Soppressa l'Antologia (ma nel Vieusseux e negli amici suoi viveva ancora la speranza che il granduca revocherebbe l'ordine dato), il Tommaséo, per liberare sé stesso da un peso insopportabile[1245], e sperando pure che solo in lui ricadrebbe la pena, scrisse[1246] al granduca: e facendogli noto che la persistenza a negare del Vieusseux non era atto indocile ma generoso, accusava sé autore non solo dell'articolo suo su Pausania, ma per sottrarre l'amico a pena sicura e non lieve, ancora del cenno di lui su la Russia; e giurava di non piú scrivere in quel giornale, a cui desiderava continuata la vita. “Sia ringraziato il cielo — esclamava[1247] un suo nemico, Mario Pieri, poi che seppe dell'atto generoso — sia ringraziato il cielo, che ancora si trovino degni uomini al mondo, e in Italia!„ Se non che, la lettera del Tommaséo, si può con qualche sicurezza affermare, non giunse al granduca; e perché non si rinviene tra le carte d'Archivio (né motivo nessuno vi era di distruggerla), e, quel che piú vale, perché una ve n'è tra le carte del Vieusseux, pulitamente scritta da altri, ma con la firma del Tommaséo: la quale, appunto perché firmata, dev'essere quella che doveva consegnarsi al granduca. Io penso che il Vieusseux, il quale sapeva[1248] la volontà del Tommaséo, gli promettesse far recapitare egli stesso la lettera, e avutala la serbasse, e per generosità d'animo, e per risparmiare affanni all'amico. Come che stia la cosa però, l'atto è sempre mirabile.

Rapida intanto si era divulgata in Firenze la notizia che l'Antologia era stata soppressa, e grande fu la sorpresa, e piú grande il sussurro che se ne fece. In un rapporto segreto del 28 marzo, l'ispettore di polizia Giovanni Chiarini comunicava[1249] al Presidente del Buon Governo, che la misura presa aveva “sparso il mal umore e la rabbia fra i liberali„, i quali progettavano portarsi su la Piazza de' Pitti “per prorompere in voci sussurranti e fischiate„: e aggiungeva, tra l'altre cose, un “Bullettino incendiario a stampa„, uscito la mattina, su 'l quale prometteva fare “le debite ulteriori indagini„. Era incendiario davvero quel bollettino[1250]: vi si diceva che il granduca aveva avuto “la viltà di obbedire al luogotenente dell'Austria„; che sopprimendo l'Antologia, approvata dal ministro Corsini, non conservava “neppur l'aspetto della coerenza„; e terminava: “Toscani!!! o noi siamo sotto il governo di Modena, o il Gran Duca di Toscana è un Duca di Modena... Italia tutta inorridisce a questo sfregio novello, e il suo grido non è piú di lamento, ma di Vendetta„.

L'ispettore di Polizia Giovanni Chiarini si pose, secondo la promessa, subito in moto per agguantare, potendo, l'autore del famoso bollettino, e insieme i suoi complici: e da un rapporto di lui, riservatissimo,[1251] si rileva che una tal “donna Sabina, druda di Giuseppe Magnelli„, aveva fatto vedere, nella sera del giovedí 28 marzo, nella bottega “alcuni Bullettini in stampa riguardanti l'Antologia„; e aveva confessato che quelle e altre copie ancora, erano state affisse per la città, “previo maturo consiglio„. Secondo le confidenze di questa donna — diceva l'Ispettore — erano incaricati della materiale affissione, e la eseguirono, un tal Mercatelli di Livorno, giovine studente di belle arti, e un tale Antonio Lotti; a' quali facevano ala e difesa i due fratelli Pacchiani, servitori, i due scultori Giolli e Allegri, e Vincenzo Fancelli, fabbricante di cappelli di paglia. “Erano tutti armati di stile e pistola carica a palla — continuava il Chiarini — L'operazione incominciò alle ore undici della sera di giovedí 28 detto. Il primo bollettino fu attaccato sul Lung'Arno, ed il secondo al casotto della sentinella che era alla posta delle lettere„. Ed aggiungeva, che i bollettini erano stati stampati “nella stamperia Granducale del Cambiagi„, ma che questi erano stati tutti esauriti per la diffusione fattane in piú luoghi, avendone anche gettato uno “nella buca delle suppliche nell'I. e R. Palazzo Pitti„. Fu fatto processo, che durò a lungo; e a' primi malcapitati si aggiunsero poco dopo Lodovico Mondolfi e Abramo Philippson isdraeliti, i quali — al dire del Chiarini — “si vantarono di avere ancor essi affisso de' bullettini, alieni dalla primitiva ed organizzata compagnia„.

L'autore però non era stato ancora scoperto: se non che, dopo indagini pazienti, il commissario di Santo Spirito, Gaetano Laudi, scriveva[1252] al Bologna, che il bollettino ere stato stampato “nella stamperia dell'isdraelita Coen, all'insegna di Minerva, posta in via Lambertesca, e prossima al caffé Elvetico„. “Mi si accerta — continuava — che nel ridotto dell'Elvetico il cosí detto “Bullettino del 28 marzo 1833„ fosse, nella sera che precedé l'affissione delle stampe, scritto a penna in mano dell'avvocato Giuliano Ricci di Livorno, quel medesimo altre volte implicato in affari politici, e che lo leggesse in un circolo di altri sette od otto giovinastri„.

È facile che Giuliano Ricci scrivesse cotesto bollettino, l'autore del quale è fin qui stato ignoto: certo è però, che tali foglietti furono noti e corsero per tutta Toscana. Comparvero a Grosseto, a Scansano: e il commissario di Grosseto, Lodovico Baldini, scriveva[1253] al Bologna, che nella notte del 2 maggio aveva fatto perquisire in Scansano “contemporaneamente e con ogni precauzione„ le case del chirurgo Pietro Boccardi, Lodovico Poli e Carlo Bianchi; senza frutto però, essendo stata trovata al primo di questi, soltanto la canzone La Parisienne. Comparvero in Livorno, in Siena: e il Capitan Bargello di Pistoia, Giuseppe Fabroni, annunciava[1254] che segretamente erano stati letti in casa di certi “immorali e deliranti liberali„. La cosa piú notevole però è una lettera[1255] di Agostino Fantoni, commissario regio di Pistoia, il quale dopo aver annunciato al Bologna, che “i liberali letterati e letteratuzzi„ avevano fatto e facevano tuttavia grande rumore per la soppressione del giornale fiorentino, esortava il Governo a far risorgere un giornale scientifico e letterario, per calmare gli spiriti. “Il Governo — egli diceva — deve cercare di non crearsi dei nemici„: e parlando della soppressione dell'Antologia, benché ammettesse che la tracotanza e la mala fede meritassero “una reprensione„, non ristava però dal soggiungere: “certo meglio sarebbe stato non venire a questa estremità„.

Di queste considerazioni politico filosofiche del commissario regio di Pistoia, che cosa, se mai ne ebbe comunicazione, che cosa avrà pensato S. E. Corsini?

Meno chiassosa diffusione ebbero, e meno timori destarono nella Polizia, i graziosi epigrammi cui diede vita la morte del giornale, e che trascritti su cartellini, furono affissi qua e là per le vie, e poi per molto tempo corsero di bocca in bocca tra' Fiorentini. Sollecito il Chiarini li mandava[1256] al Bologna; e uno di essi diceva:

Evviva! Evviva! Oh gioia!

Il Toscano Granduca

è diventato il Boia