Ma gli uomini non potevano spontaneamente rinunciare a quelle instituzioni che la cresciuta civiltà e i pubblici desiderî reclamavano; a quella parte di bene a cui l'ingegno di Bonaparte e le grandi vicende li avevano in poco di tempo abituati. Napoleone aveva bensí soffocato l'amore della libertà, ma aveva tuttavia fatto sorgere l'amor della gloria, non meno generoso; non aveva dato indipendenza, è pur vero, ma né servaggio oppressivo e depressivo, come s'ebbe di poi. Il principe di Metternich con occhi grandi e con larghe braccia vegliava per rendere gl'Italiani impotenti a qualunque tentativo di novità; e questi, illusi e delusi nel 1809 dall'arciduca Giovanni, nel '13 da Nugent austriaco, da Bentink inglese nel '14, da Murat francese e Ferdinando Borbone nel '15, vagavano incerti, come per un deserto senza fontana viva, senz'ombra. Su i frammenti di un mondo rovinato erano giovani speranze e vecchie pretese a contrasto, presentimenti mal definiti tuttavia, opposti a un passato che i governi avevano disseppellito; e tra il tedio e la vergogna e l'umiliazione rumoreggiava un caos di brame incomposte e indeterminate, che non avevano per base né esperienza né scienza. Se non tutti erano “vigliacchissimi, urlanti, calunnianti„, come il Foscolo li chiamava[10], tutti però erano “inscienti„ di ciò che volessero. Confondevasi l'amore di libertà e d'indipendenza con l'odio all'Austria; confondevansi i mezzi di conquista e di resistenza: gli uni parteggiavano per un'unica monarchia, e gli altri pe 'l federalismo; molti per la costituzione francese del 1814, molti per la spagnuola del '12; taluni per la repubblica o per varie repubbliche, a modo moderno americano o del medio evo italiano: e tutti si dolevano di essere stati ingannati.
L'Italia non era piú se non una grande prigione custodita per ogni dove da milizie tedesche, condotte da generali tedeschi. L'imperatore era, in fondo, il vero sovrano di tutto il paese: i Lombardi avevano avuto la “sorte felice„[11] di passare sotto la sua signoria; la regina di Sardegna era sua vicina parente, e il duca di Modena, suo cugino; la duchessa di Parma, sua figlia, e il granduca di Toscana, suo fratello; la duchessa Beatrice di Carrara, sua zia; il re di Napoli, suo zio e suocero; il primo ministro di Roma, suo amico. Le sue spie erano da per tutto; e la libertà concessa simigliava a crepuscolo, non come di giorno che nasce ma come di giorno che muore.
Né solo in politica, ma pur nel campo delle lettere era grande la divisione e la confusione. Costretti gli scrittori a tacere i pensamenti civili, o ad esprimerli strozzatamente entro i procustici confini assegnati dalla polizia e dalla censura, par quasi sfogassero l'odio impotente che dentro li consumava con l'aggredirsi a vicenda nelle questioni letterarie. E le armi erano ingiurie, calunnie, accuse pubbliche, delazioni secrete, propalazioni d'infamie domestiche; e quasi ciò fosse poco, non mancava chi le ragioni voleva porre “sulla punta degli stivali„, e con quei sillogismi insegnare agl'ignoranti una dialettica nuova[12]. Gli spettatori maligni ridevano, e le lettere non ci guadagnavano nulla. Una mano di ferro tutti li teneva legati, ed essi, compagni veri di sventura, s'ingegnavano di beccarsi, come que' polli di Renzo. Gli uomini grandi debbono render ragioni, diceva il Monti[13], non venire con la spada alla mano; e malediceva[14] alle gare che li tenevano divisi e l'un contro l'altro li armavano, come i soldati di Cadmo: eppure faceva tanta mostra di fiele, e cosí spesso in un solo vituperio mescolava i morti ed i vivi. Il Foscolo, che tanto gridava contro le meschinelle superbiette e le malignette invidie de' letterati, e scrivendo al Pellico contristavasi del vedere irreparabile omai l'atroce fatalità che inviperiva gl'Italiani a mordersi velenosamente fra loro; quella stessa lettera terminava dicendo[15]: “Oh guardatevi tutti, guardatevi dal Monti!... ei v'arderà tutti quanti della sua propria viltà: vi sedurrà a tradire l'anima vostra e gli amici vostri„. Era un triste bisogno: volevano unione fraterna, e a sé stessi facevano guerra; biasimavano con parole le pessime arti, e correvano alla prima occasione a adoprarle co' fatti.
