Eppure ognun d'essi aveva segno o segni suoi proprî, differenti dagli altri; de' quali segni, con lunga pazienza, ma altresí con certezza, ho potuto rintracciare l'autore, ora tra le carte del Vieusseux, ora nelle lettere a lui dirette; ora ne' suoi registri, ora nell'esemplare dell'Antologia che insieme con le altre cose di lui si conserva nella “Nazionale„ di Firenze: nel qual esemplare (ma solo ne' primi numeri) è dal Vieusseux segnato il nome dello scrivente.

Queste cose ho voluto che il lettore sapesse. Alle quali aggiungo quest'altra ancora: che qualunque possa essere il suo giudizio su l'opera mia, non potrà mai togliermi né la serena coscienza né il puro compiacimento d'aver lavorato onestamente, perseverantemente.

P. P.


L'ANTOLOGIA DI GIAN PIETRO VIEUSSEUX

Cap. I.[4]
Le origini dell'Antologia

Un rapido sguardo alle condizioni politiche e letterarie d'Italia dopo il 1814. — I giornali letterarî piú importanti innanzi il '21. — Lorenzo Collini e i giornali di Toscana. — Gino Capponi in Londra, e il suo Progetto di giornale. — Gian Pietro Vieusseux in Firenze, e il suo Gabinetto scientifico-letterario. — Gino Capponi ritorna in patria, e sfiduciato abbandona l'impresa. — Gian Pietro Vieusseux fonda l'Antologia. — Le prime difficoltà da superare, e le prime accoglienze al nuovo giornale. — Nuove difficoltà nel persistere, e la meravigliosa energia di Gian Pietro Vieusseux.

“Soldati: nel mio esilio ho sentita la vostra voce. Io sono giunto attraverso tutti gli ostacoli e tutti i pericoli presso di voi.... Riprendete quelle aquile che avevate ad Ulma, ad Austerlitz, a Jena, a Eylau, a Friedland, a Tilsitt, a Echmüth, a Wagram, a Smolensko, a Mosca, a Posen.... e la vittoria marcerà a passo di carica.... L'aquila co' i colori nazionali volerà di campanile in campanile fino alle torri di Nostra Signora: allora voi potrete mostrare con onore le vostre cicatrici, voi potrete dire con orgoglio: Io pure faceva parte di quella grande armata che è entrata due volte nelle mura di Vienna, in quelle di Roma, di Berlino, di Madrid, di Mosca....„[5]. Cosí, lasciatasi alle spalle l'isola d'Elba, gridava Napoleone a' suoi veterani, ponendo il piede su 'l suolo di Francia. Ma l'Europa era omai intollerante de' troppo gravi tributi, e delle offese gravi e tutti i dí rinfrescate, e di una guerra che da quasi vent'anni durava: la Francia stessa era stanca di offrire ogni anno migliaia di vittime in sacrificio al suo Cesare. I principi, che diceansi legittimi, avevano promesso, promettevano ancora: e i popoli, che li credevano dall'esperienza e dalla sventura ammaestrati, si tesero la mano e si unirono per rovesciare il colosso abbandonato dalla fortuna.

Oh come l'Italia si ridestava alla grande novella che Napoleone era stato vinto! La Francia aveva fatto molto per essa, ma la Santa Alleanza prometteva molto di piú. O paracarri che fuggite, se un poco di tempo vi resta da volgervi indietro, guardate con quanta gioia si festeggia questo vostro San Michele!, gridava il popolo di Lombardia per bocca del Porta[6]: vide il Piemonte con gioia partire i Francesi, e con gioia “non uguale, ma pur grande„, giungere i Tedeschi[7]: e in Livorno un Apollo ch'era in una terrazza fatta edificare su le mura da Elisa, sorella a Napoleone, la plebe infuriata rovesciò dalla base, pensando fosse un simulacro di lui, e, la base stessa schiantata, mutilato gittò giú dalle mura[8]. Delusi nelle prime luminose speranze, allucinati dallo splendore delle vecchie e delle nuove promesse, i varî Stati d'Italia volentieri piegavano il capo sotto il dominio degli antichi sovrani, perché le restaurazioni parevano loro un felice riposo, una liberazione da una grave tirannia; e tutti avevano bisogno di pace, dopo sí rapida succession di ruine.

Tornavano i piccoli re, che un battito d'ala di Napoleone aveva prostrato al suolo: tornava Pio VII al popolo in festa tra i rami d'ulivo e il dindonare delle campane: tornava, dopo lunghi anni d'esilio, al palagio de' suoi il re di Piemonte; e uomini e donne gli si stringevano intorno, pur di baciargli la veste, e dinanzi al suo cavallo gittavano fiori. E in Modena e in Parma, e in Napoli e in Firenze, risonarono di lieti canti le ampie arcate delle chiese. Ma i principi ristoratori dell'ordine, che il congresso di Vienna ricollocava su 'l trono, e che da' piú, o per istinto servile o per iscontentezza del passato e speranza nell'avvenire, erano accolti con gioia; succedendo alla tirannia di Bonaparte, nulla avevano ereditato del suo vigore, meno che nulla della sua prudenza. Il buon ordine giudiziario e amministrativo, l'impulso alle scienze ed al merito, l'eguaglianza delle classi, il miglioramento e l'aumento delle comunicazioni; tutto scomparve. A' codici, lavoro di giureconsulti dotti del sapere de' secoli, furono sostituiti gli statuti municipali e l'arbitrio de' giudici; le instituzioni savie e mallevadrici, uscite dal seno dell'assemblea costituente e rispettate dall'assennato dispotismo di Napoleone, tutte furono tolte. Ben si vide allora la “paterna cura„ con che il governo austriaco, “sincero per natura„, manteneva la promessa di una “amministrazione paterna„, e di “tutti trattare come figli„[9]. Co' re erano ritornati il bargello, la corte, i birri; e tutti si sentirono spinti addietro di mezzo secolo.