Gittò buone semenze, e piú che nella durata sua breve, molto produsse di bene in progresso di tempo, ché le semenze gittate caddero in terreno fecondo; ma, compilato con piú scienza che esperienza, diede pure origine a nuove e lunghe discordie, le quali, non potute da esso far tacere, viepiú divisero gli animi già divisi. Era sorto per conciliare, e fu invece vessillo di lotta. Degli altri giornali che dava allora Milano, non è qui necessario si parli: giornali che, nati appena, morivano consunti di bile. Né i regni di Piemonte e di Napoli offrono in questo tempo alcuna cosa degna che sia ricordata: ché l'Amico d'Italia comparve in Torino, ben misero, nel '22. Negli Stati del Pontefice, sola Bologna mensilmente dava una Nuova collezione di opuscoli scientifici e letterarî, antichi e moderni; rispettabile, è pur vero, per le inscrizioni monumentali, ma fatta non sempre con scelta giudiziosa, e tutt'altro che ricca di buoni articoli originali.

In quanto poi al moto intellettuale di Roma, aveva ragione il D'Azeglio nel dire[45] che l'antiquaria era uno de' pochi studî possibili sotto il governo de' preti. Ci voleva un bel talento per iscoprirvi tendenze sovversive! Ma le lettere erano una miseria, e per di piú studiavansi con una compassionevole pedanteria. Racconta il Mamiani[46] che in Roma, dal Perticari e dagli amici suoi Biondi, Borghesi, Cassi, Betti, si sentiva raccomandare sempre “l'arte del ben imitare il vecchio Monti„; e che d'altro non si ragionava se non del “bene imitare„: cosí che all'età di sedici anni rischiò di rimbambire e rifar di nuovo l'età dell'infanzia. E fossero almeno stati contenti, come quelli, anche gli altri allo splendore della poesia del Monti! Misera, vile, stolta, nulla (anco nel '23) chiamava il Leopardi[47] quella letteratura, ch'ei si pentiva d'aver conosciuto e di conoscere: e fin Mario Pieri, pregato dall'abate Grodard custode generale d'Arcadia, e non potendo esimersi, con ripugnanza accettò e “per creanza„ la patente in cui era dichiarato “Pastore arcade, col magnifico dono di non so quali aeree campagne„[48].

Vi fu tuttavia chi pensò a restaurare le lettere romane; sebbene questa al Perticari, che tra' primi vi s'accingeva, sembrava impresa tanto ardua che non sarebbero bastate le braccia d'Ercole. E fondarono il Giornale Arcadico. “E sapete — scriveva all'amico Lampredi lo stesso Perticari[49] — sapete perché ho scelto quel titolo di Arcadico? Per portare la guerra proprio nel cuore della fazione contraria; e colà mettere a forza la luce, dove l'ombra è piú densa„.

Anche il nuovo giornale, come si vede, usciva con propositi tutt'altro che mansueti: eppure, il Perticari si reputava[50] di natura “pacifica, avversaria de' litigi„; e chiamava, anzi, i letterati del suo tempo: “battitori, duellatori, anzi carnefici„. Strana contradizione, se già non ne avessimo veduto altri esempi. E il giornale romano venne alla luce: ma era anch'esso ben poca cosa. Poco vario, anzi tutto, perché non poteva trattare se non quelli argomenti la cui discussione fosse permessa; e poi compilato con poco genio, con poco gusto, se non ne' soggetti di antichità, con troppa esagerazione ammirata. E con quel suo classicismo accademico stancava piú d'uno: cosí che il Niccolini affermava,[51] che se fu detto d'Omero che la musa dettava ed egli scriveva, de' compilatori del Giornale Arcadico poteva dirsi con piú ragione: “la pedanteria borbotta, ed essi scarabocchiano quei loro articoli che saranno tutti fior di lingua, ma io non tentai mai leggerne alcuno che io non facessi sei sbadigli almeno alle prime sei righe„.

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Ferdinando III, granduca di Toscana, aveva anch'egli, rientrando in Firenze, ristabilito gli ordini antichi del principato: ma perché il popolo era stato, fin da' tempi di Pietro Leopoldo, avvezzo a godere di buona parte de' frutti di che gli altri godettero dopo soltanto la rivoluzione di Francia; e poco grandi speranze aveva in esso potuto destar Napoleone; e tra gli ordinamenti francesi aboliti e i leopoldini rimessi in osservanza non trovava differenza eccessiva; la signoria di Bonaparte sembrò turbine passeggero, e il ritorno del granduca ritorno all'antica vita. Come si avrà occasione di veder meglio in séguito, buon principe era Ferdinando, e per quanto poteasi concedere in uno Stato assoluto, non amando la libertà sapeva tollerarla: prudente, e del pubblico bene sollecito, il governo: e i desiderî dello Stato, in una diffusa e modesta agiatezza materialmente felice, per la mitezza del governo erano miti, per la sua temperanza temperati. Ma l'amministrazione interna che tutta poggiava su la massima del “lasciar fare„, o la politica esterna inerte e senza energia, avevano infiacchito e snervato, piú di quanto già fossero, i costumi toscani. Era ozio senza dignità, pace senza gloria: il popolo, moralmente corrotto e naturalmente arguto e faceto e licenzioso, lanciava frizzi ed epigrammi per vendicarsi del bargello e della sua corte; e prendendo su 'l serio quella massima del suo ministro, e di tutto incurante, le cose serie come le liete trattava alla fiorentina; cioè ridendo.

