e uno in terra; bisogna avere pazienza.

Ma se l'Antologia fu sempre ammiratrice sincera de' grandi ingegni d'oltr'alpe; se di molte opere loro può essa ascrivere a propria gloria l'avere dato all'Italia la prima notizia; non è per questo da credere che di quelle opere propugnasse o solo favorisse l'imitazione. Al volgo degli imitatori servili fu sempre nemica l'Antologia: e quando (per citare un esempio) il capriccio di Walter Scott, di sostituire all'argomento de' capitoli un'epigrafe di poeta, divenne per gli imitatori legge davvero; derise[747] il Tommaséo l'anonimo autore di un romanzo, nel quale tutte le epigrafi erano state tolte dalla Divina Commedia: e ironicamente affermando che bene dal solo primo canto potevano togliersi, a uno per uno dimostrava come si sarebbe potuto adattarle a tutti i venti capitoli: per esempio, all'ottavo: “Venuta di Narsete Eunuco in Venezia — epigrafe: Non uomo, uomo già fui„; e cosí via di séguito, con finissima arguzia.

Non dunque l'imitazione, ma l'ammirazione e lo studio vero della grande arte straniera propugnava l'Antologia: “Non imitiamo i Tedeschi — scriveva[748] il Mayer — ma quando il Klopstock celebra in Arminio il liberatore della Germania, quando lo Schiller richiama il Wallenstein nelle scene, deh torniamo coll'animo ne' secoli della nostra gloria, ravviviamo col canto le ceneri de' nostri eroi„.