Che se mai non bastasse ciò che fin qui sono venuto dicendo, ben potrebbero dimostrare come ingiustamente il Botta accusasse l'Antologia di correre dietro alle servilità forestiere, le lodi da essa in ogni tempo, senza distinzione di partiti o di scuole, tributate agl'Italiani illustri viventi; e l'aver essa messo in mostra non pochi ingegni di giovani educandone le speranze; e il culto vero e l'incitamento continuo dato allo studio de' nostri maggiori. Affermava[749] lo stesso Vieusseux essere vanto dell'Antologia dimostrare come l'Italia nel suo seno possedesse gli elementi di qualunque gloria: ed io potrei qui rammentare l'onore dall'Antologia reso[750] al Tasso dal professore Pietro Petrini; il plauso dato ad autori e stampatori di nuove edizioni o commenti nuovi di classici; le lodi concesse[751] da Ippolito Rosellini a Carlotta Lenzoni per avere comprata e restaurata la casa di Giovanni Boccaccio. Ma, perché il molto rappigli il poco, dirò solo di Dante.

Assentiva il Monti, che nell'Antologia vedesser la luce due lettere sue[752] intorno alla questione, dal Valeriani ben detta magra, sorta fra varî su l'intelligenza del verso: poscia piú che il dolor poté il digiuno: e di cose dantesche scrisse nell'Antologia Carlo Witte, il quale nel dare saggi delle ricerche sue nuove, francamente notava[753] l'insufficienza di ciò che intorno alla Commedia e alle altre opere del Poeta si era dagli studiosi fino a quel tempo stampato. Vi scrisse il Cioni piú volte una rivista dantesca[754], promessa dal Giordani che però non la fece per quella sua, rimproveratagli dall'Antologia, “abituale indolenza„: vi diede[755] il Tommaséo saggi di quel suo, quasi per ogni parte, meraviglioso commento; e diceva cosa che ad alcuno può forse oggi sapere di agro: diceva che “chi cerca in esso [Dante] non altro che il poeta, non saprà mai degnamente gustarlo„.

Ma piú che gli studî danteschi stampati o annunciati nell'Antologia, è da ricordare la significazione civile e morale che il Poeta ebbe per gli scrittori di quel giornale; piú importa vedere i germi di studî nuovi qua e là disseminati nel rendergli onore. Desiderava[756] l'Antologia, che i commentatori di Dante accennassero a tutti que' vocaboli o modi di dire, che nelle tre cantiche si rincontrano, e possono giustificarsi o illustrarsi con esempi di prose contemporanee: desiderava[757] che anco delle opere minori di Dante si desse una degna edizione; rammentando come “ciascuna opera del nostro poeta serva a dichiarare le altre„. Altrove piú volte incoraggia gli studiosi a porre mente alle diverse lezioni, e plaudisce anche a una ricerca modesta. “Rida — scriveva[758] il Montani — rida di questi studî assidui e minuti chi può ridere della Divina Commedia„. E quando il Nuovo giornale dei letterati ebbe a dire[759], che nel rendere a Dante sí grandi onori si scorgeva “un certo spirito di parte, un qualche cosa di settario„; e che a Dante si prestava con cieca superstizione un culto sí religioso che si giungerebbe “ad adorarne ancora gli escrementi„; non solo il Capponi privatamente scrisse[760] al direttore di quel giornale, dichiarando cessata la sua associazione; ma nell'Antologia con una lettera al Salfi rispose Urbano Lampredi; rispose belle e disdegnose parole. “Lo studio delle opere di Dante — egli scriveva[761] — è sí necessario, che se i giovani ingegni d'Italia non sono educati alla sua scuola, e non sono nutriti delle sue dottrine, de' suoi pensieri, e del suo modo d'esprimerli, avremo sempre degl'insulsi parolai„.

Cosí appunto l'Antologia serbava acceso, ravvivandolo, l'amore pe' nostri grandi, e Dante additava rigeneratore dell'arte e della patria italiana. Ammiratrice di Goethe e di Byron e d'ogni gloria straniera, voleva conservando innovare e innovando conservare; voleva tutta nazionale mantenere la nostra letteratura, serbando incorrotto quel gusto, quel modo di sentire che da natura ci venne: ma al tempo stesso voleva che questo modo di sentire fosse, come ne' grandi poeti, nazionale ed universale, facendosi interprete di idee universali, ed elevandosi, quasi ala arrendevole, ai piú alti argomenti.

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È dunque naturale che l'Antologia mirando nelle cose letterarie piuttosto a insegnare ciò che dovesse farsi, che a lungamente discutere su le cose fatte di fresco[762], poco luogo cedesse a' versi, poco agli scritti di frivola piacevolezza. Diceva[763] bensí il suo direttore, che volentieri cercherebbe con racconti, dialoghi e poesie, sollevare da una troppo grave lettura l'animo de' leggenti: ma al tempo stesso affermava che le scienze morali ed economiche sarebbero di preferenza e piú spesso trattate. Nel che bene si accordava con gli scrittori del Conciliatore, i quali pensavano[764] che piú che dilettare era necessario in Italia incoraggiare e guidare le menti alle severe meditazioni.