Stanco, e piú che stanco, dolente di tanta spensieratezza beffarda, e delle arguzie senza decoro, e di una tolleranza senza dignità, Gino Capponi, un di que' pochi marchesi che non volevano soltanto nascere e morire, ma vivere, a fine di apprendere qualche cosa che fosse utile in avvenire alla patria, partivasi di Firenze per lungo viaggio il dí nono di novembre del 1818: e il Niccolini lo raccomandava[52] al Foscolo, dicendogli che la sua mente e il suo cuore erano aperti a tutte le idee generose, e lo chiamava “degnissimo dell'amicizia di Foscolo„.

Quali erano, in questo tempo, i giornali di Toscana? “la Toscana non ha opere periodiche„, diceva la Biblioteca[53] di Milano; e diceva il vero, pur troppo. Da lungo tempo era tramontato quel giornale che per piú anni, e sempre con decoro, aveva continuato monsignor Fabroni; e il nuovo di Pisa ancora non era sorto. A un Giornale di letteratura e belle arti, misera cosa, durò breve la vita: dal luglio al dicembre del '16. Nel '16 un Giornale di scienze ed arti, che doveva servire di “comunicazione reciproca fra i dotti d'Europa„[54], pubblicavasi dal Nannei; ma era una collezione di memorie e di fatti appartenenti, piú che alle arti, alle scienze; e giunti a stento al maggio del '17, i compilatori annunciavano[55] al pubblico che “varie circostanze impreviste„ ne impedivano la continuazione.

Viveva in Firenze Lorenzo Collini, amico al Foscolo che lo chiamava[56] “frate ridente e godente„ e gli leggeva lo Sterne su 'l colle di Bellosguardo; sospetto nel '15 al Buon Governo come spirito indipendente[57], dotto giureconsulto, scrittore ornato e dicitore facondo: e il Carmignani stesso, che, appartenente a scuola diversa, gli moveva rimprovero di sacrificare i veri bisogni delle cause all'eleganza e al vezzo del dire e dello scrivere, lo giudicava[58] forense “il piú classico„ che fosse sorto in Toscana. L. Collini ebbe il pensiero di dare un giornale alla sua terra, che non ne aveva; e unitosi al dottore Gaetano Cioni, al Serristori, al Niccolini, al cav. Lawley che prometteva i mezzi, in omaggio a Galileo e a' suoi seguaci scelse per titolo al giornale Il Saggiatore, e fece il programma. Del tentativo, come di cosa buona, gli amici davano notizia al Capponi; e il Niccolini gli scriveva[59]: “Lawley è tornato: il programma del Collini sarà pubblicato tra giorni. Fra le deliberazioni piú importanti del concistoro, vi è questa, che è stata accettata a pieni voti: i Componenti andranno tutti i martedí a desinare dal Presidente, per discorrere del giornale innanzi il pasto: se ne parlerà anche a tavola, e dopo il pranzo. Cosí il nostro Saggiatore sarà mangiato e digerito: se il giornale è simile alla cucina di Lawley, sarà ottimo. Piaccia al cielo che la nostra deliberazione rimanga segreta, perché quantunque la proposizione sia del Presidente, potrebbe dar luogo a un contro-giornale intitolato il Parasito o l'Assaggia minestre. Io frequenterò poco questi desinari, perché il mio stomaco non è da letterati....„.

Intanto il Collini aveva, nel gennaio, diretto il suo manifesto a' letterati migliori d'Italia: e il Monti gli rispondeva[60] che quel manifesto gli aveva “infiammata la fantasia„; che “non si poteva pensare cosa piú italiana e piú atta a spegnere i germi delle misere passioni„; e gli prometteva “qualcosa non indegna del suo giornale„. Non era poco davvero, per dare animo ad un volenteroso: ma le accoglienze, secondo il vezzo del tempo, non potevano essere e non furono oneste e liete per ogni dove. Al Pellico quel manifesto parve[61] “orrendo e arcirettorico„; e quel che è peggio, la Biblioteca italiana pubblicamente, per bocca dell'Acerbi, sentenziava[62] che non molto era da sperare dall'“ampolloso manifesto„ co 'l quale si annunciava un altro giornale intitolato il Saggiatore: e il Collini, dolente[63] che la Biblioteca avesse fatto menzione del suo manifesto con qualche acerbità, e già su 'l principio dell'opera sfiduciato, scriveva[64] al Capponi che appena uscito il giornale si sarebbe rinvoltato nella toga, consegnando vivo e verde a lui e agli altri il ramoscello piantato. Rispondeagli il Capponi[65], dolente che la Biblioteca italiana avesse già dato le mosse alle brighe e alle malevolenze, alle quali i letterati, com'ei diceva, avevano pur troppo una meravigliosa disposizione, e in Milano piú che altrove; ma ricordandogli la bellezza dell'opera e la nobiltà delle fatiche, lo esortava a non persistere nel suo proposito di rinvoltarsi nella toga, senza aver fatto altro che incamminare l'opera. E il Collini, incoraggiato, ripigliava ardire.