A questi mali, mali maggiori si aggiungevano. Ricordate quella scenetta che successe un giorno nella famosa bottega di Demetrio? Entra un incognito, e siede chiedendo un caffè. Un giovine, che gli sta vicino, lo guarda con certo sorriso di superiorità, e gli dimanda se sia forestiero. “No, signore„ — risponde questi con cert'aria di composta disinvoltura. — “È dunque milanese?„ — riprende quegli — “No, signore, non sono milanese„ — risponde l'altro. — L'interrogante si meraviglia, protesta di non intendere; e quando l'incognito dice[16]: “Sono Italiano, e un Italiano non è mai forestiere, come un Francese non è forestiere in Francia, un Inglese in Inghilterra, un Olandese in Olanda„; il giovane adduce in suo favore l'universale costume d'Italia di chiamare co 'l nome di forestiere chi non è nato e non vive dentro il recinto d'una muraglia. Mezzo secolo era passato da quel tempo, e cose ben grandi si erano avvicendate; ma la costumanza era sempre la stessa. E questa divisione che gl'Italiani di una provincia rendeva stranieri a quelli di un'altra e quasi nemici, e le piccole gare e superbie meschine di campanile, rinfocolate un poco dall'Austria, accrescevano le gloriucce e le misere passioncelle de' letterati; e i letterati, per gloria del municipio e della propria accademietta, alimentavano alla lor volta gli odî civili, e accrescendo le discordie, in tutta la nazione accrescevano l'ignoranza e la debolezza, formando per questa parte un'Italia letteraria pettegola scandalosa e vanissima. Collocati su un punto ristretto per giudicare, dal quale poco tratto di cielo potevano scorgere, pareva quasi — per dirla co 'l Pellico — che l'ombra del campanile della propria parrocchia segnasse i confini della loro veduta, e ciò che fosse di là da que' confini e da quell'ombra non fosse degno di plauso: e la letteratura intanto a' pochi buoni sembrava, ed era, ridotta “un gioco di bussolotti„[17].
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Per avere un'idea, e insieme una prova, di queste contese e del modo di contendere, degli odî feroci e delle basse vendette, diamo un poco uno sguardo a' giornali letterarî del tempo. Milano non era piú capitale del Regno italico, eppure la gloria tramontata pareva consolasse tuttavia di lieto crepuscolo il suo cielo, e forte vi batteva piú che altrove la vita. Ivi in maggior numero adunati gli uomini di lettere i dotti gli artisti; e i giovani dell'altre provincie la ponevano in cima a' loro desiderî: ivi piú vasta la produzione, piú ricco il commercio librario; ma anche piú vive le gare e piú lunghe e frequenti. Per avvicinare i letterati italiani offrendo loro un punto di riunione di cui mancavano, e ogni mese portare a cognizione del pubblico tutte le opere venute in luce nella penisola[18], fondava il Saurau la Biblioteca, rivista che nelle idee come nel nome prometteva essere italiana. E ne facevano fede i tre nomi famosi, che davano principio all'opera rammentando[19] che l'ingenua libertà delle opinioni è senza amarezze, che le dispute non debbono essere liti, né le contradizioni ingiurie; e proponevansi mostrare finalmente agli stranieri non essere vero che gl'Italiani non sapessero disputare. Ma il Saurau nella sua lettera aggiungeva che di quel giornale si sarebbero serviti “per sorvegliare la pubblica opinione„; e il Metternich gli rispondeva[20] che se cosa desiderabile era che il giornale combattesse le idee rivoluzionarie, già troppo accese, non meno doveva essere allontanare tutto ciò che potesse far nascere il sospetto che l'Austria mirasse ad avere un qualunque diritto su gli altri Stati d'Italia. L'Acerbi stesso, chiamato alla direzione, confidava[21] a un amico che scopo del giornale era dirigere l'opinione pubblica in senso opposto a' passati sistemi. Ben ne aveva il Foscolo conosciuto le intenzioni e lo scopo quando, prima ancor che sorgesse, lo giudicava[22] “letterario in apparenza, in sostanza politico„: avevano promesso agli scrittori aiuti e libertà, ma tutto invece riducevasi a poco piú di niente; perch'era libertà come quella che il gatto concede al sorcio che ha in bocca, che lo lascia su 'l suolo, ma se il sorcio spicca un salterello, il gatto l'aggranfia e gli dà un morso. “Crederai — scriveva a un amico il Giordani[23] — crederai, che ogni volta che ho scritto l'Italia sfortunata, si è cancellato?„. E ben amaro rimorso doveva essergli l'avere inneggiato[24] al “benigno imperio„ che reggeva la Lombardia e la Venezia.
