Fatto è che il 23 di marzo il censore Mauro Bernardini chiedeva[1230] al Vieusseux con un “biglietto urgentissimo„ il fascicolo approvato del dicembre 1832. Si recò dal censore egli stesso, il Vieusseux, portando seco il fascicolo richiesto, ma negava consegnarlo essendo questo l'unica sua guarentigia contro le imputazioni della Voce, nel caso che il Governo volesse dargli molestie. Cedette tuttavia, ma richiedendone “ricevuta motivata„, quando seppe che il Fossombroni aveva “assoluto bisogno„ di esaminare quel fascicolo. Risparmio al lettore — si potrebbe ripetere co 'l Manzoni — i lamenti, le condoglianze, le accuse, le difese, tutti i pasticci in somma del colloquio corso di poi tra il Fossombroni e il Corsini: basti dire che parve ad entrambi un buon partito far chiamare il Vieusseux dal Presidente del Buon Governo, e sottoporlo a un interrogatorio.
Il giorno dopo infatti, il Bologna (successo da poco nella presidenza al Ciantelli, licenziato con dodicimila lire di pensione annua, e datagli la commenda dell'ordine di San Giuseppe) il Bologna[1231] pregava il Vieusseux di recarsi da lui: e con una ingenuità meravigliosa in uomo d'ingegno ed esperto degli uomini, come se si trattasse di solo sodisfare a “un desiderio dell'I. e R. Governo„, richiese al Vieusseux il nome di quelle persone che anonime scrivevano nell'Antologia, o ponevano sotto i loro articoli semplici lettere o segni convenzionali. Battendo lunga via il Bologna voleva giungere in porto: il Vieusseux però rispose franco, che mancherebbe all'onore e alla delicatezza, se palesasse i nomi di persone che amavano rimanersene anonime, e si affidavano alla sua discretezza o lealtà. Alla quale risposta, ancora dolcemente replicava il Bologna, trattarsi “d'una comunicazione confidenziale„. Ma quando il Vieusseux affermò ch'egli “mai e poi mai„ avrebbe nominato i suoi amici, e pose il dilemma che o il Governo toscano disprezzava gl'intrighi de' Modenesi, e allora non doveva curarsi di chi avesse scritto gli articoli; o intendeva entrare nelle loro ragioni, e questo era per lui un motivo di piú per non nominare nessuno, e prendere su di sé ogni responsabilità; il Bologna lasciò le vie della persuasione, e ricorse alle minaccie, facendo sapere al Vieusseux, che il Governo poteva, per riuscire nell'intento, adoperare modi che a lui riuscirebbero “poco piacevoli„. Né per queste minaccie si smosse il Vieusseux, cui i rimorsi della coscienza sarebbero stati piú amari de' rigori del Governo toscano; il Vieusseux, che per undici mesi, come violatore del blocco continentale, era stato prigioniero di Napoleone I in Parigi.
Attendeva il Corsini con impazienza l'esito del colloquio; e quasi che troppo lunga gli paresse l'attesa, il mattino del 25 marzo sollecitava[1232] dal Presidente del Buon Governo “il resultato delle fatte interpellazioni„, dovendo egli renderne conto a S. A. I. e R. il granduca, e comunicarne co' suoi colleghi “per le misure da prendersi ulteriormente„. Sollecito il dí stesso rispose[1233] il Bologna, confessando fallito il suo tentativo: non mancava di far notare (a ciò che chiaro apparisse aver egli fatto il suo dovere) come la sua “lunga esortazione„ al Vieusseux andasse “non disgiunta dalla minaccia che il Governo avrebbe adottato delle misure per renderlo piú docile ed obbediente„: ma terminava co 'l dichiarare che “tutto fu inutile„, perché il Vieusseux assicurava che “avrebbe sempre detto e sostenuto che quelle lettere iniziali erano puramente immaginarie, e che gli articoli erano suoi„. Attendendo quindi che l'I. e R. Governo deliberasse su 'l quid agendum, proponeva che il Vieusseux si inviasse “davanti un commissario di quartiere per ricevervi nuove e formali ingiunzioni, e persistendo esso, dichiararlo sospeso dalla facoltà di continuare la pubblicazione del Giornale...„. Le quali parole inducono a credere, anzi, provano che gli ambasciatori d'Austria e di Russia si limitarono a imporre la punizione de' due scrittori colpevoli (i nomi de' quali infatti con tanta insistenza chiedeva il Governo toscano); e che la soppressione dell'Antologia fu poi decretata da questo, quale pena all'ostinato silenzio di G. Pietro Vieusseux[1234].
Come che sia la cosa, piacque al Corsini il consiglio datogli dal Bologna; e alle sei pomeridiane del giorno 25, Matteo Tassinari, Commissario di S. Croce, invitava[1235] il Vieusseux a recarsi alle ore una di notte presso di lui: e l'invito poliziesco terminava con l'avvertimento salutare “... e non manchi„. Non mancò infatti il Vieusseux: ma alle solite dimande rispose[1236] co 'l solito rifiuto. Ed è bello in verità vedere l'intelligente esperienza del già negoziante mettere in imbroglio, con l'autorità della legge toscana, il Commissario di Polizia. A questo, che (leggendo in un foglio ove gli erano state scritte le domande da fare) chiedeva se non temesse le conseguenze del suo rifiuto, il Vieusseux rispondeva ch'ei non poteva né doveva temere, e perché nulla senza l'approvazione della Censura era stato stampato da lui, e perché il fascicolo di dicembre, particolarmente preso di mira, “non solo era stato riveduto dal censore ordinario P. Mauro Bernardini, ma ben anche era stato richiamato particolarmente alla Segreteria di Stato da S. E. Corsini, il quale lo trattenne per piú giorni„. Cavillava il Commissario, ammettendo nel Governo di un paese sottoposto a censura, la facoltà di richiedere dallo scrivente o dal direttore del giornale sodisfazione, se qualche ingiuria fosse stata inavvertitamente approvata dal censore. E della debolezza del ragionamento bene si accorgeva il Vieusseux, rispondendo con malizia: “ad ogni modo nel caso mio, quando vi fosse colpa, i colpevoli sarebbero tre: io, Padre Mauro, e S. E. Corsini, ed io sicuramente sarei il meno colpevole, perché quando si stampava il fascicolo di dicembre, ero trattenuto in Livorno accanto al letto di mio padre moribondo, e non potei rivedere le bozze di stampa con quella attenzione con cui le soglio rivedere; ma il P. Mauro, ma S. E. Corsini, che esercitando la Censura rivedono necessariamente con la prevenzione di trovar cose reprensibili, non seppero veder nulla che non potesse essere approvato„.