Di scritti ameni infatti può l'Antologia numerare solo una descrizione[765], fatta dal Benci, della Svizzera, e un'altra[766] delle cose notabili con gusto d'arte osservate nel Casentino e nella valle Tiberina: una prosa[767] del Mayer sur una passeggiata nel Wutemberg, e due[768] del Tommaséo su una gita a Pisa e nel Pistoiese. Meno rari, ma non di troppo, i versi: tra' quali, certi sonetti[769] del Borrini, in vero non assai belli, su l'Alfieri, su Ettore e su l'Ascensione di Cristo: la cantica[770] del Niccolini, la Pietà, ch'egli diceva scritta nell'età sua “piú fiorita„, e la traduzione[771] dell'epistola ovidiana di Saffo a Faone. Saggi abbondanti della sua Iliade italiana diede[772] Lorenzo Mancini; e il Borghi degli idilli[773] di Teocrito e delle odi[774] di Pindaro; di non poche delle quali via via il Lucchesini faceva gustare a' lettori la sua versione[775]. Ha l'Antologia un sermone[776] e un'ode[777] di Giovanni Paradisi; un'ode[778] del Monti, e un carme[779] del Lamartine: nel recare i versi del quale, il Vieusseux notava come quello, abbandonandosi al sentimento proprio, non potesse non meritare la gratitudine nostra. E al Vieusseux il poeta francese mostravasi[780] grato di quella nota “letterariamente lusinghiera„, e lieto che essa servisse a dissipare le ingiuste prevenzioni destate da “poche frasi interpretate non rettamente„.

Altri versi non ha l'Antologia: e per le stesse ragioni dette riguardo a' versi e alle prose amene, non ha del pari tanta di cose d'arte dovizia quanta per vero da giornale fiorentino si aspetterebbe. Pochi e di poco valore gli scritti intorno alla musica: a proposito della quale è da rammentare che il Pepe, rimpiangendo[781] le melodie di Paisello e di Cimarosa, spera che passerà il delirio per la “fragorosa e monotona sonazione„ del Rossini; del Rossini, da lui in altro luogo paragonato[782] al Borromini e al Marini. Né accoglienze piú liete fece[783] al maestro pesarese Michele Leoni, al quale però rispose[784] il Franceschini; rispose[785] il Benci, riportando le lodi date al Rossini dallo Stendhal.

Scritti migliori e piú frequenti ha l'Antologia, che toccano di pittura. Su 'l codice del Cennini indirizzava[786] a Gino Capponi una lettera Leopoldo Cicognara, il quale a lungo discorre[787] del distaccare le pitture a fresco, e a lungo dell'opera[788] su le arti belle di Quatremére de Quinci: lavoro ch'egli diceva[789] “difficilissimo e faticosissimo„, meravigliandosi d'aver avuto la costanza di compierlo. E con l'amico Cicognara discorre[790] della pittura in porcellana Pietro Giordani, in una lettera che fu messa[791] in ridicolo dalla Biblioteca italiana, imaginando che Raffaello da Urbino con altra lettera rispondesse da' Campi Elisi. Il professore Pietro Petrini, cui durò breve la vita, diede saggi frequenti e notevoli de' suoi studî su le pitture antiche e delle età prime dell'arte risorta in Italia, indagando le cause per cui si sapesse allora tanto bene procacciare stabilità e consistenza a' fragili materiali che si adoprano per dipingere: e al professore Petrini scriveva[792] il marchese Ridolfi intorno all'esame chimico di alcuni dipinti.

Come scienza che da vicino riguarda la pittura, non è da tacere che nell'Antologia Leopoldo Nobili espose[793] i suoi tentativi, dall'Istituto di Francia lodati, per colorire con metodo nuovo i metalli, da lui chiamato metallocromia: e di certe pratiche nuove per dipingere ad olio, loda[794] Melchior Missirini Marianna Pascoli Angeli. Prima l'Antologia agli studiosi additava[795] un dipinto di Giulio Romano; primo il Montani parlava[796] di una tavola di Leonardo, agli studiosi nota solo di nome. E l'Antologia fa[797] le lodi di Pietro Benvenuti; e di Luigi Sabatelli[798]; e del figliolo di lui Francesco, morto di 26 anni: nel lodare i pregi del quale, e piú le speranze che dava dell'arte sua, Gino Capponi rammenta[799] l'animo buono di lui, dicendo com'egli povero si privasse fin degli arnesi alla pittura piú necessarî per sovvenire alla miseria altrui sofferente.