In tal modo andavano le cose, che il Breislak si ritirò “con gran remore di sdegni„[25]; il Giordani diceva[26] che se avesse potuto trovare non un bene, o un minor male, ma un albero da impiccarsi, aveva giurato a sé stesso di uscir dal giornale; e sebbene il Monti tentava fargli mutar pensiero, si dimise tuttavia dal posto di compilatore. E il Monti stesso, irritato alla fine dalla “dispotica direzione„[27] dell'Acerbi, si ritirò anch'egli; o come scriveva il Giordani[28], “fu spinto fuori„. Eppure, quel giornale “tutto mercenario, tutto comprato„[29], se ne levi la parte politica, non era mal fatto: vi compariva, tra gli altri, lo Zajotti scrittore vero e bell'ingegno, benché venduto; e v'era ricca notizia di cose italiane e straniere; e quella rapida scorsa che l'Acerbi soleva fare su 'l moto letterario della penisola, non era senza qualche giovamento. Tuttavia se in Italia (quasi nuova, starei per dire, nell'arte di far giornali) uno ne viveva che meritasse tal nome, quell'uno era anch'esso per verità ben lontano dal potersi con onore contrapporre a quelle grandi riviste e inglesi e tedesche, che or sí or no facevano capolino di su l'Alpi, secondo i decreti censorî. L'Acerbi, che tutta aveva usurpata la proprietà del giornale, non era nato per occupare degnamente l'officio di direttore: gli mancavano la sincerità, la conoscenza sicura delle cose, l'intuito felice che scuopre i difetti e indovina i pregi negli uomini. Al Leopardi che modestamente mandavagli le cose sue, scrivendogli con quella timidezza di chi si rivolge a persona che stima maggiore di sé, ei non degnava rispondere[30]; rispondendo, ben lasciavagli intendere che i suoi articoli erano “indegni di venire in luce nella sua preclarissima Biblioteca„[31]. E ciò che è peggio, spesso imponeva a' collaboratori gli articoli, e negli articoli, le lodi o i biasimi: come quando con fastidiosa insistenza sollecitava Giovita Scalvini a tacere nel suo scritto gli elogi dell'Iliade del Monti, e lui renitente spronava a lodar le tragedie di Salvatore Scuderi, adducendo per ragione l'aver questi per tutta la Sicilia sollecitata la vendita del giornale[32]. Ond'egli poco durava con l'Acerbi, e ritraevasi da quell'ufficio che gli fruttava tre lire il dí per campare. Buoni erano stati i pensieri degli uomini che primi avevano scritto nella Biblioteca, e davano speranza di bene; ma la troppa differenza delle opinioni politiche li aveva costretti a ritirarsi, e il giornale ch'era sorto per riavvicinare con pace, di giorno in giorno gli antichi sdegni rinfocolava, e co 'l sorgere di nuove idee a ire nuove dava alimento: e il mondo letterario di Milano, al dire del Monti[33], era ridotto “a un vero bordello„.