Io penso che se il Commissario di Santa Croce conosceva i Promessi Sposi, andasse tra sé ripetendo quelle parole famose del bravo: “se la cosa avesse a decidersi a ciarle, lei ci metterebbe in sacco„: e poiché egli non ne sapeva né voleva saperne di piú che il bravo, come questo incominciò a minacciare, dicendo che il Governo farebbe pesare su di lui il suo braccio, volendo sodisfazione. Vedendo però che il Vieusseux, punto atterrito, assumeva sopra di sé “qualunque responsabilità„, dichiarandosi “pronto a soffrirne tutte le conseguenze„, gli disse solennemente: ch'e' si era reso colpevole “d'ingiurie nefande„ riguardo a S. M. l'Imperatore delle Russie...; colpevole d'ingiurie verso S. M. l'Imperatore d'Austria..., colpevole di ingiurie alle varie potenze d'Italia, facendo supporre che esse fossero sotto la dipendenza dell'Austria; e in fine “colpevole immensamente„ verso il Governo della Toscana, “per averlo con quegli articoli posto nell'imbarazzo dirimpetto alle potenze d'Austria e di Russia„. Ed è assai significante il fatto, che al Commissario (cioè al Governo di cui il Commissario era eco), il Vieusseux apparisse solo “colpevole„ delle prime tre imputazioni, e che solo dell'ultima invece apparisse “colpevole immensamente„. Il che darebbe ragione al Tommaséo, il quale credeva[1237] che i ministri di Toscana ed il granduca stesso in quel punto avessero piú in uggia Austria e Russia, che li sforzavano a disdirsi e rinnegare la vecchia agiata mansuetudine, che non avessero in uggia l'Antologia.
Non potendo però colpire i due ch'essi volevano, e dovendo in qualche modo dare sodisfazione a' ministri d'Austria e di Russia[1238], deliberarono punire il Vieusseux; e il 26 di marzo del '33, S. E. Corsini annunciava[1239] al presidente del Buon Governo, che essendo stato reso conto a S. A. I. e R., che l'Antologia aveva “deviato manifestamente dall'oggetto che aveva annunciato in principio„, e che trascorreva “sistematicamente in discussioni politiche„, associando nel parlare di cose scientifiche e letterarie “allusioni riprovevoli ad istituzioni o avvenimenti politici„; S. A. I. e R. era venuta nella determinazione di “ordinare la soppressione del detto giornale„. Lo pregava intanto di far comunicare al direttore “la semplice parte dispositiva„ della sua lettera.
Diede[1240] il Bologna gli ordini in proposito al Commissario di Santa Croce, Tassinari; questi ne scrisse[1241] al cancelliere Lorenzo Tosi; e finalmente il Vieusseux, chiamato al commissariato alle ore sette di sera, ebbe da lui comunicazione[1242] del rescritto sovrano che sopprimeva l'Antologia.
Del quale atto energico, che era per loro come a dire uno sforzo erculeo, dovettero a Pitti il granduca e i ministri meravigliarsi non poco essi stessi; e non poco dovettero discorrere de' discorsi che si farebbero. Sospettando infatti fortemente (e con ingenuità rara lo confessavano) che la misura da loro presa sarebbe, “benché semplicissima in sé stessa,... l'argomento„ di que' discorsi, come a prevenire ogni obiezione o meraviglia, pensarono mandare a' varî ministri d'Austria in Italia, e agli incaricati d'affari di Toscana in Parigi e in Vienna, una circolare[1243]: nella quale, fatta un poco la storia dell'Antologia per poi dare notizia della sua soppressione, si fermavano a notare com'essa da qualche mese (il Corsini aveva scritto da qualche tempo, ma il Fossombroni per non parere che la punizione giungesse troppo in ritardo, mutò), da qualche mese facesse scorrerie nel parco proibito dalla politica, “sia con allusioni, sia con riavvicinamenti tra ciò che pareva essere il soggetto de' suoi scritti e gli affari politici presenti„. E in certo senso i mansueti ministri toscani dicevano bene, perché la parentesi del Tommaséo era davvero un riavvicinamento: riavvicinamento di popoli, a forza tenuti uniti per piú respingersi.
Ma il piú notevole si è che nella circolare, dopo avere affermato che nulla poteva in Toscana pubblicarsi senza l'approvazione censoria, con proposito evidente di prevenire un'obiezione, si affaticavano a dimostrare quanto fosse difficile a un censore non cadere in fallo, quando un direttore di giornale cercasse spesso indurlo in errore, maliziosamente mascherando i proprî pensieri. Il che dimostra abbastanza, che gli stessi ministri, pensando che nel loro Stato esisteva la censura, e censura esercitata da un uomo, com'essi dicevano, di “distinta capacità,„ dubitavano forte di avere proprio ragione[1244].
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