Ritiratisi intanto dalla Biblioteca italiana, quelli che le avevano dato il nome loro facevano il progetto di fondare un altro giornale, il cui primo fascicolo doveva uscire nel maggio del '17; e stabilivano[34] s'invitassero a quella lega i migliori, per mostrare non pure all'Italia, ma a tutta l'Europa, essere falsa la calunnia di che li gravavano gli stranieri, cioè che i letterati d'Italia si straziassero tra di loro come i Cadmei. La preoccupazione però di cercare un legame che, intellettualmente almeno, tutti li unisse, e il parlar sempre di pace, null'altro mostra, pur troppo, se non la dolorosa verità di quelle accuse. A ogni modo, in Milano era “un fanatismo„ per creare quel giornale che fosse “successore legittimo alla Biblioteca italiana„, e la continuasse migliorandola; e si vantavano[35] che già vi era “unione„. Ma sebbene il progetto senza contradizione passasse in consiglio, non potendo il governatore a rigor di legge negare, non voleva però concedere la licenza. Temeva[36] il Giordani, che l'uovo del loro giornale sotto l'incubazione del potente s'affreddasse e forse si schiacciasse; né i suoi timori erano senza ragione: il potente considerò[37] il nuovo giornale come un contraltare fatto al governo stesso, e non permise che il pulcino nascesse. Cosí, per creare un giornale, le condizioni in Milano eran tali, che quando il governo avrebbe permesso, o il retto sentire o le discordie impedivano agli scrittori il volere, e quando gli scrittori parevan concordi, non permetteva il governo.
Pubblicavasi tuttavia dallo Stella, diretto dal Bertolotti, lo Spettatore; e si poneva quasi di fronte alla Biblioteca. Vi comparivano a quando a quando articoli di noti scrittori, e a' giovani ignoti offriva occasione di farvi le prime prove. Ed era diffuso assai, e per quanto allora potevasi, girava per molti luoghi d'Italia; tanto che parve[38] compromettere i buoni successi della Biblioteca italiana. Ma fu breve timore: il Bertolotti, che prendevasi fin l'arbitrio di “mutare a beneplacito gli scritti altrui„[39], come è naturale scontentò tutti, e nessuno si fidò piú di lui. “Promette lodi, e poi fa satire„, diceva il Giordani[40]: e lo stesso Leopardi, che pure in quel giornale trovava l'accoglienza negatagli dalla Biblioteca, irato si proponeva[41] non mandarvi piú se non quelle cose di cui poco si curava; amando meglio le altre restassero inedite, piuttosto che vederle cosí strapazzate. E giungeva persino a dire[42] che lo Spettatore gli era sempre parso “un mucchio di letame„.
Il buon volere strinse a un intento comune alcuni buoni che pure, secondo il costume, guardavansi come gli altri in cagnesco: e per sostenere la dignità del nome italiano, e per conciliare, fondarono il foglio azzurro. Pochi giorni dopo che Michele Leoni aveva ricevuto dal di Breme il manifesto, scriveva[43] all'amico Montani: “Quel giornale farà assai male alla Biblioteca italiana, ma non durerà piú di un anno; sarà un prodigio se arriverà a due; tienlo per certo„. E non fu cattivo profeta. Proponevansi diffondere nel pubblico la sociale filosofia de' costumi, gli studî generosi del bello, i buoni principî della scienza economica: ma attivare il commercio, costruire navi a vapore e apparecchi a gas idrogeno, esaltare l'intelligenza e scuotere il giogo del principio d'autorità, era tutt'altro che rafforzare, che accrescere, la potenza de' dominatori: era un attentato, al quale l'Austria doveva opporsi. E ben chiaro lo disse Paride Zajotti, quando affermava[44] che nella Biblioteca italiana avevano combattuto le nuove idee perché sembravano a' buoni costumi nocive, e piú ancora, perché pareva che di quelle letterarie dottrine si cercasse far velo a pericolosi insegnamenti di natura affatto diversa. Il conte Strassoldo tagliava gli articoli a mezzo, senza permettere neppure venissero punteggiati gli spazî; e il giornale finí ben presto la vita.